Terra Madre

lunedì 31 Agosto, 2026

La Marmolada ferita, tra zero termico a 5.000 metri e i venti fino a 180 chilometri orari: «La Regina delle Dolomiti specchio dei cambiamenti climatici»

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Parlano il gestore del rifugio di Punta Penia, Andrea Gallo, il meteorologo Dino Zardi e Flavio Tolin, che ha installato la stazione meteorologica: «Un'estate drammatica»

«Quest’estate abbiamo sperimentato una serie di ondate di calore legate alla prorompente invasione dell’anticiclone africano. Oltre all’innalzamento generalizzato delle temperature c’è un’invasione verso Nord di aria sahariana che rende ancora più caldo il contesto del Mediterraneo e quindi anche delle regioni limitrofe come la nostra. La conseguenza sui ghiacciai è che, per fusione, viene meno la copertura di neve e ghiaccio, che tendenzialmente riflette la radiazione solare e quindi consente al suolo di assorbire e scaldarsi meno. A mano a mano che la roccia più scura si scopre, assorbe di più e quindi contribuisce a riscaldare l’aria. Ma lo scioglimento dei ghiacciai significa anche perdita di un importante accumulo di risorsa idrica che serviva da compensazione, con oscillazioni in aumento e diminuzione, da stagione a stagione ma era una garanzia. Vuol dire, poi, la riduzione di condizioni ambientali che consentono il sopravvivere di un certo ecosistema delle alte quote e pure minore sicurezza perché il sistema del permafrost, cioè del suolo e della roccia tenuta insieme dal ghiaccio permanente, si sfalda, con il rischio di crolli anche importanti». Così risponde Dino Zardi, docente di Fisica dell’atmosfera all’Università di Trento nonché ideatore e coordinatore del Festival di Meteorologia di Rovereto, quando gli si chiede cosa stia mostrando l’estate 2026 sulle Dolomiti. Zardi è stato ospite nei giorni scorsi, assieme ad Andrea Gallo, gestore di Capanna Punta Penia (3.343 metri), e Flavio Tolin, appassionato di meteorologia, di un incontro della rassegna «Canazei Campo Base» dedicato ai cambiamenti climatici sulle Dolomiti.

Se c’è un posto, infatti, dove i mutamenti del clima si manifestano con particolare evidenza è la montagna. E sulle Dolomiti, forse, nessun luogo li racconta meglio della Marmolada. Lo conferma Andrea Gallo, al secondo anno di gestione del rifugio in cima alla Regina delle Dolomiti: «Rispetto all’estate scorsa, che è stata tutto sommato “fresca”, quest’anno il caldo ha avuto effetti chiari. Dai primi di agosto io e il mio socio Giacomo non scendiamo più a valle, una volta in settimana per un po’ di rifornimenti, per la Via Normale del ghiacciaio che mostra condizioni pericolose, ma solo per la ferrata. Il ritiro del ghiacciaio c’è alla base ma anche nella parte sommitale con un costante rilascio di materiale detritico. Quando dalla Capanna andiamo alla Croce e osserviamo dall’alto il ghiacciaio sentiamo sempre il rumore di sassi che rotolano a valle. Finora abbiamo avuto solo una mezza giornata di neve, che si è sciolta il giorno dopo, e per il resto pioggia». Anche la disponibilità d’acqua, a 3343 metri, sta diventando un tema sempre più delicato. «La Capanna un tempo lambiva il ghiacciaio, ora si trova sopra, se fossimo 200 metri più in basso avremmo l’acqua di fusione, perciò non ci resta che raccogliere l’acqua piovana. Finora ce la siamo cavata». A questa osservazione diretta si aggiungono i dati raccolti da Flavio Tolin, che segue la Marmolada e altre cime dolomitiche attraverso stazioni meteorologiche e webcam, mettendo a disposizione di esperti e appassionati una serie di rilevazioni e osservazioni pubblicate anche sul sito www.marmoladameteo.it. «Dallo scorso aprile – sostiene Tolin – abbiamo temperature costantemente sopra la media. Veniamo, poi, da un autunno e da un inverno con poca neve, abbiamo registrato vento a 180 km/h in primavera e poi è arrivata un’estate caldissima».

Un quadro che, secondo Zardi, evidenzia in modo particolare la vulnerabilità delle Dolomiti di fronte al riscaldamento globale: «Le Alpi e quindi anche le Dolomiti, barriera naturale all’avanzamento della circolazione anticiclonica africana, sono state investite da un’eccezionale massa di aria calda che, in più episodi, ha portato lo zero termico a 5000 metri e questo vuol dire che le temperature generalmente sono più alte. Non solo, l’aria è sufficientemente calda da favorire la fusione del ghiaccio e della neve, ininterrottamente, di giorno e di notte».

Temperature elevate, dunque, ma anche fenomeni atmosferici particolarmente intensi. È il caso del vento anomalo che si è presentato in questi giorni, soprattutto in Val di Fassa, dove il 28 agosto sono stati chiusi gli impianti di risalita e oltre 1000 escursionisti sono stati recuperati in quota dal Soccorso Alpino e dai Vigili del Fuoco Volontari. «Un’atmosfera più calda – sottolinea Zardi – vuol dire un’atmosfera con più energia, che fonde il ghiaccio e secca l’aria, modificando anche il ciclo idrologico: si accelera l’evaporazione e le precipitazioni sono più irregolari ed estreme. In questo contesto di concentrazione energetica, capita che l’energia diventi cinetica, ovvero di movimento, con la comparsa di venti particolarmente tesi».

E mentre l’estate 2026 si avvia alla conclusione, lo sguardo è già rivolto alla prossima stagione calda. All’orizzonte dell’estate 2027 c’è infatti chi ha paventato nuove temperature record legate a El Niño, con possibili conseguenze anche sulle Alpi e sulle Dolomiti. Ma, almeno su questo fronte, Zardi invita alla cautela. «El Niño è un fenomeno legato al riscaldamento anomalo delle acque dell’oceano Pacifico, con effetti soprattutto sulle aree circostanti. Per Alpi e Dolomiti, invece, il legame con El Niño non è ancora scientificamente certo. Il nostro clima è influenzato maggiormente dalla circolazione dell’Atlantico settentrionale, in particolare dal rapporto tra l’anticiclone delle Azzorre e le depressioni islandesi, che può determinare il percorso delle perturbazioni verso l’Europa».

Per ora quindi, almeno a El Niño, non c’è motivo di guardare con particolare preoccupazione. Il segnale più concreto arriva invece da ciò che la montagna sta già mostrando: ghiacciai che arretrano, neve che scompare sempre più rapidamente, acqua che diventa una risorsa meno scontata e fenomeni atmosferici sempre più intensi.

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