L'intervista
mercoledì 20 Maggio, 2026
«Un diritto negato a qualcuno è un diritto negato a tutti»: la lezione (aperta) di Antonio Trombetta agli studenti del Bonporti
di Gianluca Chisté e Elia Debiasi
L'intervista svolta dagli studenti e dalle studentesse del liceo, nell'ambito del progetto «ilT in classe»
Questo articolo è stato elaborato nell’ambito del progetto di alternanza scuola lavoro denominato «il T in classe» svolto con le classi IV A, B e C del liceo musicale e coreutico Bonporti di Trento.
Non chiamatela semplicemente “nomina”. Per Antonio Trombetta, alla guida del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani dal 2024, quel ruolo somiglia molto di più a una responsabilità quotidiana, un impegno da portare avanti senza troppi formalismi. Lo si è capito chiaramente lo scorso 22 gennaio, quando il Presidente ha incontrato gli studenti del Liceo F.A. Bonporti. Niente cattedre o barriere: Trombetta ha scelto una dialettica diretta, a tratti quasi confidenziale, per dialogare con i ragazzi e spiegare come la nascita del Forum – figlio della legge provinciale LP 11/91 – affondi le radici in un’epoca di forti tensioni geopolitiche tra Occidente e Unione Sovietica. L’obiettivo di allora, valido più che mai oggi, era creare un “manutentore” capace di connettere politica e società civile. Un ingranaggio neutrale in cui convivono voci diverse e dove nessuna corrente di pensiero domina sulle altre.
Oggi che le nuove generazioni si trovano a fare i conti con un panorama internazionale frammentato da troppi conflitti, l’educazione ai diritti umani diventa un passaggio obbligato. «La storia ci deve riguardare. I diritti ci devono riguardare», ha incalzato il Presidente, lasciando agli studenti una riflessione che scuote le coscienze: «Un diritto negato a qualcuno nella società, è un diritto negato a tutte e a tutti». È partendo da questa urgenza collettiva che i ragazzi del Bonporti hanno dialogato con lui.
Potrebbe approfondire la differenza tra Diritti e Diritti Umani?
«Non c’è una differenza sostanziale, ma è più una scelta di forma. A volte le scelte di forma danno sostanza alle cose che facciamo. Non sono mai stato una persona familiare alle dicotomie, non esiste il bianco e nero, il giusto o sbagliato. Esiste la complessità. Questa scelta di forma c’è perché non esistono solo i diritti umani. Esistono i diritti ambientali, ma i diritti dell’ambiente sono diritti umani. Le crisi climatiche sono i principali generatori di disuguaglianza nel mondo, sono una tra le cause delle migrazioni forzate e delle guerre. Le guerre si fanno anche per le risorse, se ci sono risorse vengono accaparrate con la guerra. Ci sono i diritti degli animali. Noi non abbiamo idea di quanti animali domestici vengono abbandonati per costrizioni o anche per istinto di sopravvivenza a causa di guerre. Se una mamma deve scappare di casa perché le stanno bombardando il suo quartiere, la prima cosa che fa è prendere suo figlio, purtroppo il cane e il gatto vanno in secondo piano. Bello o brutto è quello che succede, ed è istinto di sopravvivenza. Ci dimentichiamo di una serie di diritti che sono esclusi quando parliamo di diritti umani, non li mettiamo in collegamento»
Secondo lei l’astensionismo, in un paese democratico come l’Italia, può portare a una diminuzione dei diritti?
«Non direttamente, secondo me. Sono una conseguenza di altre cose; sono un calo di attenzione dei diritti. Il fatto che vada a votare il 49% di una società, vuol dire che i rappresentanti politici rappresentano solo quel 49% e metà di quella popolazione non c’è, quindi i diritti dell’altra metà verranno poco presi in considerazione. Il fatto che nel parlamento la maggior parte delle persone sia di genere maschile, non è un problema numerico, è un problema di rappresentanza, vuol dire che c’è più di metà della popolazione che non è rappresentata. E qui ritorna il discorso che un diritto negato ad uno è un diritto negato a tutti. Indipendentemente dalla rappresentanza, i diritti ci devono stare a cuore, perché ci riguardano. Deve starmi a cuore il fatto che non tutti godono dei miei stessi diritti civili, deve importarmi il fatto che, anche se non uso assorbenti, c’è una parte di popolazione che li usa e spende una barca di soldi per acquistarli. Finchè alle manifestazioni, ai Pride ma in generale agli argomenti di attualità, parteciperanno solo le persone che sono toccate e colpite, non ci si evolverà come società. Ci sarà sempre un noi e un voi. Ecco perché l’astensionismo può diventare un problema per i diritti, per la rappresentanza e perché diventa difficile far capire alle persone che anche un diritto lontano riguarda noi tutti».
Ha vissuto esperienze di uno scambio culturale che l’ha segnato nel suo percorso?
«Ho avuto la fortuna di avere tante occasioni di scambio culturale. Ne racconto innanzitutto una. Il primo incontro è con un attivista pacifista israeliano, una persona meravigliosa che ha vinto il premio internazionale Alexander Langer. Mi ha colpito perché è una persona che ha a cuore la vita dei Palestinesi in Cisgiordania. Lui, da avvocato, fa di tutto per dare una mano ai Palestinesi. È solo, perché si è allontanato dalla sua famiglia ed è in costante pericolo. Non ci sono solo israeliani che vogliono occupare la Cisgiordania, ci sono anche pacifisti che quella guerra non la vogliono. Sono storie che rendono il nostro mondo un mondo complicato, però interessante.
Il secondo incontro è stato con un attivista palestinese che fa parte di un collettivo di nome “Marsam 301”, che fa attivismo politico con l’arte. Mi ha colpito molto perché, quando lo abbiamo accompagnato in una scuola a Trento, una ragazza gli ha domandato cosa potessero fare per lui. Lui ha risposto: “nessuno di voi, a 17 anni, può fare qualcosa. Se io ti racconto la mia storia, non è perché tu faccia qualcosa per me, ma per te”.
L’ultima esperienza è la storia di una ragazzina di 16 anni che nel 1994, nel paese in cui si trovava, scoppia una rivoluzione. La ragazza portava in braccio un fucile. Come mai lo fa? La ragazza non voleva morire di diarrea poiché le acque del suo paese erano inquinate, e perciò è iniziata la rivoluzione. Si può rischiare la propria vita per la cacca? Evidentemente sì. Tutto questo mi tocca perché i diritti sono anche questo».
Alla luce delle sue esperienze, che significato darebbe al termine “Pace”?
«La pace per me è una postura, è la scelta di come stiamo nel mondo. Non è un modo di essere, ma è un modo di stare, perché nello stare c’è l’azione»
Antonio Trombetta conclude l‘intervista lasciando agli studenti una domanda: “Cos’è per voi l’informazione?”.
Scuola e politica
La Provincia (su richiesta del Governo) «controlla» il rischio antisemitismo nelle scuole trentine, Zini (Anp): «Nessun episodio, ma va rispettata autonomia»
di Simone Casciano
Il Ministero dell'Istruzione chiede un elenco dettagliato delle azioni per contrastare il fenomeno. Preoccupa la definizione data dall'Ihra