Sanità
domenica 20 Settembre, 2026
Tutte le rogne della sanità Trentina: oltre ai blackout cala il personale. Negli ospedali di valle meno servizi
di Mario Pizzini
Le carenze di medici e infermieri si sommano alle difficoltà strutturali e ai lavori rinviati. Da Rovereto alla Busa, fino a Cles, Borgo e Cavalese, i servizi si riducono e aumentano i disagi per gli utenti
Il vertice sindacati-Provincia di venerdì per trovare soluzioni alle principali questioni che tengono banco nella sanità trentina – i continui disservizi informatici, la sicurezza nei pronti soccorsi e la governance dell’Azienda sanitaria universitaria integrata trentina (Asuit) – si è concluso in maniera insoddisfacente per le sigle, che lo hanno definito un «incontro surreale» e promettono nuove mobilitazioni (il T di ieri). A Trento, oltre alla sicurezza del pronto soccorso ci sono problematiche relative alla struttura ospedaliera ormai datata. Sono stati fatti passi avanti sul nuovo polo ospedaliero, ma nonostante le dichiarazioni iniziali il cronoprogramma è stato ritardato: inizialmente previsto per il 2026, l’inizio dei lavori sarà nella migliore delle ipotesi a fine 2027, con il termine dei lavori attorno al 2032. Ma i problemi non sono limitati a Trento. Allargando la prospettiva sul territorio, emerge una situazione che negli ultimi mesi si è fatta via via più complessa, con le zone più periferiche che devono far fronte a carenze ormai strutturali. In generale in provincia di Trento c’è carenza di medici di medicina generale: circa 330 professionisti devono far fronte far fronte a 420mila assistiti, motivo per cui il primo di settembre l’Azienda sanitaria universitaria integrata trentina ha pubblicato un bando per la copertura di 59 posti vacanti. Mancano inoltre pediatri e guardie mediche, con pazienti che si vedono costretti a fare lunghi viaggi per avere un supporto medico. Un esempio è quello della val di Ledro: in caso di necessità, gli abitanti del posto devono recarsi a quella di Riva del Garda.
Busa senza medici
Nella Busa saltano all’occhio i recenti casi di Pietramurata (Dro), dove l’ambulatorio del medico di famiglia era stato aperto nel 2025 e poi chiuso quest’estate. Il Comune non ne è sprovvisto, ma chi vive a Pietramurata deve spostarsi fino a Dro per farsi prescrivere un antibiotico. Situazione simile a Nago, dove il medico di base è stato spostato a Torbole, sempre nello stesso Comune, generando malcontento negli abitanti del paese. C’è poi la questione degli affitti: a Riva del Garda i professionisti si stanno spostando nelle zone periferiche anche per via dei prezzi degli immobili, mettendo in difficoltà soprattutto gli anziani.
L’ospedale di Rovereto
L’ospedale Santa Maria del Carmine di Rovereto necessita di lavori di ristrutturazione, che in un primo momento si ipotizzava di sostenere con fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Fondi che in parte sono stati dirottati su Arco quando lo scorso anno ci si è resi conto che, in caso di lavori, l’ospedale non avrebbe potuto garantire i servizi. Fra tutti i lavori necessari, nel 2025 si è riusciti a procedere con interventi mirati per tamponare la situazione nelle cucine delle mense, che come segnalato da operatori e sindacati, risultava insostenibile, ma nell’insieme, l’ospedale risulta inadatto.
Le valli
All’ospedale di Borgo Valsugana mancano infermieri, tanto che sono stati chiusi una decina di posti letto nell’unità operativa di Medicina. Nei mesi passati si sono registrati problemi e malfunzionamenti delle tac, che avevano colpito precedentemente anche l’ospedale di Tione e Cles, mentre la conclusione dei lavori di adeguamento antisismico, con termine previsto per il 2024, è stata posticipata all’estate 2026 ma ad ora sono ancora in corso. L’ospedale di Cles ha dovuto far fronte a due importanti dimissioni, potenziali indicatori della poca attrattività dell’ospedale. Poco più di un anno fa il dottor Ciarleglio, l’ex direttore dell’unità operativa di chirurgia, aveva accettato un incarico dall’Azienda ospedaliera dell’Università di Perugia. E quest’estate una sorte simile è toccata alla primaria di anestesia Michela Zardin trasferitasi in Veneto lasciando l’ospedale scoperto. Altra questione che continua a tenere banco è il dibattito sul punto nascita di Cles, dove si registrano meno di 200 parti all’anno. All’ospedale di Cavalese, invece, la carenza di infermieri è uno dei problemi principali, con l’elevato prezzo degli immobili che non fa certo guadagnare attrattività. Nel reparto di Medicina i posti sono scesi da 38 a 28. Nei mesi scorsi, proprio per mancanza di personale, è stato inoltre sospeso il servizio di endoscopia, con grosse ripercussioni sull’utenza. Sempre in ambito di attrattività, degli 8 infermieri idonei per incarichi libero professionali, nessuno ha dato disponibilità, e a giugno Asuit si è trovata a dover riaprire la selezione.
Non solo blocchi informatici quindi. E il quadro diventa più complesso nelle zone periferiche.
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