La mostra

domenica 30 Agosto, 2026

«Dove finisce il segnale», il racconto fotografico di un giovane pastore sulle Piccole Dolomiti (dove il telefono non prende)

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La prima mostra di Massimiliano Baroni a cura di Luca Chistè è visitabile dal 1° al 27 settembre alla Biblioteca Civica G. Tartarotti di Rovereto. «Al centro la sua relazione quotidiana con la montagna»

C’è un punto, sulle Piccole Dolomiti, in cui per telefonare bisogna spostarsi. Cercare qualche tacca sullo schermo, avvicinarsi a un crinale, trovare il luogo preciso nel quale la voce riesce nuovamente a raggiungere qualcuno. Poco più in là il segnale scompare. Restano il vento, gli animali, la montagna e un tempo che non sembra più coincidere con quello di chi vive costantemente connesso. È dentro questa distanza, geografica ma soprattutto esistenziale, che nasce «Dove finisce il segnale. Storie di territori. Scelte e silenzi», prima mostra fotografica di Massimiliano Baroni a cura di Luca Chistè e visitabile dal 1° al 27 settembre alla Biblioteca Civica G. Tartarotti di Rovereto.

 

Chi è Mattia Nuresi
L’inaugurazione sarà sabato 5 settembre alle 18 mentre martedì 22 settembre, sempre alle 18, si terrà la presentazione del catalogo. Al centro di una quarantina di fotografie in bianco e nero c’è Mattia Nuresi, pastore errante di ventitré anni, originario di Padova, studi in agraria e una scelta poco consueta per un ragazzo della sua età: lavorare come pastore spostandosi dove gli allevatori hanno bisogno di qualcuno che conduca e custodisca le greggi. Baroni lo incontra sul Carega durante una delle sue camminate. Mattia sta trascorrendo lì la stagione, a circa duemila metri, occupandosi delle pecore di una famiglia di Ala. «Ci siamo messi a parlare e mi ha colpito immediatamente: è molto giovane, ma anche una persona cordiale, preparata, raffinata. Gli ho chiesto se potevo tornare a fotografarlo non tanto per raccontare il suo lavoro, quanto per provare a raccontare chi fosse, come trascorresse il suo tempo e soprattutto la scelta che aveva compiuto».

Il progetto
Da quella conversazione nasce una frequentazione che progressivamente supera il progetto fotografico. Baroni torna in montagna, trascorre del tempo con Mattia, dorme in malga, osserva le sue giornate e impara a conoscerne ritmi e silenzi. «La confidenza è arrivata quasi subito. Mattia mi ha accolto come se fossimo conoscenti da sempre. Io, però, ho cercato di fotografarlo mantenendo una certa distanza, con discrezione. Non volevo che la macchina fotografica diventasse una presenza invasiva». È proprio questa distanza a determinare lo sguardo della mostra. Perché Dove finisce il segnale potrebbe sembrare, a prima vista, un nuovo lavoro sulla pastorizia alpina, su un mestiere antico e sulla sua permanenza nel presente. Ma non è questo ciò che interessa davvero a Baroni. «Di progetti fotografici sulla pastorizia ne esistono moltissimi. A me non interessava documentare ora per ora quello che fa un pastore. Volevo raccontare Mattia, le condizioni nelle quali vive e lavora, metterlo in relazione con una montagna alta e aspra ed entrare, per quanto possibile, nell’intimità della sua scelta».

 

Il racconto di ciò che (apparentemente) lavoro non è 
Per questo nelle immagini il lavoro convive con ciò che apparentemente lavoro non è: l’attesa, una telefonata, uno sguardo rivolto alle montagne, i momenti nei quali sembra non accadere nulla. E poi il paesaggio, che non funziona come semplice fondale ma diventa misura della presenza umana. La figura di Mattia appare spesso da lontano, piccola rispetto alla vastità del territorio. Il bianco e nero sottrae alla montagna parte della sua seduzione da cartolina e lascia emergere altre cose: la luce, la materia, il tempo atmosferico, la distanza. Anche il titolo nasce da qualcosa di estremamente concreto. In quota il telefono non prende ovunque e Mattia deve cercare il segnale per chiamare la madre, la nonna, gli amici. Un gesto minimo che per Baroni ha progressivamente assunto un significato più ampio. «Ho pensato al segnale come a uno spartiacque. Da una parte c’è il nostro mondo, continuamente connesso; dall’altra rimane qualcosa di un tempo diverso, quasi ancestrale, quello della pastorizia e della solitudine in montagna. Naturalmente Mattia usa i social, come tanti giovani pastori, ma il fatto stesso di doversi spostare per telefonare crea ancora una soglia tra queste due dimensioni». Non si tratta dunque di contrapporre ingenuamente natura e tecnologia, né di immaginare la montagna come un rifugio incontaminato dalla contemporaneità. Mattia appartiene pienamente al presente. Ha un profilo Instagram, comunica, mantiene le proprie relazioni. Eppure ha scelto di trascorrere lunghi periodi in luoghi nei quali la giornata viene ancora organizzata innanzitutto dalle necessità degli animali, dalla luce e dal tempo atmosferico. È questa possibilità di stare contemporaneamente dentro e ai margini del proprio tempo ad aver interessato il fotografo. «Io ho quarantanove anni e Mattia ventitré. Siamo abituati a pensare che siano sempre i giovani a dover imparare dalle persone più adulte, ma non è necessariamente così. Anche un ragazzo di ventitré anni può insegnarti qualcosa. Si dice spesso che i giovani non siano più quelli di una volta: poi incontri persone che, con le loro scelte, smentiscono completamente questo luogo comune».

Nessuna mitizzazione
Una scelta che Baroni non vuole tuttavia trasformare in gesto eroico. Nelle fotografie non c’è l’intenzione di costruire il mito dell’ultimo pastore né di evocare nostalgicamente un mondo perduto. Ci sono invece la fatica concreta del lavoro, le condizioni meteorologiche, la solitudine, gli spostamenti e un mestiere che, ricorda il fotografo, «non è affatto semplice». Anche per questo ha scelto di evitare un linguaggio da reportage serrato: «Non gli ho mai chiesto di rifare qualcosa per poterla fotografare. Ho cercato di osservare ciò che accadeva, restando un passo indietro. Mi interessavano i gesti quotidiani, ma anche le fotografie più distanti, quelle nelle quali Mattia entra in relazione con il paesaggio». Il progetto, articolato nelle tre sezioni Contesti, Gregge e Mattia, ha trovato la propria forma definitiva attraverso il confronto con Luca Chistè, curatore della mostra. Un incontro che Baroni considera decisivo soprattutto trattandosi della sua prima esperienza espositiva: «Le fotografie sono mie, naturalmente, ma è stato Luca a vedere davvero il lavoro e a valorizzarlo. Senza la sua esperienza e il suo sguardo il progetto non avrebbe assunto questa forma e questa forza».

Un diario di riflessioni
Accanto alle immagini esiste poi un secondo racconto, fatto di parole. Durante il tempo trascorso insieme Baroni ha scritto un quaderno di riflessioni nato dal confronto con Mattia, una sorta di controcampo testuale dell’esperienza fotografica che sarà presentato, insieme al catalogo, il 22 settembre. Alla fine, allora, il segnale che scompare sulle montagne del Carega è forse soltanto il punto di partenza. Perché ciò che interessa davvero in queste immagini non è stabilire se la vita scelta da Mattia sia migliore o peggiore della nostra, né suggerire che dovremmo imitarla. È osservare qualcuno che, a ventitré anni, ha deciso quale tempo abitare, quali fatiche accettare e quale distanza prendere da ciò che sembrava già stabilito per lui. E domandarsi, mentre la sua figura si allontana dentro il paesaggio, quanto spazio rimanga ancora, nelle nostre vite continuamente raggiungibili, per scegliere davvero.

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