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mercoledì 3 Giugno, 2026

I nuovi segreti di Ötzi: i microbi della mummia che resistono al freddo da 5000 anni (e possono interessare l’industria)

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Un nuovo studio rivela che la mummia non è una reliquia statica ma un sistema biologico dinamico, tra batteri scomparsi nell'uomo moderno e funghi resistenti al freddo con potenziali applicazioni industriali

La mummia del Similaun continua a sorprendere gli scienziati a più di trent’anni dal suo ritrovamento. Un nuovo studio internazionale, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Microbiome, ha rivelato che Ötzi non è una reliquia statica, ma un sistema biologico dinamico. Grazie a metodologie scientifiche all’avanguardia, un team di ricerca è riuscito a mappare il microbioma della mummia, distinguendo con precisione i microrganismi già presenti nel corpo di Ötzi in vita da quelli che lo hanno colonizzato dopo la morte, sia durante i millenni trascorsi nel ghiacciaio sia nei tre decenni di conservazione museale.

Analizzando i campioni di tessuto interno, l’acqua di scongelamento e il contenuto dello stomaco, i ricercatori hanno individuato tracce del microbioma intestinale originario di Ötzi. I dati biologici raccolti mostrano una sorprendente somiglianza con la flora batterica delle popolazioni umane preistoriche. Nello stomaco e nell’intestino degli esseri umani odierni che vivono nelle società industrializzate, questi batteri sono ormai quasi del tutto scomparsi, ed è per questo che Ötzi offre una rara e preziosa visione del passato microbico dell’uomo. Per comprendere l’impatto dell’ambiente circostante, gli scienziati hanno persino analizzato un campione di terreno prelevato e congelato nel 1991 sul luogo del ritrovamento, incrociando i dati con la flora originaria della mummia di oltre cinquemila anni fa.

La scoperta più sorprendente riguarda però l’isolamento di particolari specie di lieviti adattate al freddo, individuate sulla pelle, nell’acqua interna e nel contenuto gastrico della mummia. Le analisi genetiche hanno rivelato una stretta parentela con ceppi provenienti dall’Antartide, suggerendo che questi microrganismi provengano dall’ambiente glaciale e abbiano accompagnato la mummia per millenni. Durante i test di laboratorio, i ricercatori hanno estratto sia DNA fortemente degradato e antico, sia DNA moderno ben conservato. Questa combinazione genetica è il segno inequivocabile che i microbi sono ancora vivi e continuano a esistere nelle attuali condizioni di conservazione del museo, fissate a sei gradi sotto zero con elevata umidità, probabilmente in uno stato di temporanea quiescenza.

Lo studio, di cui il microbiologo Mohamed S. Sarhan è primo autore, ha sollevato un dettaglio ironico e affascinante sul modo in cui le passate misure di conservazione abbiano involontariamente nutrito alcuni microbi. Subito dopo il ritrovamento, sulla superficie di Ötzi venne utilizzato il fenolo per eliminare eventuali infestazioni di funghi. I dati genetici attuali dimostrano che tre dei quattro lieviti mappati hanno sviluppato la capacità di degradare il fenolo, utilizzandolo come fonte di nutrimento per sopravvivere fino ai giorni nostri. Questo dimostra una incredibile continuità evolutiva, confermando che la mummia ha continuato a modificarsi chimicamente insieme ai suoi microscopici ospiti.

I risultati di questa ricerca non si fermano alla pura archeologia, ma aprono scenari futuri inaspettati che uniscono la massima tutela del reperto all’innovazione tecnologica. Sul fronte museale, la direttrice del Museo Archeologico dell’Alto Adige Elisabeth Vallazza e l’esperto di conservazione Marco Samadelli confermano che un monitoraggio microbiologico accurato garantirà la protezione della mummia per le prossime generazioni, ampliando le conoscenze sulle mummie glaciali che non sono ancora state comprese appieno. Al contempo, si aprono grandi opportunità per la bioeconomia poiché i microrganismi che prediligono le basse temperature potrebbero essere impiegati in processi industriali ad alta efficienza energetica, come le fermentazioni industriali a freddo, riducendo sensibilmente i consumi di carbonio. Come conclude il direttore dell’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research, Frank Maixner, questi lieviti hanno accompagnato Ötzi nel suo lungo viaggio attraverso i millenni, trasformando la mummia del Similaun in una risorsa fondamentale sia per la storia della medicina sia per la sostenibilità del futuro.