L'analisi
domenica 13 Settembre, 2026
Se l’AfD diventa il nuovo centro di gravità: il voto in Sassonia-Anhalt e il futuro della Germania. Sei questioni aperte
di Jens Woelk *
Il 43,8% all’estrema destra apre sei questioni: dal federalismo alla memoria del nazismo, dall’Europa alla difesa fino alla tenuta del governo Merz
Il 43,8 per cento ottenuto dall’Alternative für Deutschland (AfD) nelle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt è molto più di un successo regionale. Il partito di estrema destra ha più che raddoppiato i consensi, distanziando la Cdu di oltre 26 punti e conquistando 39 degli 83 seggi del nuovo Landtag: appena tre voti dalla maggioranza assoluta. Il risultato cambia il problema: non si tratta più soltanto di contenere un partito radicale in crescita, ma di capire come funzionino istituzioni fondate sulla cooperazione quando un attore principale ne contesta alcuni presupposti politici. La Sassonia-Anhalt conta poco più di due milioni di abitanti, ma nel federalismo tedesco anche un Land piccolo partecipa a un sistema di poteri, informazioni e responsabilità condivisi. Per questo il voto di Magdeburgo riguarda tutta la Germania, e non soltanto essa.
La prima questione riguarda pertanto il sistema federale. Quello tedesco è costruito sull’interdipendenza: Federazione e Länder amministrano e coordinano politiche, i Länder partecipano alla legislazione attraverso la seconda camera, il Bundesrat, e si scambiano informazioni, ad esempio fra le loro polizie. Il sistema presuppone, oltre alle regole, fiducia reciproca. Il problema è particolarmente evidente nella sicurezza. La legge federale sulla protezione della Costituzione prevede la cooperazione fra Federazione e Länder e fra i Länder stessi; ciascun Land dispone di una propria agenzia (Verfassungsschutz), inserita in una rete comune che condivide continuamente informazioni anche molto sensibili. Già prima delle elezioni, la Conferenza dei ministri dell’interno aveva discusso le conseguenze di un possibile governo regionale guidato dall’AfD. Il paradosso è evidente: escludere un Land dai circuiti informativi indebolirebbe il federalismo cooperativo; continuare a condividere senza limiti informazioni sensibili potrebbe essere problematico qualora sorgessero dubbi sulla loro destinazione. Ricorda, su scala nazionale, il dilemma dell’Unione europea, anch’essa fondata su cooperazione, riconoscimento reciproco e fiducia, come hanno mostrato negli anni passati le difficoltà con Ungheria e Polonia.
La seconda questione riguarda il rapporto della Germania con la propria storia. Dopo il 1945 la Repubblica federale non si è limitata a dotarsi di una costituzione democratica, ma ha costruito cultura pubblica della memoria nella quale il confronto con nazionalsocialismo, Shoah e responsabilità tedesche è divenuto parte dell’identità costituzionale e politica. Settori importanti dell’AfD contestano apertamente questa elaborazione. Alle esternazioni di Björn Höcke sul Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa come «monumento della vergogna» e sulla necessità di una «svolta di 180 gradi» nella politica della memoria, e alla definizione dell’epoca nazista come una «cacata d’uccello», in oltre mille anni di storia tedesca da parte di Alexander Gauland, si aggiunge ora il programma dell’AfD della Sassonia-Anhalt. Esso descrive il confronto critico con il passato nazista come perpetuazione di un «complesso di colpa», attribuisce al Paese un disturbo dell’identità nazionale e propone una politica culturale «patriottica», anche nelle scuole. La posta in gioco è dunque se la cesura del 1945 e la responsabilità derivante dal nazionalsocialismo debbano continuare a essere punti di riferimento della democrazia tedesca.
La terza questione riguarda l’Europa e contiene un paradosso: fino a che punto possono cooperare stabilmente i nazionalisti? L’AfD propone un’«Europa delle patrie», fondata su sulla cooperazione strettamente necessaria fra Stati nazionali sovrani, respingendo una struttura sovranazionale capace di limitare autonomamente la sovranità nazionale. Le forze nazionaliste possono cooperare efficacemente contro ulteriori trasferimenti di competenze, determinate politiche migratorie, il Green Deal o forme più avanzate d’integrazione. È più difficile accordarsi quando occorre decidere chi sostenga i costi di politiche comuni, quali interessi nazionali debbano prevalere o come distribuire risorse scarse. Se ogni governo mette sistematicamente il proprio Paese al primo posto, il compromesso, la vera anima dell’integrazione europea, diventa più costoso. L’Europa dei nazionalisti può essere una piattaforma politica, ma difficilmente un ordinamento capace di produrre beni comuni durevoli. Il vecchio «Deutschland über alles», pur con il suo specifico significato storico, rende il problema se assunto come principio generale: che cosa accade se ciascun Paese viene prima e al di sopra degli altri?
La quarta questione è geopolitica. Germania ed Europa stanno investendo ingenti risorse nel rafforzamento della capacità militare, anche perché l’affidabilità della protezione americana non può più essere data per scontata. Tuttavia, le capacità militari costruite oggi saranno a disposizione dei governi di domani. Quale significato assumerebbe una Germania molto più armata se fosse governata da un partito nazionalista? Il problema non è imminente, ma la sicurezza deve ragionare oltre la durata di una legislatura. A ciò si aggiunge la rete internazionale dell’AfD: il partito sostiene la revoca delle sanzioni contro la Russia e contesta la linea tedesca di sostegno all’Ucraina, mentre ha costruito rapporti con il mondo trumpiano negli Stati Uniti. Nella notte elettorale Donald Trump ha pubblicato una proiezione del risultato; Elon Musk ha scritto «Gut gemacht!» ad Alice Weidel. Il successo è stato salutato da ambienti vicini al Cremlino. Ne deriva una combinazione peculiare di nazionalismo tedesco, vicinanza alla destra americana e apertura verso Mosca che, per il centro economico e geografico dell’Ue, non costituirebbe un semplice cambiamento di politica estera.
La quinta questione riguarda il cordone sanitario, la «Brandmauer», con cui gli altri partiti hanno escluso la cooperazione con l’AfD. Sul piano istituzionale tale strategia ha finora impedito al partito di accedere al governo, come in Turingia; sul piano elettorale non ne ha ridotto il consenso. In Sassonia-Anhalt l’AfD è passata da circa un quinto a quasi metà dell’elettorato, anche a causa di un’affluenza del 77,8 per cento, 17,5 punti superiore al 2021. Sarebbe tuttavia errato dedurre che, poiché la Brandmauer non ha ridotto l’AfD, abolirla necessariamente la ridurrebbe. La barriera serve anche a evitare la normalizzazione, attraverso la partecipazione al governo, di posizioni ritenute incompatibili con i principi fondamentali della democrazia costituzionale. Gli altri partiti devono quindi mantenere una delimitazione normativa credibile senza farne l’unico contenuto della propria offerta politica. Se ogni coalizione appare costruita soprattutto per impedire all’AfD di governare, il partito può presentarsi come unica alternativa a un indistinto cartello di «Altparteien». La risposta non può essere soltanto «contro l’AfD»: servono politiche riconoscibili, conflitto democratico fra i partiti costituzionali e risposte alle ragioni economiche, territoriali, culturali e politiche che spingono parte dell’elettorato verso l’AfD. Il cordone sanitario può essere una regola di coalizione, non una strategia politica.
La sesta questione riguarda Friedrich Merz e il governo federale. Politicamente, il risultato è molto pesante per il cancelliere: la Cdu perde un Land che governava, dimezza il proprio risultato e resta oltre ventisei punti dietro l’AfD. Sul piano costituzionale, però, le conseguenze federali sono meno drammatiche. La Legge fondamentale, facendo tesoro dell’instabilità di Weimar, prevede all’art. 67 GG la sfiducia costruttiva: il Bundestag può rimuovere il cancelliere soltanto eleggendo contemporaneamente, a maggioranza dei propri membri, un successore. Non esiste quindi automatismo tra sconfitta regionale e crisi del governo federale. Un cambio di cancelliere richiederebbe dimissioni di Merz sotto forti pressioni interne alla Cdu/Csu o alla coalizione, oppure una maggioranza positiva in Bundestag per un successore. È un esempio della funzione stabilizzatrice del parlamentarismo razionalizzato tedesco: un cancelliere può indebolirsi politicamente senza diventare costituzionalmente precario.
Infine c’è la questione del potere nella Sassonia-Anhalt. Con 39 seggi su 83, all’AfD mancano tre voti per la maggioranza assoluta. Una soluzione plausibile per portare Ulrich Siegmund alla guida del Land potrebbe essere la tolleranza esterna del BSW, che dispone di cinque seggi e i cui esponenti hanno lasciato aperta la possibilità di sostenere un governo AfD senza entrarvi formalmente. Anche la Costituzione del Land offre margini: nei primi due scrutini il Ministro-Presidente deve ottenere la maggioranza dei membri; se nessuno la raggiunge, il Parlamento ha quattordici giorni per decidere a maggioranza assoluta lo scioglimento anticipato. In mancanza, si procede a un ulteriore scrutinio nel quale basta la maggioranza dei voti espressi. Nuove elezioni sono quindi possibili, ma non automatiche. Per l’AfD potrebbe essere più conveniente tentare un governo, anche di minoranza. Governare significa infatti nominare, amministrare, stabilire priorità in scuola e cultura, dirigere apparati e acquisire una posizione nel sistema federale. Il programma regionale presenta esplicitamente la Sassonia-Anhalt come possibile Musterland, un Land-modello dal quale irradiare il cambiamento nel resto della Germania. Anche un governo di minoranza potrebbe quindi modificare profondamente gli equilibri istituzionali prima di eventuali elezioni anticipate.
Per capire se il 6 settembre sia un’eccezione regionale o l’inizio di una nuova fase politica non bisognerà attendere molto. Il 20 settembre si voterà contemporaneamente a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore: una metropoli occidentale politicamente molto diversa e un Land orientale comparabile alla Sassonia-Anhalt. Saranno due test complementari. Se il successo dell’AfD dovesse ripetersi, la domanda non sarebbe più se la Brandmauer possa reggere, ma che cosa accade alla Repubblica federale quando un partito finora escluso dal governo diventa, in una parte crescente del Paese, il nuovo centro di gravità del sistema politico. Con tutte le conseguenze.
*Professore ordinario di Diritto costituzionale comparato, Scuola di Studi internazionali e Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Trento
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