terra madre
sabato 13 Dicembre, 2025
L’entomologo Orempuller: «Usiamo le api per sentirci green, ma tutti gli insetti stanno scomparendo a velocità mai viste prima»
di Veronica Antoniazzi
L'esperto: «In natura non esistono esseri utili e inutili. Questa distinzione non ha senso: nessuna specie è inutile; ciascuna contribuisce all’equilibrio dell’ambiente urbano»
Quando pensiamo alla biodiversità, immaginiamo specchi d’acqua e ambienti montani incontaminati. Raramente ci viene in mente la città, che edifici in cemento e strade asfaltate ci portano a considerare un deserto biologico. La prospettiva cambia completamente se ci avviciniamo però al mondo degli insetti: ciò che a noi appare povero e inanimato, è per loro un habitat ricco di vita. In un solo metro quadrato incontriamo decine di specie diverse, invisibili ma fondamentali. Dal punto di vista entomologico, la città non è un deserto: è un ecosistema vivo e sorprendentemente popolato. È partendo da questo assunto che Nicola Orempuller ha presentato al Cantiere 26 ad Arco, nell’ambito del ciclo di incontri «Il verde e la città» organizzato dal Coordinamento per la tutela dell’ambiente Alto Garda e Ledro, una relazione dal titolo «Piccoli abitanti, grandi alleati: il ruolo degli insetti nelle nostre città».
Benché spesso trascurati, questi piccoli organismi rappresentano il 70–74 per cento della fauna mondiale e sono i veri custodi del funzionamento della biosfera. Ogni città è composta da giardini, siepi, cavità, muretti e luoghi umidi: tutti ambienti idonei a ospitare biodiversità.
La cultura urbana ci induce inoltre ad abbracciare la falsa dicotomia tra insetti «belli e utili» – come farfalle, coccinelle e api mellifere – e «inutili fastidiosi», quali vespe, zanzare e mosche. In natura, però, «questa distinzione – spiega l’entomologo – non ha senso: nessuna specie è inutile; ciascuna contribuisce all’equilibrio dell’ambiente urbano».
In base ai servizi ecosistemici svolti, gli insetti possono essere divisi in tre gruppi fondamentali. Il primo è quello dei decompositori. Formiche, coleotteri e ditteri come le mosche sono dei veri «spazzini»: gestiscono la degradazione dei rifiuti organici e contribuiscono al trasporto e alla dispersione dei semi, nonché alla micro-aratura del suolo. Accanto a questi troviamo gli impollinatori. Non si tratta solo di api da miele: anche api selvatiche, vespe, sirfidi e coleotteri si comportano come delle specie di «giardinieri» che gestiscono la fioritura di parchi, prati e dei fiori da vaso sui nostri balconi. Ci sono, infine, i predatori naturali, i «poliziotti» del sistema. Vespe, mantidi e molti altri insetti che, cacciando specie impattanti come afidi, larve infestanti, defogliatori e zanzare, ne controllano naturalmente il numero. «Quando queste specie diminuiscono, magari perché eliminate da pesticidi a largo spettro – ha spiegato l’esperto –, gli insetti infestanti di cui si cibano ritornano più rapidamente e spesso in forma più resistente, costringendoci a nuovi trattamenti ancora più nocivi».
Tra tutti gli insetti, i più fraintesi sono vespe e zanzare. Per capirlo, bisogna ancora una volta cambiare prospettiva. Le vespe non sono aggressive: difendono i loro nidi. La loro funzione è doppia e preziosa: impollinano e predano defogliatori come i bruchi. Per nutrire le larve, una colonia ripulisce facilmente un giardino da grandi quantità di parassiti. Le zanzare, a loro volta, non sono soltanto fastidiose: se la femmina gravida cerca sangue per esigenze riproduttive, gli altri esemplari si limitano a impollinare e a rappresentare una forma di nutrimento fondamentale per pipistrelli, uccelli, anfibi e molti altri insettivori; una loro eliminazione indiscriminata incepperebbe dunque la catena alimentare. La vera causa delle «invasioni» non è il loro numero, ha spiegato Orempuller, ma la mancanza di predatori. Una città ricca di biodiversità le può tenere sotto controllo senza bisogno di sterminio chimico.
Altrettanto silenziosa è l’estinzione in corso: insetti di tutto il pianeta, soprattutto impollinatori e predatori, stanno scomparendo a una velocità mai registrata prima. Eppure, l’opinione pubblica sembra accorgersi solo dell’apis mellifera, ignorando tutto il resto della fauna selvatica. Come osserva l’esperto, «oggi non facciamo più green washing, ma bee washing: usiamo le api per sentirci green». È l’effetto di una visione antropocentrica e utilitaristica della natura: mentre le api da allevamento hanno un valore economico tangibile, quello delle altre specie è molto più difficile da quantificare. Ma non si tratta affatto di un destino ineluttabile: invertire la rotta è ancora possibile. Secondo l’entomologo, «la città del futuro ha – deve avere – sei zampe». Ciascun cittadino può contribuire ad arginare il fenomeno, ad esempio tagliando meno frequentemente il prato. «All’inglese è bello, ma dal punto di vista della biodiversità è un deserto verde; un po’ di trifoglio e fiori spontanei sarebbero invece – afferma lo studioso – un ristorante stellato per gli impollinatori». Si dovrebbero dunque lasciare delle piccole zone tagliate meno, oltre a privilegiare piante autoctone, inserire delle siepi ed evitare che si creino ristagni artificiali d’acqua dove le zanzare possano deporre le uova. L’idea, in sintesi, è di offrire varietà, anziché ricercare una perfezione sterile. «Un filo d’erba fuori posto non è incuria; è un mosaico di biodiversità», conclude Orempuller.
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