L'intervista
domenica 3 Maggio, 2026
Pennacchi racconta le bestie «foreste»: «Il granchio blu e l’assedio alieno? Veniamo tutti dalla stessa acqua bassa»
di Marco Ranocchiari
«Il Pojana» spiega il senso dei sui spettacoli, invitando a riflettere sul complesso rapporto tra uomo e animali, specie quelli non autoctoni
Dal granchio blu all’orso, passando per il ragno violino e la cimice asiatica. Mai come oggi gli animali, piccoli o grandi, che si ostinano a sfuggire al nostro controllo mettono in crisi le nostre certezze. Soprattutto quando sono «alieni», e indipendentemente dall’effettiva pericolosità, perché conta soprattutto il racconto. Proprio le parole – e il potere salvifico della risata – permettono di farsi strada nel nostro rapporto contraddittorio con altre specie. Ne è convinto Andrea Pennacchi. Il «Pojana», autore dello spettacolo «Alieni in laguna», sarà oggi al Muse (18.30) con «Bestie foreste», un dialogo tra performance teatrale, musica e divulgazione scientifica, con il direttore Massimo Bernardi e l’accompagnamento musicale di Giorgio Gobbo, in uno degli eventi conclusivi del Trento Film Festival.
Andrea Pennacchi, dagli «Alieni in laguna» a quelli delle Dolomiti. Le bestie «foreste» si somigliano?
«Sì, perché in realtà veniamo tutti dalla laguna. Il mio spettacolo era partito come una cosa scherzosa sull'”assedio” dei granchi blu, ma presto è emerso che la laguna rappresentava tutto il mondo. Un tempo una fauna stranissima si muoveva in una distesa di acqua bassa, da cui discendiamo tutti. Poi ci siamo ritrovati in cima alle montagne, ma in fondo siamo figli della laguna. Una cosa talmente teatrale che non potevo non parlarne».
Com’è nato il suo interesse per questi temi?
«Io non sono un naturalista, ma sono sempre stato appassionato di natura e di animali. Cerco di leggere e informarmi il più possibile, ma il mio campo è quello del racconto, cosa muove le teste e i cuori degli uomini. All’inizio non trovavo un gancio per parlare di questa mia passione, al massimo mi limitavo ad ammorbare mia moglie. Poi la cronaca mi è venuta incontro. I giornali si riempivano di animali “killer”, o al contrario di orsacchiotti e lupacchiotti in stile Disney, e ho capito che era arrivato il momento. Il tema dello spettacolo, infatti, più che gli animali in sé è il rapporto con la natura, quella vera, vissuta, e quella percepita».
Il suo racconto della natura parte da animali «casalinghi» come i ragni.
«Molti sono terrorizzati dall’idea che un ragno possa morderli, quando sappiamo che la maggior parte è innocua. Il ragno violino in tutta Europa è morta forse una sola persona da quando hanno cominciato le rilevazioni. Per cui sì, prudenza, però ammazzano di più le vacche al pascolo… È tutto nella nostra testa, qualcosa che proiettiamo fuori».
Di cosa parlerete a Trento?
«Sarà una bellissima occasione di parlare con esperti veri della differenza tra i dati scientifici e quelli percepiti. Partiremo da ragni e insetti fastidiosi, le cimici orientali, e altre specie che abbiamo portato noi. Poi il discorso si allarga al fatto che abbiamo preso tutto il mondo a casa nostra e siamo noi a spostare e a rendere alieni gli animali o reintrodurli».
Si riferisce all’orso?
«Anche. In un certo senso ci siamo fatti addirittura divinità, reintroducendolo. Il lupo no, ma ci troviamo a dover rinegoziare uno spazio in cui c’è un grande predatore e ci sono anche pascoli e bambini che giocano. Dal ragno fino all’orso, tanto dipende da come lo raccontiamo, come viviamo le cose».
Parlando del caso del granchio, dal suo spettacolo emerge che il concetto di «invasore» è relativo…
«Il problema del granchio blu è che mangia le nostre vongole veraci, ma in realtà anche quelle le abbiamo portate noi dall’Asia, perché erano più grandi di quelle nostrane. Le abbiamo chiamate “veraci” per non dover dire filippine e per farle sembrare più di casa. Ma nessuno parla di “invasione delle vongole”, ma solo di “granchio killer”».
Il suo è anche un racconto della paura verso l’altro. Nessuna analogia con le persone migranti?
«Noi siamo rimasti la scimmia di un tempo, con tutto il suo bagaglio di cose di cui abbiamo paura, e abbiamo la stessa reazione anche con le altre scimmie umane. Però io parlo esclusivamente del rapporto con gli animali. Sarà il pubblico a fare altri collegamenti se avrà voglia. Ma certo, l’analogia non sfugge».
Nei suoi spettacoli c’è tanto Veneto e tanto Nordest. In questa zona c’è un denominatore comune anche nel rapporto con la natura?
«Credo fermamente ci sia una mega regione, che ho chiamato “Pojanistan”, che in realtà va oltre il nord, ma ha la sua capitale in una parte del nord-est che comprende Veneto, Friuli e Trentino. E sì, ci sono molte cose in comune anche sull’approccio con la natura. Trento ne ha di più, ma anche quella è profondamente modificata dall’uomo. In fondo c’è lo stesso atteggiamento utilitarista: quello che è utile va bene, proviamo a preservarlo, ma se non serve deve sparire».
Qual è la specificità del teatro nell’affrontare questi temi?
«Solo il teatro può creare un rapporto col pubblico, che si fa comunità attorno agli argomenti che racconti. Io lo uso perché è quello che so fare, ma anche perché forse arriva a meno persone rispetto a un film, ma più in profondità. E in questo la risata è fondamentale: apre porte alla possibilità di esplorare anche cose estremamente sgradevoli o paurose. Scaccia i demoni che abbiamo nella testa».
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