L'intervista
venerdì 5 Dicembre, 2025
«La sordità non mi ha mai fermata, in campo vedo meglio»: Aurora Cristelli, talento del volley nazionale e campionessa di determinazione
di Patrizia Rapposelli
Venticinquenne di Pinè, gioca nella Nazionale italiana sordi e allena i giovani. Tra sacrifici, pregiudizi e visibilità mancata, racconta come il limite sia diventato forza
«La sordità non mi ha mai fermata, anzi mi ha insegnato a vedere meglio». Aurora Cristelli, venticinquenne di Pinè, vive per la pallavolo e gioca nella Nazionale italiana sordi dal 2017: «La vista è diventata la mia forza. Leggo la palla, anticipo i movimenti e riconosco le traiettorie prima ancora che l’azione si sviluppi».
Aurora non sente, ma ha trasformato quello che molti vedrebbero come un limite in un superpotere. Ha giocato due anni in Serie C, uno in Serie D e due in Prima Divisione con il Copparo Volley. Ora vive a Treviso, ha studiato chimica, gioca in seconda divisione a Cappella Maggiore e allena i gruppi S3 e Under 12. La sua è una storia di sport, disciplina e ostinata normalità.
Come è iniziato il suo grande amore per la pallavolo?
«In quarta elementare. Facevo pattinaggio, ma a ginnastica a scuola ci insegnavano la pallavolo. Ho deciso di provare e mi sono divertita da subito. Mi piaceva l’idea di far parte di una squadra, lavorare insieme e condividere obiettivi comuni. Da quando ho toccato il mio primo pallone non ho più smesso».
Quanta forza di volontà c’è in questo trionfo?
«Tanta volontà quanta determinazione. Non c’è stato niente di facile: la sordità rende ogni passo più complicato, dal capire le compagne in partita all’allenatore. Ma ho sempre lavorato con impegno, cercando di trasformare ogni difficoltà in un vantaggio. Il segreto sta nello spingersi sempre avanti, anche quando gli ostacoli sembrano insormontabili».
E i sacrifici?
«La società Fssi con la quale sono tesserata è l’ASD Lodovico Pavoni Sordoparlanti Brescia, con la quale una volta all’anno facciamo il campionato italiano Fssi. Questo campionato serve per vedere le ragazze nuove e selezionare le atlete da convocare in nazionale. Purtroppo le squadre partecipanti sono scarse: ci sono poche atlete sorde. Tutto questo viene fatto per passione verso lo sport, dato che sia io che tutta la squadra facciamo sacrifici per prepararci e partecipare ai raduni. Non siamo professioniste e quindi ognuna di noi lavora o studia e utilizza le ferie per prepararsi fisicamente e andare ai raduni, pagando di tasca propria. È difficile trovare chi ci ospita o ci sponsorizza».
In Nazionale non potete usare apparecchi acustici: come riuscite a giocare?
«Ognuna occupa una precisa zona del campo. Si comunica sbracciandosi, durante i time-out gli allenatori danno indicazioni tattiche grazie a un interprete o con la lettura del labiale, mentre l’arbitro ferma il gioco muovendo la rete. Nei nostri club per udenti gli atleti sordi possono invece usare protesi e apparecchi».
Quanto incide la sordità in uno sport di squadra?
«Parecchio, nelle palestre rimbomba tutto e quando le compagne parlano non sempre capisci. Però sviluppi la vista: vedi prima la palla, i movimenti e capisci le situazioni in anticipo. Ho capito che un limite, col tempo, può diventare un punto di forza».
Ci sono situazioni di gioco più difficili per lei?
«Sì, soprattutto sulle palle d’attacco dove le chiamate vocali aiuterebbero. Per questo usiamo codifiche e competenze precise, anche se qualche scontro capita. Ma succede anche alle atlete normodotate, quindi fa parte del gioco».
Nello sport e nella quotidianità ha incontrato barriere o pregiudizi?
«Certo, ci sono persone disponibili a capire come aiutarti e altre più chiuse che pensano che chi non sente non capisca. A volte capita anche nelle squadre e non è bello sentirsi messe da parte».
Si è sentita messa da parte?
«Con il tempo impari a gestire anche queste situazioni».
E come vive il fatto che il vostro settore non è inserito nelle categorie che partecipano ai Giochi paralimpici?
«Dispiace, ci meritiamo visibilità. Credo che i Giochi diventerebbero una competizione ancora più grande e inclusiva. Spero, un giorno, di poter considerarci un’unica grande famiglia sportiva».
Cosa direbbe a una bambina non udente che sogna di fare sport a alti livelli?
«Di non mollare mai e di crederci. Dico di abbattere i muri, affrontare gli ostacoli e superarli ogni giorno».
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