L'editoriale
giovedì 2 Aprile, 2026
Il calcio da riformare
di Lorenzo Fabiano
Dalle notti magiche siamo passati alle notti tragiche. Oggi in Italia il calcio non la fa più da padrone assoluto, e per fortuna: serve il coraggio di guardarsi allo specchio e inorridire per cosa si è diventati
Avevo otto anni quando vidi per la prima volta l’Italia a un Mondiale. Andò malissimo in Germania nel 1974: arrivammo in fanfara da vicecampioni del mondo, ci spedirono a casa al primo turno a pedate nel sedere coi nostri immigrati in Germania imbufaliti per l’umiliazione subita. Era quella una squadra piena di campioni, ma vecchia, che praticava un calcio altrettanto vecchio e si perse in mille baruffe. Fine di un ciclo. Ne avevo 12 di anni, quando la vidi per la seconda volta, in Argentina nel 1978, dove fece invece un figurone e il «Vecio» Enzo Bearzot gettò le basi per il trionfo di quattro anni dopo in Spagna.
Oggi, nello sconforto, penso a quei ragazzini di otto e dodici anni, che l’Italia a un Mondiale non l’hanno ancora mai vista. Dalle notti magiche alle notti tragiche, che tristezza. Va così, ci siamo abituati al peggio. Un bel Mondiale non lo facciamo da vent’anni, quando lo vincemmo in Germania nel 2006; da allora ne abbiamo fatti altri due, 2010 e 2014, finiti presto con due eliminazioni al primo turno condite da figuracce con Nuova Zelanda e Costarica. Poi il nulla. Tre volte a casa, castigati da Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia, mica Spagna, Francia e Inghilterra. Perché, se un tempo ai Mondiali l’Italia giocava per vincerli, oggi gioca per cercare di parteciparvi. Un’amara realtà che fa tutta la differenza di questo mondo.
Le ragioni del tracollo sono trite e ritrite: il calcio italiano è malato da tempo, sennonché il dottore bravo per farsi curare non lo chiama e insiste a ricorrere di facciata alle curette palliative. Col risultato che il malato è sempre più grave. Si va da una federazione immobile e incapace di fare una sola riforma, una federazione gestita da politicanti campioni di poltronismo, ai potentati dei club, quelli stessi club sottomessi a loro volta ai potentati dei procuratori, fino a un’incontrollata invasione di calciatori stranieri (alla faccia dello sbandierato sovranismo), con un’alta percentuale di bidoni e i giovani italiani parcheggiati in giro per il mondo in attesa di sapere cosa fare da grandi (e in tanti si perdono).
Se ben oltre il 70% dei giocatori del nostro campionato sono stranieri, è assai difficile pensare che la Nazionale possa andar bene. Abbiamo persino l’ardire di celebrare il Como delle meraviglie, sebbene abbia una proprietà straniera, un allenatore straniero, e in campo neanche un italiano. Roba che Tafazzi è un dilettante al confronto. Non è che i club, coi bilanci in rosso rubino intenso come un calice di Teroldego, vadano poi meglio: la Serie A è da anni il falò della mediocrità, e in Europa le nostre squadre vengono regolarmente sculacciate. Non da ultima la benemerita Inter, la squadra italiana più forte, fatta fuori in Champions League da degli onesti norvegesi pescatori di aringhe.
Già, i norvegesi; sette pappine ci hanno rifilato nei due incontri nel girone di qualificazione. Qualcosa vorrà pure dire. Ma non è solo questo, tutti i campionati europei sono pieni zeppi di calciatori stranieri, ma a pagare dazio al sistema globalizzato siamo solo noi. E allora, come la mettiamo? Innanzitutto, bisognerebbe guardare un attimino più in là del nostro naso. La società italiana è cambiata, si è evoluta: se un tempo i bambini nascevano (oggi in un Paese di vecchi ne nascono sempre meno) e appena erano in grado di stare sulle proprie gambe sognavano di giocare a pallone, oggi non è più così. Il raggio dello sport italiano si è allargato di parecchio, il calcio non la fa più da padrone assoluto. E per fortuna, perché l’Italia è uscita dal monopolio, e ora brilla e vince in tante altre discipline. Anche grazie, va detto, a ragazzi italiani di seconda generazione, come ad esempio vediamo nell’atletica, che è risorta dopo anni nelle ceneri. Le Olimpiadi, estive e invernali, ci dicono esattamente questo. Ecco, facciamo che passare nel giro di un mese dai successi di Milano-Cortina alle miserie di Zenica è stato un pugno allo stomaco. Doloroso, e non è stato certo il primo (temo neppure l’ultimo). Lo sanno anche i ciottoli dell’Appia Antica che il calcio italiano ha bisogno di riformarsi, di uscire dai suoi assurdi privilegi di Paperopoli, ma soprattutto di aprirsi alla società come un modello educativo e attrattivo, cosa che assolutamente non è. Motivo per cui al campo da pallone, dove fioccano bestemmie, insulti e gazzarre, i genitori preferiscono far crescere i propri figli su una pista di atletica, una pista da sci, un campo di rugby, un campo da tennis, un rettangolo di pallavolo. E via così. Abbia il coraggio di guardarsi una buona volta allo specchio il nostro calcio, inorridire per cosa è diventato, e avere l’umiltà di farsi delle domande e lavorare sulle risposte da trovare per rinascere con le persone giuste nei posti giusti, gente del calcio e non prestata al calcio. La nottataccia di Zenica a questo dovrebbe almeno servire.
Perdonate il pessimismo, che se non è ancora cosmico poco ci manca, ma ne dubito. A Pasqua torna il campionato, con le sfide in pompa magna, Inter-Roma e Napoli-Milan: i titoli dei giornali saranno su questo, e l’ennesima puntata della tragicommedia della Nazionale finirà agli archivi come polvere sotto i tappeti. Direbbe il grande Francesco Nuti: «Vogliamo farci del male? E facciamoci del male». C’era una volta l’Italia del pallone, oggi c’è l’Italia nel pallone. Bene, ma i signori del calcio lo sanno?
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