Economia
domenica 7 Giugno, 2026
Lavoro nero, la Cgia stima oltre 21mila irregolari in Trentino: un business sommerso da 728 milioni di euro
di Redazione
Il rapporto dell'Ufficio studi fotografa l'economia irregolare in Italia. In provincia il tasso sfiora l'8 per cento, un dato in linea con l'Alto Adige e inferiore rispetto alla media nazionale
Secondo un’analisi dell’Ufficio studi della Cgia su dati Istat riferiti al 2023 , il volume d’affari generato dall’economia sommersa in Italia supera i 77 miliardi di euro all’anno. Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7 per cento) si concentra nelle regioni del Sud, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Ma il lavoro sommerso è sempre più diffuso anche nel Centro-Nord. A livello settoriale, le situazioni più critiche si riscontrano nei servizi alla persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8 per cento. In questo comparto rientrano soprattutto colf, badanti e altre figure impegnate nell’assistenza domestica. Seguono l’agricoltura, con un tasso di irregolarità del 20,8 per cento, e le attività artistiche e di intrattenimento. Gli episodi recenti di Amendolara, in Calabria, hanno riportato alla ribalta la questione caporalato. Spiega la Cgia di Mestre nel suo rapporto: «Il fenomeno del lavoro nero/forzato è legato al caporalato. Anzi, in moltissimi casi il primo è l’anticamera del secondo; non solo in agricoltura o nell’edilizia, ma anche nel tessile, nella logistica, nei servizi di consegna e di assistenza. Ad essere sfruttati sono i più fragili, come le persone in condizione di estrema povertà, gli immigrati e le donne».
In Italia si calcolano oltre 2,6 milioni di lavoratori in nero.
I dati trentini sono al di sotto della media nazionale: si stimano 21.600 lavoratori non contrattualizzati, con un tasso di irregolarità che sfiora l’8% (in Calabria si tocca il 18%). Dati simili al vicino Alto Adige. Il lavoro nero in provincia di Trento vale circa 728 milioni di euro. In Lombardia, per un raffronto, pesa 12,3 miliardi. In percentuale, le regioni in cui il lavoro nero pesa di più sul valore aggiunto del lavoro totale sono la Calabria, la Campania, la Sicilia e la Puglia, con valori tra 8 e 6%.
Secondo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, agricoltura ed edilizia continuano a registrare il maggior numero di casi accertati, ma situazioni rilevanti emergono anche nella logistica e nell’assistenza domiciliare. Accanto alle forme tradizionali di sfruttamento, si stanno infine diffondendo nuove modalità riconducibili al cosiddetto «caporalato digitale». In questi casi il ruolo del caporale viene sostituito da piattaforme informatiche, software e algoritmi che organizzano, controllano e valutano l’attività dei lavoratori, arrivando talvolta a determinarne l’accesso o l’esclusione dal mercato del lavoro (ovvero i rider). Lo sfruttamento di occupati irregolari che esercitano un’attività lavorativa è in palese violazione delle norme tributarie, contributive e di sicurezza nei luoghi di lavoro.
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