La storia
sabato 14 Marzo, 2026
Il caso irrisolto di Cles: l’omicidio impunito (nel 1946) di Maria Gebelin e la leggenda delle monete d’oro nascoste in cantina
di Michele Bellio
Dalla piccola bottega di alimentari alla nascita dell’albergo «Chiavi d’Oro»: la ricostruzione di un delitto che scosse il dopoguerra, tra dicerie popolari e una giustizia che non è mai arrivata
La mattina del 6 luglio 1946 Cles si svegliò con una tragica notizia. Nel suo appartamento a Pez veniva trovata morta Maria Gebelin, soprannominata la «Maria Massima». La donna, nubile e ultima di cinque sorelle, tutte nate nell’edificio che oggi ospita il Bar Lanterna Magica, gestiva il negozio al pianterreno, una piccola rivendita di alimentari con mescita vini, sali e tabacchi. All’epoca, dal negozio, che aveva anche una cantina sotterranea direttamente collegata all’esercizio, saliva una scala interna che conduceva ai piani superiori, dove si trovava anche l’umile residenza della commerciante. Quella mattina la gente aveva atteso pazientemente in coda che il negozio aprisse come di consueto, ma dopo poco tempo si era fatto strada il sospetto che qualcosa non andasse ed era stato allertato il nipote della titolare, Edoardo Valentinotti, proprietario dell’omonima ferramenta in Piazza Granda. Grazie all’intervento del dirimpettaio fabbro Lorenzoni era stata forzata la porta del negozio e un piccolo gruppo di persone si era introdotto nell’edificio alla ricerca della donna.
Poco dopo, l’agghiacciante scoperta: la porta dell’appartamento era aperta, Maria giaceva nel suo letto, legata con un lenzuolo e imbavagliata, vittima di una brutale aggressione. Non è chiaro se la donna, all’epoca settantaduenne, fosse morta più per il comprensibile spavento derivante dall’agguato, che per un effettivo strangolamento, come invece riportano i numerosi documenti dell’epoca. Scoperto il delitto, fu immediatamente dato l’allarme. Al termine dell’indagine i carabinieri conclusero che nel negozio non era stato rubato nulla, la porta dell’appartamento non risultava danneggiata, probabilmente l’aggressore si era nascosto durante il giorno nelle cantine e nottetempo era salito fino all’appartamento, trovando la porta già aperta o utilizzando una sorta di passepartout per aprirla.
Portate a compimento le sue intenzioni criminali, era poi uscito da una finestra facendo perdere le sue tracce. Un passante avrebbe poi riferito di aver udito dei lamenti mentre rincasava intorno alle 23, senza però farci troppo caso. Per giorni, raccogliendo anche le testimonianze del rione, i carabinieri si interrogarono sul movente, dato che la donna non aveva mai dato evidenza di possedere o nascondere oggetti preziosi, anzi: il suo stile di vita era estremamente spartano, così come l’arredo della sua residenza.
Ovviamente l’attività commerciale, in un’epoca di immediato dopoguerra, quando molti soffrivano la povertà e non mancavano segni di disperazione sociale, era una garanzia di costante flusso di denaro, ma l’ipotesi più accreditata è che il malvivente si fosse lasciato influenzare dalle dicerie di quello che i giornali dell’epoca definiscono «Il popolino». Il padre di Maria, Massimo Gebelin (da qui il soprannome delle figlie, le «Massime»), secondo le voci di paese avrebbe nascosto in casa delle monete d’oro prima dello scoppio della Grande Guerra, nel 1914. Ovviamente nessuno, nemmeno il nipote, era mai stato a conoscenza di tale tesoro. Il periodo storico era tuttavia favorevole a episodi tragici come questo. Pochi mesi prima, nel dicembre 1945, sempre a Cles era stato trovato morto e imbavagliato Giovanni Gabrielli, a sua volta indicato come benestante. Anche in quel caso non si erano più trovate tracce dell’aggressore. A seguito della morte di Maria Gebelin la proprietà del negozio passò in eredità ai nipoti, Edoardo e Cornelia Valentinotti, che presentarono subito domanda per rilevare anche la licenza dell’attività commerciale.
Nel gennaio 1947 ottennero risposta negativa dalla commissione locale per il commercio del Comune di Cles, che motivò la propria scelta spiegando che l’attività di ferramenta Valentinotti era già considerata avviata e fiorente e che pertanto si riteneva giusto affidare ad altri la licenza di alimentari e generi di monopolio. L’unica soluzione era quindi affittare l’immobile, che negli anni seguenti fu gestito da Giuseppe Maranelli e diventò albergo di quarta categoria (bagno comune esterno alla stanza, prezzi contenuti per clientela di passaggio, servizi essenziali) con il nome di «Chiavi d’Oro». Successivamente il locale commerciale fu distinto dai piani superiori, poi trasformati in appartamenti, e tra gli anni Settanta e Ottanta iniziò le sue alterne gestioni, fino ad arrivare all’attuale situazione. Maria Gebelin riposa accanto ai genitori nell’antica tomba di famiglia, sul viale principale del primo cimitero di Cles. Il colpevole della sua morte non fu mai identificato.
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