L'intervista
lunedì 20 Luglio, 2026
Il futuro del Muse per il direttore Massimo Bernardi: «Ridisegnare il museo ai tempi dell’Antropocene per responsabilizzare di più i cittadini»
di Mattia Caneppele
Al centro del nuovo Piano Strategico 2026-2028 una visione che rende la struttura uno spazio capace di leggere le grandi trasformazioni del presente
Ridisegnare il museo ai tempi dell’Antropocene. È questa la sfida che Massimo Bernardi, direttore del Muse dal novembre 2024, pone al centro del nuovo Piano Strategico 2026-2028. Una visione che rende il museo uno spazio capace di leggere le grandi trasformazioni del presente e di offrire ai cittadini strumenti di comprensione e partecipazione. A partire da oltre 520mila presenze registrate nel 2025, il Muse guarda al futuro puntando su ricerca, persone, internazionalizzazione, formazione di un museo esteso e, ovviamente, Antropocene.
Direttore Bernardi, è trascorso oltre un anno e mezzo dal suo insediamento alla guida del Muse. Che bilancio traccia di questo primo periodo?
«Il Muse godeva già di un’ottima reputazione, di una forte frequentazione e di un solido radicamento nel mondo della ricerca. Il nostro obiettivo nell’ultimo periodo non è stato quello di ricercare una crescita quantitativa, ma di rafforzare la qualità dell’azione del museo soprattutto alla luce del nuovo Piano Strategico».
La rete del Muse ha chiuso il 2025 con oltre 520mila presenze. Come interpreta questi dati?
«La performance rimane molto positiva. Il Muse continua a essere uno dei musei più frequentati d’Italia e il secondo museo scientifico del Paese. È la dimostrazione che quella del Muse è stata una sfida vinta. Il calo di ventimila visitatori nella sede di Trento non ci preoccupa: stiamo lavorando per migliorare la qualità della visita, non per aumentare i numeri. Una delle principali sfide è la destagionalizzazione dei flussi, distribuendo meglio le presenze nell’arco dell’anno. Stiamo investendo molto nei servizi ai visitatori e il futuro riallestimento delle sale offrirà nuove ragioni per visitare il museo».
Per passare al futuro, il Piano Strategico 2026-2028 rappresenta una profonda trasformazione del museo. Perché oggi è necessario ridefinirne il ruolo?
«Perché sono cambiati il mondo e i visitatori. Ora il museo ha sempre più una funzione personalizzata: ogni persona entra con motivazioni diverse e con modalità di fruizione profondamente cambiate. Per questo dobbiamo ripensare sia il linguaggio sia la museografia. Il riallestimento delle sale è pensato proprio per avere un museo al passo con le trasformazioni del presente. Nel nuovo assetto si ridurrà la componente digitale per favorire un’esperienza più fisica, partecipata e relazionale. Ma il cambiamento maggiore sarà legato ai contenuti. Vogliamo leggere la ricerca scientifica attraverso le grandi trasformazioni del presente e offrire uno spazio nel quale le persone possano confrontarsi con le crisi ambientali, sociali ed economiche senza uscirne scoraggiate, ma con la consapevolezza che esistono possibilità di azione».
Il concetto di Antropocene è il pilastro portante del Piano Strategico. Che cosa significa per il Muse?
«L’Antropocene non è semplicemente un tema scientifico: è la condizione storica nella quale viviamo, frutto dell’azione umana che ora incide anche sui processi geologici della Terra. Le trasformazioni ambientali, economiche, geopolitiche e sociali producono spaesamento e fragilità, e il visitatore entra nel museo portando con sé questo stato d’animo. Per questo il museo deve aiutare a interpretare il presente: il nostro compito è divulgare le evidenze scientifiche, mostrare le conseguenze delle diverse scelte e responsabilizzare i cittadini. Chi esce dal museo sarà libero di decidere come agire, ma lo farà con una maggiore consapevolezza e fiducia nella scienza».
Come si collegano gli altri pilastri del Piano Strategico a questa nuova visione di museo?
«Gli altri pilastri non sono elementi separati, ma conseguenze di questa nuova idea di istituzione culturale. Così, il museo esteso nasce come concetto che integri quello di museo diffuso con sedi territoriali e che lo superi, intensificando il lavoro con il territorio, avviando collaborazioni generali con istituzioni pubbliche e private. La ricerca, invece, viene ripensata come un laboratorio ecologico interdisciplinare, razionalizzando gli ambiti di azione del museo e riducendone l’eterogeneità. Parallelamente, stiamo pensando all’internazionalizzazione portando il Muse nelle grandi reti museali internazionali e attraendo un numero crescente di visitatori stranieri, per cui sarà necessario aumentare l’attrattività del sistema integrando maggiormente cultura e turismo. Infine è fondamentale pensare alle persone, rendendo il museo un servizio pubblico essenziale per il benessere».
Come immagina il Muse alla fine di questo progetto di profondo ripensamento?
«Vorrei un museo capace di stimolare e di far riflettere su come viviamo. Non un luogo dove si entra semplicemente per imparare qualcosa, ma uno spazio nel quale si percepisca una dimensione collettiva, sociale ed ecologica che nella vita quotidiana spesso sfugge. Già quest’anno inaugureremo il Parlamento della Biodiversità, un progetto che anticipa la filosofia del futuro riallestimento: riconoscere valore alla biodiversità significa riconoscere l’altro da noi come un soggetto con cui costruire una relazione e non soltanto una risorsa da utilizzare. Allargando lo sguardo, in prospettiva, immagino anche un sistema culturale trentino più integrato e coeso. Le sfide che affrontano musei, fondazioni e istituzioni culturali sono comuni. Sarebbe importante costruire una strategia condivisa, capace di mettere in rete le competenze e le risorse, offrendo ai visitatori un’esperienza culturale unitaria, strettamente connessa al marketing territoriale. È questa la direzione nella quale credo debba andare il Muse: essere un motore di ricerca, di cultura e di coesione per tutto il Trentino».
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