Olimpiadi

martedì 24 Febbraio, 2026

Simone Deromedis: «Il mio oro é nato in campagna. Una parola per descrivere la gara di sabato? Follia»

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Due giorni dopo il trionfo di Livigno, il campione olimpico trentino è già in Serbia per andare a caccia della Coppa del Mondo: «Dopo l'eliminazione di Howden ho capito che potevo vincere»

Neanche il tempo di fermarsi un attimo a godersi la più bella giornata della sua vita, che Simone Deromedis è già sbarcato in Serbia dove venerdì e sabato riprende la Coppa del Mondo di ski cross, dopo il magico trionfo dell’oro olimpico a Livigno, il prossimo obiettivo nella stagione per il venticinquenne della Val di Non: «Il Mondiale nel 2023, ora la medaglia d’oro alle olimpiadi: centrati questi due obiettivi, l’Olimpiade il più alto, rimane ora il terzo, la Coppa del Mondo. In classifica ho poco più di un centinaio di punti da recuperare sul canadese Reece Howden, ma non ci penso. La classifica nemmeno la guardo per non farmi influenzare. Vado avanti gara per gara, da qui alla fine della stagione ci sono ancora tante gare tutte molto importanti» racconta dall’aeroporto di Belgrado dove è appena atterrato.

Coppa del Mondo che lo scorso anno le è sfuggita per un soffio, complice la sfortuna per quella caduta in Canada che ha compromesso il suo finale di stagione.

«Eh già, parecchio. Diciamo che la fortuna è una ruota, e stavolta a Livigno è girata bene».

È riuscito a dormire in questi giorni?

«Molto poco. Impossibile dormire con tutta quell’adrenalina addosso».

Si è reso conto di quello che ha fatto?

«No lo so, ma ogni giorno forse un pochino di più».

La giornata di sabato è la sceneggiatura per un film perfetto, non trova?

«Sì, con un gran finale. I primi giorni ero un po’ in difficoltà, ma poi in gara sono riuscito a tirare fuori il meglio. Le condizioni erano avverse, ne è uscita una gara molto tecnica: aspetto che ha giocato un ruolo fondamentale. Noi non eravamo i più veloci in pista, ma in quelle condizioni non è per nulla facile andar forte».

Sotto una bufera di neve…

«Condizioni molto difficili, perché la velocità della pista variava a vista d’occhio, nel senso che a ogni giro facevi velocità completamente diverse: questo complicava le cose perché dovevi cambiare completamente l’approccio dei salti. Il primo giro era da ammortizzare, l’ultimo dovevi spingere più che potevi. Quindi è stato fondamentale rimanere lucidi, concentrati, sentire la velocità e adattare quello che dovevi fare in base alla velocità, non fare sempre la stessa cosa a ogni giro, ma stare sul pezzo, capire cosa dovevi fare e cambiare la tattica».

Nelle qualificazioni non è sembrato velocissimo, e ci ha fatto un po’ preoccupare. Era solo pretattica?

«Fino a quel momento era stata la discesa più dura di tutta la settimana. Non ero velocissimo, ma ero tranquillo, perché io mi trovo molto meglio nei testa a testa nelle batterie piuttosto che nelle qualificazioni dove scendi da solo, e poi ho visto che le partenze mi riuscivano bene».

Un animale da gara, quindi?

«Assolutamente sì».

Quando ha capito che poteva puntare all’oro?

«Nei quarti di finale quando abbiamo eliminato Reece Howden, il canadese che era il favorito numero uno e in qualifica mi aveva dato un secondo e quattro. Quando io e Federico (Tomasoni, ndr) lo abbiamo buttato fuori, ho pensato che avremmo potuto prendere non una, ma due medaglie».

Lei e Tomasoni avete fatto doppietta in un mix di gioia e commozione.

«Sono felicissimo per Federico: vincere una gara del genere è la massima aspirazione che puoi avere, ma fare oro e argento con un tuo compagno di squadra è davvero il massimo».

A Livigno c’era la sua famiglia.

«Famiglia e amici sono venuti in tanti e hanno fatto un gran casino. Li ringrazio tutti, perché la pista era davvero dura a livello fisico e sentire il calore della gente ti aiuta a spingere e tenere fino in fondo».

A Pechino, quattro anni fa era un ragazzino: quinto. Già lì aveva fatto vedere chi era.

«Andavo forte, ma ebbi sfortuna in semifinale, quando un contatto sulle code degli sci mi fece perdere velocità. Vinsi la finalina, finii al quinto posto, ma ora mi son rifatto con gli interessi».

Nei salti lei fa le spaccate. Lo sa che Kristian Ghedina apprezza?

«Mi fa molto piacere. Volevo farla anche a Livigno sul salto finale, ma poi ho pensato non fosse il caso di rischiare e fosse meglio tirar dritto e prendersi la vittoria».

Simone, e adesso cosa cambia?

«Una medaglia d’oro alle Olimpiadi non mi rende più bravo o più bello. Non cambia niente, io son sempre quello di prima».

A chi la dedica questa medaglia d’oro?

«Alla mia famiglia e a tutti coloro che hanno intrapreso questo percorso con me. In particolare, a mio padre, che è stato il mio primo allenatore, alle persone che sono venute a Livigno, e alle Fiamme Gialle per il supporto che mi danno. Infine, la dedico allo ski cross, perché spero davvero che questa medaglia avvicini tanti ragazzi al nostro sport».

Cos’è per lei lo ski cross?

«Adrenalina pura. Nei testa a testa, è la forma più pura di gara. È quella che facevi quando avevi sei anni, ti guardavi in faccia con il tuo compagno e dicevi il primo che arriva davanti in fondo alla pista ha vinto».

Il prossimo anno alla Coppa del Mondo in Val di Fassa saranno in tantissimi a venire a fare il tifo per lei. S’immagina?

«Lo spero tanto. È la mia gara preferita, dove davvero sento aria di casa. Vincerla quest’anno è stata una grande soddisfazione».

Una parola per descrivere la giornata di sabato tra dieci anni?

«Follia».

E andando ancora più in là nel tempo, di Simone Deromedis che direbbe?

«Un ragazzo coi piedi per terra».

Anche perché a casa la terra la lavorate per coltivare le mele all’azienda agricola di famiglia…

«Certo. Sicuramente il lavoro in campagna mi ha insegnato la disciplina, la costanza, e l’umiltà. E poi il lavoro in campagna ti aiuta a tener duro».