La testimonianza

sabato 13 Giugno, 2026

Se la cultura è un lavoretto, Giorgia, guida al Muse di Trento: «Ho due lauree e sono pagata 11 euro all’ora»

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Anche lei al presidio organizzato dalla Cgil: «Impossibile starci dentro quando gli affitti arrivano a 800 euro»

I dipendenti della cultura trentina scendono in piazza per protestare contro salari inadeguati, contratti precari e impropri e spesso obbligati al part-time. In una Trento sempre più costosa, con prezzi degli affitti sempre più alti e carovita alle stelle, più di 40 persone, tra dipendenti scontenti, ieri pomeriggio si sono radunate all’incrocio tra via Verdi e via Rosmini, in prossimità del Dipartimento di Sociologia di Trento.
Si tratta di un presidio organizzato da quattro sindacati Cgil Funzione pubblica, Filcams, Slc e Nidil, che rappresentano i lavoratori che operano all’interno di musei, spazi archeologici, biblioteche e teatri del Trentino. Tra loro, qualcuno aveva anche dei cartelloni provocatori con scritto «Parlo con tutti ma non arrivo a fine mese», «Flessibile il mio contratto… fisso il mio sfruttamento» e «La cultura non si vende ma si difende». Tutti slogan che spiegano bene il malcontento generale di questi lavoratori, i quali richiedono a gran voce maggior equità salariale e meno precarietà. L’organizzatrice del presidio Gabriella Galli (Funzione pubblica Cgil) ha spiegato nel concreto quali sono le richieste urlate nella piazza dai presenti: «La richiesta più importante è l’equità dei diritti, che devono essere uguali per tutti quanti. Il problema principale è questa frammentazione: lavoratori che svolgono la stessa mansione si ritrovano contratti differenti. Inoltre, il problema principale è che questo lavoro non viene preso sul serio, perché a tutti noi piace andare nei musei o a teatro eppure ciò che ci viene detto è che un “lavoretto”, lo fai per qualche anno e poi ti trovi “un lavoro serio”».

Altra grande criticità, conclude la funzionaria di Fp Cgil, è presente nella gestione dei contratti, più in particolare nel «cambio degli appalti perché è capitato che un contratto venisse rivendicato in un appalto e poi la cooperativa ne adottava un altro». La parola è passata poi ai diretti interessati, cioè ai lavoratori, coloro che vivono quotidianamente sulla propria pelle le difficoltà. Tra loro c’è Giorgia Alberti, educatrice museale del Muse di Trento, che a stento riesce ad arrivare a fine mese: «Chi fa la guida nei musei ha almeno una laurea, ma la maggior parte, come la sottoscritta, ne ha due; altri hanno dottorati, esperienze all’estero, certificazioni di lingua straniera ma la paga è solo di 11 euro lordi l’ora. In una provincia in cui gli affitti sono arrivati anche a 800 euro non riusciamo più a vivere, anzi a sopravvivere. La cosa triste è che il mio contratto è un part-time obbligato, neanche volendo potrei lavorare di più». C’è poi la segretaria generale di Nidil Trento Giulia Indorato, rappresentante per i lavoratori autonomi e partite Iva che vengono inseriti nei contratti culturali: «Quando si tratta di lavoro autonomo, si viene a creare una situazione in cui chi paga gioca al ribasso con i singoli lavoratori autonomi. È per questo che tra i punti della piattaforma c’è anche la richiesta di particolari e nuove identità di lavoro legate all’equo compenso». A chiudere Alberto Bellini, segretario di Fp Cgil del Trentino, che ha riassunto i punti della protesta: «Dal Muse al Mart fino alle aree archeologiche, si trovano lavoratori sotto pagati, che vengono pagati come diplomati nonostante abbiano titoli di studio ben più che superiori».