La storia

domenica 23 Agosto, 2026

Per 36 anni è stato un volto dei mercati, va in pensione Remo Bugoloni. «Io non vendevo soltanto formaggio, rappresentavo il territorio»

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L’ultimo mercato a Trento tra abbracci e lacrime dei clienti affezionati

Sessant’anni, trentasei dei quali trascorsi nel settore lattiero-caseario, Remo Bugoloni si prepara ad andare in pensione. Dal giugno del 1990 ha fatto delle valli, delle piazze e dei mercati il proprio luogo di lavoro, vendendo e distribuendo prodotti caseari. Un’attività che, accanto alla dimensione strettamente commerciale, si è fondata soprattutto sulla continuità di un rapporto personale con la clientela.
Il suo lavoro seguiva un itinerario preciso, scandito da giornate e orari fissi: un appuntamento che, settimana dopo settimana e anno dopo anno, si era consolidato nelle abitudini di molte persone. C’erano clienti che lo attendevano sapendo esattamente quando sarebbe passato nella loro zona; altri che lo incontravano regolarmente nei mercati fissi. Un’attività itinerante nella quale alla vendita del prodotto si accompagnavano la conoscenza diretta delle persone, la conversazione e la costruzione, nel tempo, di un rapporto di fiducia.
«Remo ha sempre dimostrato grande sensibilità e capacità umana, trasmettendo i valori di una persona profondamente vicina all’azienda», sottolinea Sergio Paoli, direttore di Latte Trento. «Ha avuto una notevole capacità di proporre e valorizzare i nostri prodotti, ma soprattutto d’instaurare rapporti, sia umani sia commerciali. Per noi è stato un grande collaboratore: gli siamo riconoscenti per tutto ciò che ha fatto in questi anni».

Ora, dopo le ferie che si concluderanno il 31 agosto, per Bugoloni inizierà la pensione. Prima di lasciare definitivamente l’attività, nei prossimi mesi affiancherà la persona chiamata a raccoglierne il testimone. Il congedo dal suo pubblico è però già avvenuto giovedì 13 agosto, col suo ultimo mercato a Trento: un appuntamento vissuto con il groppo alla gola, tra saluti, abbracci e le lacrime di chi, per decenni, non ha visto in lui soltanto il venditore di formaggi, ma una presenza familiare e un punto di riferimento.
Bugoloni, com’è cominciata questa lunga avventura?
«È cominciata soprattutto dalla voglia di stare in mezzo alla gente ed ascoltare. Prima facevo il muratore, poi, abitando vicino al caseificio di Fiavé, ho deciso di percorrere questa strada, innamorandomi, lungo il tragitto, non solo delle persone ma anche del lavoro. Il mio primo mercato è stato l’8 giugno 1990, a Montichiari. Poi, passo dopo passo, questo lavoro è cresciuto insieme a me. Posso dire che mi ha dato moltissimo dal punto di vista personale: l’ho scelto con amore e l’ho sempre fatto con amore».

Come si svolgeva una sua giornata tipo?
«Era una giornata lunga. Per essere sul mercato alle sei del mattino mi alzavo verso le quattro e mezza. Preparavo tutto, sistemavo il banco e cominciava la giornata. Si lavorava fino al primo pomeriggio, cercando di dare il meglio a ogni cliente. Poi si rientrava, si facevano gli ordini per il giorno successivo e iniziava la pulizia. Ho sempre tenuto molto all’ordine, alla precisione e alla responsabilità: sono aspetti che considero parte del rispetto che si deve al proprio lavoro e alle persone».

In trentasei anni è cambiato anche il modo di acquistare e di consumare il formaggio?
«È cambiata molto la cultura del mangiare e sono cambiate le famiglie. Una volta il formaggio era un elemento fondamentale del pasto, qualcosa che non poteva mancare in tavola. Oggi è ancora molto apprezzato, ma spesso è diventato un complemento. Ci sono più clienti ma le famiglie sono più piccole e anche le quantità acquistate sono cambiate. È cambiata la mentalità e i clienti sono diventati più esigenti».
Qual è il ricordo più bello che porterà con sé?
«Il mio lavoro e i miei clienti. Sono loro il ricordo più grande e la cosa che più mi mancherà. Con il pensionamento si chiude una lunga storia fatta conoscenza ed amicizia. Dopo tanti anni, infatti, non si vende più solo un prodotto, ma si crea un rapporto, ci si conosce, ci si vuole bene. Per questo vorrei ringraziare i clienti per la fiducia che mi hanno dato e l’azienda, insieme agli allevatori che tengono in piedi una parte fondamentale dell’economia di montagna e del nostro territorio».
Che futuro vede per un mestiere come il suo?
«Temo che sia un lavoro destinato, almeno in questa forma, a scomparire. Oggi si compra anche online, tutto diventa più veloce, digitale, automatico. Ma questo è un lavoro che non si può fare soltanto da una tastiera. Il progresso porta tante cose positive, ma può farci perdere quel rapporto diretto che dava un valore diverso anche al prodotto. Io non vendevo soltanto formaggio: in qualche modo rappresentavo il territorio e tutte le persone che lavorano dietro quella filiera. E insieme al prodotto si costruiva un rapporto, un vissuto, un ricordo. Mi auguro che il mio lavoro non vada a perdersi, che qualcuno trovi la stessa soddisfazione che ho trovato io. Questa è stata la mia fortuna: dopo trentasei anni posso guardarmi indietro ed essere stanco, sì, ma soprattutto soddisfatto».

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