Giustizia
giovedì 26 Febbraio, 2026
«Abbiamo provato a scongelare il cuore con l’acqua calda»: le testimonianze degli infermieri dopo la morte di Domenico
di Redazione
Agli atti della Procura di Napoli le dichiarazioni dei sanitari: l'organo arrivato da Bolzano era «una pietra di ghiaccio». Le indagini dei Nas di Trento e Napoli si concentrano sull'uso del ghiaccio secco e sulle tensioni tra l'équipe medica in sala operatoria
Ogni giorno che passa emergono dettagli scioccanti sul caso del piccolo Domenico Caliendo, bambino di 2 anni e mezzo morto all’ospedale Monaldi di Napoli dopo che il 23 dicembre scorso gli fu impiantato un cuore danneggiato. L’organo, in arrivo da Bolzano, prima fu conservato a -80 gradi con ghiaccio secco, quando secondo i protocolli dovrebbe stare a -4 °C, quindi fu scongelato con acqua fredda, tiepida e poi calda prima di essere impiantato nel bambino. Ma il cuore ormai si era irrimediabilmente deteriorato.
«Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda»: agli atti degli inquirenti c’è anche la testimonianza raccolta dai pm di tre infermieri presenti in sala operatoria all’arrivo del cuore da Bolzano. Testimoni hanno descritto l’organo come «una pietra durissima». L’espianto del cuore malato di Domenico Caliendo avvenne alle 14.18, ma alle 14.22 non era ancora arrivato in sala operatoria il cuore del donatore, è emerso da alcune testimonianze acquisite dalla Procura di Napoli e a disposizione degli avvocati che assistono i sette indagati e la famiglia Caliendo.
Inoltre, da alcuni stralci, visionati dall’agenzia Agi, di dichiarazioni fornite come sommarie informazioni (sit) emergono tensioni e atteggiamenti aggressivi, in coincidenza con i giorni in cui il caso del bambino è in primo piano tra le notizie di cronaca locale e nazionale. Secondo la testimonianza, uno dei tecnici di sala fu chiamato a colloquio dal cardiochirurgo che seguì il trapianto, il quale chiese contezza, «con tono minaccioso» del fatto che il clampaggio fosse avvenuto alle 14.18 se alle 14.22 chi stava portando in ospedale il cuore del donatore era a telefono con un altro medico dell’équipe. Il tecnico avrebbe detto esplicitamente al cardiochirurgo che aveva espiantato il cuore del bambino malato che «il cuore era fuori dall’ospedale».
In risposta il cardiochirurgo avrebbe dato un calcio a un termosifone offendendo verbalmente il tecnico, davanti a sanitari dell’équipe. Il cestello venne quindi estratto, ma dentro c’era il cuore trasformato in un pezzo di ghiaccio. Di qui i tentativi disperati degli operatori sanitari. Poi la decisione del cardiochirurgo Guido Oppido, per lui inevitabile, «per assenza di alternative» di trapiantare comunque il cuore a Domenico, che sarebbe morto due mesi dopo.
Le indagini finora svolte non individuerebbero responsabilità a Bolzano, ha fatto sapere l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico. Il Nas di Trento avrebbe anche parlato con i medici dell’équipe di Innsbruck: «Li hanno ascoltati, sentiti al confine per evitare un’istanza europea», ha spiegato Petruzzi. I carabinieri hanno anche simulato quanto avvenuto il 23 dicembre nell’ospedale dove venne eseguito l’espianto per ricostruire chi abbia fornito il ghiaccio secco usato per rabboccare il frigo di vecchia generazione utilizzato per trasportare l’organo a Napoli.