L'editoriale

martedì 13 Ottobre, 2026

Il caso Plose e la politica minacciata

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Le 18mila firme contro il grande progetto alberghiero riconducibile ad Athesia mostrano che anche in Alto Adige, nonostante questa parola continui quasi a sembrare una provocazione, qualcosa si muove sul fronte overtourism

In Spagna la questione della casa è diventata uno dei terreni centrali dello scontro politico, riempiendo le piazze, dividendo il parlamento e, alla fine, accorciando perfino la legislatura. Le proteste contro il caro-affitti, gli sfratti e la trasformazione degli appartamenti in alloggi turistici si sono saldate con quelle contro l’overtourism fino a formare un movimento nazionale. Naturalmente sarebbe assurdo sovrapporre la situazione spagnola a quella altoatesina. Ma un punto di contatto c’è: anche qui il problema della casa sta tornando al centro delle preoccupazioni e diventa sempre più difficile separarlo dal modello di sviluppo turistico.

A Bolzano il tentativo di trasformare questa preoccupazione in iniziativa politica porta soprattutto il nome di Abitare Bozen. Il gruppo ha raccolto firme per portare in Consiglio comunale proposte di iniziativa popolare sull’emergenza abitativa, provando a rimettere al centro un tema troppo spesso confinato alle graduatorie Ipes o alle vicende individuali di chi non riesce più a permettersi un affitto. Ma pone una domanda decisiva: a chi devono servire le città e il territorio?

La stessa domanda è comparsa sulla Plose. Contro il grande progetto alberghiero riconducibile ad Athesia sono state raccolte circa 18mila firme. Poi il Comune di Bressanone ha fermato il progetto da 398 posti letto perché, alla scadenza del Bettenstopp, mancavano le condizioni per il via libera. Nel frattempo si è saputo che Athesia aveva inviato alla Giunta provinciale una lettera accompagnata da un parere legale contro la disciplina transitoria del tetto ai posti letto. Un documento nel quale vengono prospettate possibili conseguenze risarcitorie e responsabilità personali degli amministratori. Un vero avvertimento.

Sono fatti che, messi insieme, raccontano qualcosa: una mobilitazione popolare, una decisione amministrativa che blocca uno dei maggiori progetti turistici degli ultimi anni e un confronto giuridico durissimo fra il principale gruppo editoriale della regione e la Provincia. Eppure è difficile avere la sensazione che abbiano avuto nel dibattito pubblico altoatesino il peso che ci si sarebbe potuti aspettare.

Qui entra in gioco una particolarità del nostro territorio. Athesia, il principale gruppo editoriale regionale, è anche un gruppo economico con interessi sempre più importanti nel turismo e nell’hotellerie. E contemporaneamente continua ad allargare la propria presenza nel mercato dell’informazione, comprando radio e tv come si compra il pane al supermercato. Non serve immaginare ordini impartiti nelle redazioni o censure esplicite. Il problema è più sottile. Un sistema dell’informazione molto concentrato determina inevitabilmente quali questioni acquistano centralità e quali invece restano ai margini, magari per una normale forma di autocensura. È quello che sembra succedere con l’overtourism. Altrove il termine è ormai normale. A Barcellona si discute apertamente di limiti alla capacità turistica della città; le Canarie hanno conosciuto mobilitazioni enormi. Nessuno sostiene che il turismo sia l’unica causa della crisi abitativa; si riconosce però che, in territori già sotto pressione, trasformare abitazioni in posti letto turistici riduce l’offerta residenziale e contribuisce ad aumentare i prezzi.

In Alto Adige, invece, pronunciare la parola «overtourism» continua quasi a sembrare una provocazione, come se ammettere l’esistenza di un limite significasse essere contro il turismo e non riconoscerne l’importanza economica. Ma c’è anche un secondo fattore, forse ancora più profondo. Il problema riguarda migliaia di persone, che sono, però, una netta minoranza. In Alto Adige la quota di chi vive in una casa di proprietà oscilla, a seconda delle rilevazioni e dei territori considerati, fra il 70 e l’80 per cento. Una percentuale altissima è dunque dalla parte più protetta del mercato. Per chi possiede una casa, o magari più di una, l’aumento dei valori immobiliari può essere un vantaggio patrimoniale. Da una parte c’è chi deve comprare o affittare oggi e vede prezzi incompatibili con i redditi; dall’altra una larga maggioranza di proprietari che non ha interesse a vedere scendere significativamente il valore degli immobili. Non per ideologia ma per interesse materiale.

Forse è anche dentro questa contraddizione che va letta una frase pronunciata qualche mese fa dal sindaco di Bolzano Claudio Corrarati. Discutendo dell’ipotesi di aumentare in modo massiccio l’offerta abitativa, disse che «i prezzi non possono scendere». Una frase che equivale quasi ad ammettere che la tenuta dei valori immobiliari è essa stessa un obiettivo politico. Corrarati motivava questa posizione osservando che una parte consistente del patrimonio immobiliare cittadino è gravata da ipoteche, spesso molto elevate, e che le garanzie bancarie sono calcolate sui valori attuali degli immobili. Una diminuzione significativa e improvvisa di quei valori, sosteneva, rischierebbe quindi di destabilizzare il mercato e di mettere in difficoltà anche gli istituti di credito.

A questo si aggiunge un secondo livello, molto più diffuso: quello delle famiglie che possiedono uno o due appartamenti e che vedrebbero con preoccupazione un aumento massiccio dell’offerta capace di spingere al ribasso affitti e rendimenti.
È qui che la questione diventa politica. Non c’è solo un deficit mediatico del dibattito. C’è anche una maggioranza sociale che, tutto sommato, non ha grande interesse a vedere i prezzi scendere. La politica altoatesina, al di là dei colori delle giunte, ha finora protetto soprattutto chi è già dentro il mercato immobiliare, più che chi cerca di entrarci. Perché un disagio diventi movimento deve prima diventare racconto collettivo.

In Spagna è accaduto. In Alto Adige, per ora, molto meno. Eppure le 18mila firme della Plose e il lavoro di Abitare Bozen mostrano che qualcosa si muove: la domanda non è più soltanto quanto turismo produrre, ma quanto turismo un territorio possa sopportare e quanta parte di quel territorio debba restare a disposizione di chi qui non viene in vacanza, ma prova semplicemente a viverci.

*Giornalista di salto.bz

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