Campi Liberi

martedì 24 Febbraio, 2026

Riccardo Sartori, infermiere roveretano in prima linea a Gaza: «Pochi farmaci e aiuti ridotti: l’emergenza nella Striscia continua»

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La testimonianza: «Le condizioni igieniche sono scarse, l’inverno ha mietuto parecchie vittime. Per malati cronici, Parkinson e diabete ci sono grandi problemi nel reperire le cure. E dal valico di Rafah escono in pochi»

Dopo il massacro del 7 ottobre 2023, il governo di Israele ha ordinato un massiccio intervento armato nella Striscia di Gaza, con l’obiettivo di colpire e cancellare Hamas. Le conseguenze dell’attacco sono state devastanti: oltre alle decine di migliaia di morti, a cui si sommano i feriti, il conflitto ha lasciato sul campo una devastazione immane del territorio e degli insediamenti umani. Si stima che oltre il novanta percento della popolazione della Striscia sia stato costretto a sfollare, che oltre il sessanta percento delle abitazioni nella Striscia siano state danneggiate o distrutte. I danni materiali e umani sono immensi.

Due anni dopo l’inizio delle ostilità, le forze di difesa israeliane (Idf) hanno annunciato l’entrata in vigore del cessate il fuoco nella Striscia. Ancora oggi, tuttavia, gli scontri a fuoco non sono completamente cessati e gran parte della popolazione è costretta a vivere in tende, con condizioni igieniche e sanitarie complesse.
In questo contesto, l’intervento e l’aiuto delle organizzazioni umanitarie è fondamentale. Tra queste, vi è l’operato di Emergency, che gestisce la clinica di salute primaria ad al-Qarara e supporta le attività dell’ambulatorio di al-Mawasi nella Striscia. Tra gli operatori umanitari c’è anche un trentino: si tratta del roveretano Riccardo Sartori, di 39 anni, infermiere, che nell’ottobre 2024 ha prestato servizio, per Emergency, in Afghanistan e, da inizio gennaio, si trova nella Striscia di Gaza alla clinica di al-Qarara nel governatorato di Khan Younis.

Riccardo Sartori, com’è giunto nella Striscia di Gaza e per quanto ci rimarrà?
«Qualche mese fa ho dato la mia disponibilità a Emergency sapendo che era stato aperto un centro nella Striscia. Mi hanno preso e con l’inizio di gennaio sono partito per una prima missione che terminerà a inizio marzo. Poi tornerò a casa per qualche settimana e, a fine marzo, rientrerò nella Striscia per altri due mesi. L’ingresso nella Striscia avviene sempre tramite la Giordania, partendo da Amman e passando il confine al valico tra Giordania e Israele. Dopodiché si viene presi in carico da Israele e si viene scortati fino a Kerem Shalom, che è l’ingresso più a Sud nella Striscia. Una volta entrati nella Striscia, si crea una scorta dell’Onu sino al centro di raccolta. Poi, da lì, ognuno si muove fino alla propria destinazione».

Quale attività svolgete nella clinica di al-Qarara?
«Facciamo medicazioni di qualsiasi genere. Non è presente un laboratorio avanzato e dunque possiamo fare solo pochi test generali, con screening di salute. In caso di necessità trasferiamo i pazienti in una struttura più grande, altrimenti visitiamo i pazienti e gli diamo un trattamento in base ai medicinali che abbiamo. All’interno della clinica è poi presente una stanza dedicata al Srhr, ossia alla salute riproduttiva, con la presenza di una ginecologa e di un’ostetrica».

Il personale è tutto internazionale?
«No, il personale, composto da medici e infermieri, è prevalentemente locale. Il personale internazionale, in questo momento, è composto da due infermieri italiani e dal medical coordinator sempre italiano. Il personale internazionale poi è soggetto a rotazione».

Com’è la situazione oggi a Gaza? Con il cessate il fuoco il conflitto è stato sopito?
«Il conflitto attualmente è ridotto, ma non è finito. Possiamo dire che non c’è stato un vero e proprio cessate il fuoco, quanto più una riduzione del conflitto. Qualche notte fa siamo stati svegliati verso le 4 di notte dalle esplosioni. Queste avvengono di frequente. La maggior parte sono esplosioni a Est della linea gialla, quindi nella zona controllata dall’esercito israeliano, ma ogni tanto avvengono anche dei bombardamenti a Ovest. Tutto questo causa ancora delle vittime. Per quanto riguarda la popolazione, più del 90% è sfollata. La Striscia di Gaza era già un territorio ad alta intensità abitativa, ora con il movimento forzato che c’è stato da Nord a Sud la situazione è peggiorata. Dopo il cessate il fuoco qualcuno è tornato al Nord, ma si tratta sempre di spostamenti da una tendopoli a un’altra tendopoli, perché Gaza è distrutta, gli edifici sono crollati. Chi aveva una casa non ce l’ha più. La stragrande maggioranza della popolazione vive in tenda».

Con conseguenze, chiaramente, drammatiche.
«Purtroppo sì. Vivere in tenda significa avere difficoltà di accesso all’acqua, significa vivere in condizioni igieniche precarie. C’è un grande problema nella gestione dei rifiuti con il rischio di sviluppare epidemie e malattie legate alla scarsa igiene. Oltretutto l’inverno passato ha mietuto parecchie vittime. A peggiorare la situazione ci sono state le inondazioni, particolarmente intense tra novembre e dicembre. Molte tendopoli si trovavano su terreni facilmente alluvionabili. In più, essendo in una zona costiera, c’è il problema del vento».

Gli ordini di evacuazione ci sono ancora?
«L’ultimo di cui ho ricordo è avvenuto a metà gennaio, ed è stato diramato per il villaggio di Bani Suhelia. Si tratta di un quartiere a Est di Khan Younis che era stato in parte ripopolato dopo il cessate il fuoco. Il problema è che si trova sul confine della linea gialla, e quindi l’esercito israeliano ha diramato un ulteriore ordine di sfollamento».

La riapertura del Valico di Rafah sta aiutando?
«Rafah è chiusa alle merci: da lì non può entrare né uscire nulla se non le persone. Ma anche da questo punto di vista ci sono dei problemi: si parlava di spostamenti di persone fino a 150 al giorno in uscita e 50 in entrata. Al momento ne sono uscite soltanto 260 tra pazienti e accompagnatori, rispetto a una lista di 18.500. Si tratta di persone che magari hanno il cancro o malattie incurabili all’interno della Striscia».

Le merci, invece, come entrano?
«L’entrata delle merci è mediata da Israele. È da lì che giungono i farmaci e gli aiuti umanitari. Al momento notiamo che a essere bloccati sono prevalentemente gli aiuti umanitari, mentre i farmaci commercializzabili entrano di più. Siamo comunque al di sotto della quantità desiderabile. Grandi problemi ci sono per le malattie croniche, per quelle cardiovascolari, per il Parkinson, per il diabete. Tutte malattie i cui farmaci fanno una gran fatica a entrare. C’è poi il tema dell’insulina, che necessita di essere mantenuta in frigorifero. Sugli antibiotici qualcosa è entrato, ma comunque è necessario un grande sforzo. Se per una data patologia la letteratura medica dice che bisogna dare un dato antibiotico, e questo non è disponibile, per forza di cose si deve ricorrere alla seconda o anche alla terza scelta».

La popolazione gazawa come sta vivendo questa situazione?
«È una domanda complessa, perché è difficile generalizzare. La popolazione è fatta di individui, e ognuno vive il conflitto in base al proprio vissuto, alle proprie emozioni, alle proprie aspettative. Alcune persone mi hanno detto che la Striscia è la loro terra, che ci vogliono rimanere per sempre. Altre, invece, mi hanno detto che non vedono l’ora di andarsene e di scappare. Molte persone hanno bisogno di una pausa dalle tende, dai bombardamenti, da tutto quello che li circonda. La situazione è precaria e non si sa cosa succederà in futuro. Una cosa che ho notato è che le persone hanno un’energia straordinaria. Quando ho iniziato a conoscere i colleghi, questi emanavano un’energia che mi faceva dubitare perfino di essere nella Striscia. Il fatto di essere tutti sulla stessa barca crea incredibili forme di resilienza».

Come sono i rapporti con l’esercito israeliano?
«Per poter operare all’interno della Striscia occorre comunicare all’esercito israeliano tutte le basi operative. Le zone in cui operiamo sono state dichiarate zone de-conflitte. L’esercito è dunque a conoscenza delle coordinate esatte e precise della clinica, del magazzino, della guest house».

Medici Senza Frontiere, di recente, ha sospeso parte delle attività nell’ospedale Nasser di Khan Younis, nel Sud della Striscia, denunciando la presenza sistematica di uomini armati. Il riferimento implicito sembra essere ad Hamas, anche se non è escluso che si tratti di gruppi armati non legati all’organizzazione politica e militare palestinese islamista. Ha mai vissuto qualcosa di simile?
«All’interno della clinica di Emergency non c’è mai stato nulla di tutto questo. Non sono mai entrate persone armate, né ne ho mai viste nei dintorni. Rimane il fatto che ciò che ha dichiarato Medici Senza Frontiere denuncia sicuramente una cosa grave, perché purtroppo è dall’inizio del conflitto che da nessuna delle due parti c’è stato un rispetto della neutralità degli ospedali e delle cliniche, che dovrebbero essere delle zone esenti da conflitto. Invece in questo momento il sistema sanitario di Gaza è stato decimato, ci sono ospedali rasi al suolo. In questo conflitto c’è il più alto tasso di operatori sanitari deceduti nella storia».

Che speranze ha per il futuro?
«Nel breve termine che cessino completamente i bombardamenti e che la popolazione possa tornare ad avere una vita normale. Nel lungo termine che la popolazione abbia la possibilità di autodeterminarsi».