L'intervista

domenica 30 Agosto, 2026

Don Celestino Riz, il «multiparroco» con ventidue campanili: «Le donne diacone sarebbero d’aiuto»

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Dalla valle del Chiese alla val Rendena, il sacerdote ha ben 22 parrocchie assegnate: «Il segreto è delegare e coinvolgere»

«La messe è molta e io sono qui che non riesco a mieterla». Non c’è amarezza, ma piuttosto ottimismo nella voce di don Celestino Riz, uno dei «superparroci» del Trentino (lui si definisce «multiparroco», lo ha fatto in una pubblicazione apparsa su «Presbyteri», rivista che parla di esperienze pastorali) con le sue ben 22 parrocchie assegnate: una zona pastorale (quella di Tione) e due «unità», quella della valle del Chiese e quella della val Rendena. Quest’ultima l’ha ereditata temporaneamente, come amministratore, da don Carlo Crepaz, morto improvvisamente lo scorso 23 giugno. Di certo, essendo parroco di lungo corso, scelto dalla diocesi come referente diocesano del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, l’esperienza è dalla sua parte. «Bisogna farci la mano, certo, ma non tornerei indietro, a essere sacerdote di una sola, piccola parrocchia».
Don Celestino Riz, come è cambiato il «lavoro di prete»?
«Molto, ma gradualmente. Quando si parla di parroci che seguono molte comunità bisogna tenere presente che non si tratta di un cambiamento che ci è piombato addosso in poco tempo, ma di una trasformazione graduale. Già trent’anni fa si diceva che “il decanato (suddivisione diocesana ora abolita de facto in Trentino, ndr) sarebbe stato la parrocchia del futuro”. Non si può – e non si deve – seguire tutto come prima».
Come funziona nelle sue parrocchie?
«Sono territori che hanno le loro peculiarità, Tione e paesi limitrofi da una parte, la valle del Chiese dall’altra. Curiosamente, l’unità pastorale tra Roncone, Lardaro, Bondo e Breguzzo ha anticipato la fusione tra i Comuni, anticipando l’istituzione di Sella Giudicarie. Per quanto riguarda la val Rendena, si tratta di tre aree messe insieme solo di recente: in ogni caso le parrocchie sono cresciute insieme e si è cercato di mantenere ogni peculiarità delle singole comunità. Non esiste una ricetta che possa essere calata dall’alto».
Lei come si organizza?
«Essere multiparroco significa fare tante cose, ma da un certo punto di vista il nostro ruolo è più semplificato dal punto di vista gestionale. Ci si focalizza di più sulla missione pastorale. Certo, ci sono da spartirsi i ruoli, c’è da spostarsi, ma con il tempo mi sono abituato. Come dicevo, non c’è una ricetta unica, ma mi faccio guidare da tre parole-chiave».
Quali sono?
«Corresponsabilità, coministerialità e sinodalità. La prima riguarda tutti i battezzati, che sono chiamati a contribuire alla vita della comunità, il secondo chi ha un ministero, che non è solo quello del sacerdote, ma può essere il catechista, ad esempio. Il terzo descrive uno stile diverso di essere Chiesa ed è la sinodalità. È una prospettiva importante perché ci invita ad abbandonare il clericocentrismo: non c’è più il pastore davanti al popolo, ma in mezzo a esso».
Come si traduce in pratica?
«C’è chi lo paragona alla democrazia, ma per me è qualcosa di più, è una costruzione del consenso ascoltando tutti».
Secondo lei una mano potrà arrivare in futuro dai diaconi permanenti, spesso persone sposate e con famiglia, se il loro numero aumenterà?
«Sarebbe bello, ma è difficile. Io, peraltro, sono un propugnatore del diaconato femminile, ma capisco che sia un traguardo difficile. C’è un problema culturale che in alcuni Paesi, penso all’Italia, ma soprattutto alla Germania, è superato. La Chiesa, però, è molto più ampia. Anche per gli uomini, inoltre, è un impegno difficile: ben pochi hanno il tempo a disposizione. Vale anche per gli incarichi parrocchiali più semplici: come si fa a chiedere aiuto a chi lavora magari dodici ore al giorno?».
In questi anni di cambiamenti è cambiato anche l’atteggiamento dei laici verso i sacerdoti?
«Vedo meno ostilità anche da quelle persone che magari sono più lontane dalla chiesa. Si continua a essere un punto di riferimento, chiamati nelle più svariate circostanze: quando qualcosa non funziona in chiesa, così come quando c’è una persona in difficoltà psicologica. Insomma, si pretende che il prete sia elettricista e psicologo. Ma in compenso c’è la sensazione che la gente ci voglia davvero bene».
Un anno fa, su queste pagine, il suo «collega» don Angelo Gonzo, allora prete diocesano, ora missionario, si diceva rammaricato perché ormai veniva contattato «solo per fare i funerali»…
«Ognuno ha la propria esperienza. È verissimo: le richieste sono tante, ma sono anche un’occasione dal punto di vista pastorale: si aprono le porte della sofferenza. E si raggiunge i cuori di moltissime persone. Io vorrei, se solo fosse possibile, seguire chi ha avuto una perdita anche dopo i funerali. È un modo per svolgere la nostra missione, stare vicini ai “poveri”. Che non sono solo le persone in difficoltà economica, ma i tanti che si trovano a essere piegati su se stessi».

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