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lunedì 28 Settembre, 2026

Giustizia riparativa, a Trento 200 richieste e 250 colloqui: «Più del 50% arriva a un esito riparativo»

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Inaugurato il nuovo Centro del distretto della Corte d’Appello di Trento. Il servizio, gratuito e confidenziale, conta già 70 percorsi conclusi e oltre il doppio ancora in corso

«Con questo convegno si segna un punto d’arrivo, ma allo stesso tempo un punto di partenza». Così il presidente della Regione Arno Kompatscher ha presentato il nuovo Centro per la giustizia riparativa del distretto della Corte d’Appello di Trento, inaugurato ufficialmente a Trento. Un servizio che raccoglie e istituzionalizza un’esperienza di mediazione penale avviata sul territorio già nel 2004 e che, con la riforma Cartabia, entra a pieno titolo nel sistema della giustizia riparativa. «La nostra Regione si era già impegnata nella mediazione penale dal 2004 – ha detto Kompatscher – oggi, con la Riforma Cartabia, questo percorso è stato formalmente istituzionalizzato». Per il presidente, la giustizia riparativa rappresenta «la forma più civile per gestire le conseguenze dei reati e il vissuto che coinvolge le vittime e i responsabili degli illeciti».

I numeri raccontano intanto un servizio già ampiamente utilizzato. Dal primo gennaio il Centro ha ricevuto circa 200 richieste di accesso ai programmi e ha svolto più di 250 colloqui con persone offese e soggetti indicati come responsabili. Sono 70 i percorsi già conclusi, mentre più del doppio sono ancora in corso. «Più del 50% dei casi presi in carico raggiunge un esito riparativo», spiega Valeria Tramonte, coordinatrice del Centro. La struttura, è articolata nelle sedi di Trento e Bolzano. È un servizio pubblico essenziale, gratuito e confidenziale, al quale si può accedere per qualsiasi tipologia di reato e in ogni fase del procedimento o dell’esecuzione della pena. Sono sei i mediatori esperti iscritti all’elenco ministeriale per Trento.

Il percorso comincia dai colloqui individuali, nei quali proprio i mediatori ascoltano le persone coinvolte e verificano la possibilità di un incontro. Solo se c’è consenso si arriva al dialogo, che può essere diretto tra vittima e autore del reato, allargato ai familiari oppure alla comunità e può concludersi con un esito riparativo simbolico o materiale. «É un’idea profondamente democratica: occorre parlarsi per cercare e costruire insieme le modalità per uscire dalle difficoltà», ha spiegato Claudia Mazzucato, docente di Diritto penale all’Università Cattolica di Milano.

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