La recensione

martedì 28 Luglio, 2026

The Odyssey, il film monumentale di Nolan ci ricorda perché il cinema può ancora stupire (e dividere il pubblico)

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Il kolossal, che in soli dodici giorni ha oltrepassato i 650 milioni di dollari di incassi, è diventato un fenomeno culturale

«The Odissey» non è soltanto un film, è un fenomeno culturale. Il kolossal di Christopher Nolan si avvia ad essere uno dei più grandi successi della storia del cinema recente: in soli 12 giorni ha oltrepassato i 650 milioni di dollari in tutto il mondo e nel mercato cinese uscirà solamente a metà agosto. In Italia marcia con numeri stupefacenti e ha dato vita al miglior mese di luglio per incassi dell’era Cinetel, in un Paese dove l’estate non ha mai favorito le sale. Il primo dato interessante non è tanto l’affluenza, tutto sommato attesa dato il clima di evento che da sempre caratterizza il cinema di Nolan e la natura del prodotto stesso, quanto l’incredibile mantenimento del livello di incassi giorno dopo giorno, cosa assai rara per quello che si presenta come un blockbuster.

Il motivo, oltre che dall’efficacia della strategia promozionale, è dato dal passaparola sostanzialmente positivo, per cui il pubblico sceglie di riempire le sale (anche da noi in regione con lunghe code in attesa) e di partecipare attivamente al fenomeno, ormai imperante su tutti i social network. Da qui giunge l’eco dell’intenso dibattito in corso, parte integrante dell’esperienza. Un film come «The Odissey» è divisivo per sua natura. La stessa promozione nasce cavalcando l’onda di chi mesi fa non vedeva l’ora di assistere allo spettacolo e di chi lo stroncava a priori, invocando il tradimento delle nostre origini culturali. In particolare quest’ultimo atteggiamento suona un po’ paradossale e non considera l’idea stessa di adattamento cinematografico, dato che proprio il confronto, la rilettura, la trasformazione dell’archetipo culturale sono elementi alla base dell’evoluzione stessa di un linguaggio artistico. E il cinema, che ormai ha 130 anni, non può più essere ritenuto in qualche modo inferiore ad altre forme di comunicazione con cui sceglie di mettersi in relazione.

Al di là dell’acceso confronto in rete, per quanto concerne il film restano oggi salde alcune convinzioni: «The Odissey» è un film da vedere? Certamente, senza dubbio alcuno, possibilmente in una sala con il miglior impianto audio/video a disposizione (ricordiamo che la visione in pellicola IMAX 70mm scelta da Nolan è possibile solamente in 41 sale in tutto il mondo, nessuna delle quali si trova purtroppo in Italia). È necessario essere profondi conoscitori dell’opera letteraria per apprezzare il film? No. Più o meno tutti conoscono in qualche modo i principali snodi della storia e il film ha il grande pregio di utilizzare un linguaggio assolutamente comprensibile ad un pubblico estremamente variegato, altro elemento alla base del notevole successo. I cambiamenti rispetto al testo di Omero sono un problema? Per il film, no. Non lo sono né sotto il punto di vista delle discusse scelte di casting, né sotto il profilo della struttura narrativa, che opera tagli e modifiche per ottenere sostanzialmente due scopi: rendere chiara la visione del proprio autore e reggere, oggettivamente quasi senza fatica, le tre ore di narrazione.

Si potrà poi discutere del fatto che la scelta di descrivere Ulisse come un uomo tormentato dal senso di colpa, consapevole figura di passaggio tra le epoche, possa non essere efficace, ma un raffronto in tal senso col testo di partenza non è di fatto particolarmente proficuo: il film rielabora e porta a termine la sua riflessione, che è propria di Nolan, e nella quale rientra molto del suo cinema. Sembra quasi di assistere ad un naturale complemento ai temi di «Oppenheimer», con l’umanità destinata a cambiare profondamente dopo che la guerra si è evoluta in qualcosa di diverso e un protagonista schiacciato dal peso delle proprie scelte. Un nuovo tentativo di rappresentazione filologica del testo originale avrebbe prodotto un film molto diverso, ma non necessariamente più interessante o efficace.

«The Odissey», piaccia o meno (a chi già da prima non amava Nolan difficilmente piacerà), è un film che riflette sul cinema stesso: è magniloquente, fisico, tangibile, materico, impressionante sotto il profilo visivo e sbalorditivo sotto quello uditivo. E paradossalmente funziona di più proprio dove rischia maggiormente in tal senso: la rappresentazione oscura di Agamennone, la cupa sequenza dell’Ade, gli squarci horror di Polifemo e Circe. Ci si può poi interrogare su tante scelte, alcune nettamente più deboli: dal ruolo di Athena affidata ad una poco efficace Zendaya, all’estetica eccessivamente lirica di Calipso, passando per un eccessivo confronto finale con i Proci ed un passaggio troppo rapido tra Scilla e Cariddi. Ma è sufficiente la coraggiosa scelta nella sequenza delle sirene, in un film che altrove si sforza di mostrare tutto il mostrabile e di far udire tutto l’udibile, a far comprendere che c’è una riflessione continua sulla messinscena, sulla luce, sul ruolo del sonoro, sulla composizione.

Quanti primi piani per un film così maestoso: la componente umana è fondamentale, sarebbe un errore limitarsi a considerare le suggestive ambientazioni. In questa versione perfino il ruolo degli dei è marginale, gli uomini sono artefici del proprio destino. E pertanto il resoconto di Troia, angoscioso e brutale, spogliato di ogni epica gloria, dà sostanza e profondità alla riflessione del regista sulla guerra. L’incipit con l’aedo/rapper Travis Scott, invece, ci traghetta da subito nella contemporaneità. Un cinema estremamente ambizioso, che tocca vertici impressionanti e talvolta scade in fragilità, guardando ad una forma d’arte il più possibile pura e che necessita di un lavoro maniacale e ossessivo. Piaccia o meno, «The Odissey» ci ricorda qualcosa che il cinema contemporaneo sembra talvolta dimenticare, ossia che la fiducia nel mezzo non nasce solamente dalla tecnologia, ma dalla convinzione che un’immagine possa ancora stupire, emozionare ed interrogare lo spettatore. Si tratta di un atto di fede nel cinema. E proprio in quanto atto di fede, comprensibilmente, non è per tutti.

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