L'intervista

domenica 26 Aprile, 2026

Scarpe fashion made in Rotaliana: «Le mie sneakers virali grazie al Teroldego»

di

Il designer Giordan Stringari: «Mi ero stancato di vendere solo prodotti degli altri. Mi sono messo a creare»

Il Teroldego qui è ovunque: nei filari, nei calici, nella testa alle persone, e, da qualche settimana, anche ai loro piedi. Succede con una sneaker bianca, segnata da un grappolo stilizzato che richiama il vitigno simbolo della Rotaliana. Un oggetto che nasce locale, ma si muove dentro un mercato globale. L’idea è di Giordan Stringari, in arte Giordan, 31 anni, cresciuto tra la Val di Non e Mezzocorona, con un percorso che parte da una famiglia legata alla coltivazione delle mele e arriva oggi alla moda. Prima store manager, poi titolare di franchising sul Lago di Garda, fino a una scelta diversa: smettere di vendere prodotti altrui per costruire un progetto proprio. Quel progetto si muove dentro una trasformazione più ampia del settore.

Negli ultimi anni la moda ha visto crescere il segmento delle microproduzioni e delle tirature limitate. Secondo i dati di McKinsey, la domanda di prodotti personalizzati e in piccola scala è tra le aree più dinamiche del mercato, trainata da consumatori che cercano unicità, tracciabilità e un rapporto diretto con chi produce. A questo si aggiunge un cambiamento nei canali: sempre più acquisti passano da Instagram, WhatsApp o contatti diretti, fuori dai circuiti tradizionali.
Così nasce il progetto di Stringari, che dalla sartoria artigianale si è spinto verso una linea di pelletteria: giacche, borse, scarpe. Tutto prodotto su ordinazione, in serie limitate, al massimo 44 pezzi per modello, e costruito a partire da disegni originali. Il negozio? Solo sui social di Meta, dove conta oltre 21mila follower.
Una direzione che tiene insieme estetica e lavorazione, ma anche mainstream e identità. Le sneaker dedicate al Teroldego sono l’esempio più virale di questo legame, ma non un caso isolato. Ci sono modelli Giordan ispirati alle mele della Val di Non, altri costruiti su grafiche originali. Ogni pezzo, rigorosamente Made in Italy, resta limitato, per un pubblico che non cerca quantità ma riconoscibilità.

Come ha capito che non le bastava più “vendere” il lavoro degli altri?
«È stata un’evoluzione graduale. Lavorando nella vendita mi sono accorto che, oltre a proporre soluzioni, iniziavo a ragionare su come migliorarle, adattarle e in alcuni casi immaginarne di nuove. Il contatto con i clienti mi ha portato a capire meglio i bisogni reali e, a un certo punto, vendere soltanto il lavoro degli altri mi stava stretto: sentivo di poter contribuire in modo più attivo. Ho iniziato quindi a fare piccoli passi, prendendomi responsabilità progettuali e sperimentando. Microproduzioni e pezzi limitati».

È una scelta creativa o anche una risposta al mercato di oggi?
«Da un lato è una scelta creativa: lavorare su microproduzioni e pezzi limitati mi permette di mantenere maggiore controllo sulla qualità, sperimentare e dare a ogni progetto un’identità più forte. Mi interessa creare oggetti che abbiano un valore distintivo, non replicabile su larga scala. Dall’altro è anche una risposta al mercato di oggi, che premia sempre più l’autenticità, la personalizzazione e le storie dietro ai prodotti».

Come cambia il rapporto con i clienti online rispetto a un negozio tradizionale?
«Il rapporto diventa più diretto e collaborativo. Lavorando su ordinazione e attraverso il contatto online, il cliente non è solo chi acquista, ma entra nel processo: condivide esigenze, preferenze e spesso partecipa alle scelte. Questo crea un dialogo più continuo e personalizzato rispetto al negozio tradizionale. Allo stesso tempo cambia anche il mio ruolo: non sono solo chi propone, ma chi ascolta, interpreta e costruisce».

Le sneaker dedicate al Teroldego portano il territorio dentro il prodotto. Come nasce questa idea?
«L’idea nasce dal desiderio di creare un legame autentico tra il prodotto e il territorio. Il Teroldego e la Val di Non sono elementi fortemente identitari, riconoscibili e ricchi di significato: rappresentano cultura, tradizione e paesaggio. Trasportarli all’interno di una sneaker significa raccontare una storia».

Portare un simbolo locale su una piattaforma globale come Meta: cosa succede poi?
«Succede che il locale acquista una nuova visibilità e, allo stesso tempo, si apre a interpretazioni più ampie. Significa uscire da un contesto ristretto e inserirlo in una conversazione più grande, dove può essere scoperto da persone che non lo conoscevano. Il territorio diventa così non solo un elemento geografico, ma una storia condivisibile, capace di viaggiare».

Qual è la parte più difficile da gestire?
«Trovare l’equilibrio tra personalizzazione e sostenibilità dei tempi. Ogni pezzo richiede attenzione, confronto e lavorazione artigianale, e questo comporta aspettative alte e scadenze da gestire con precisione. Il rischio è che la qualità venga messa sotto pressione».

Oggi vende online. È una scelta o una fase?
«È una scelta perché mi permette flessibilità, contatto diretto con i clienti e la possibilità di lavorare su commissione senza i vincoli di uno spazio fisico. Allo stesso tempo la considero anche una fase: in prospettiva, l’idea di un atelier fisico mi interessa come luogo di incontro».

Ha 31 anni, due bambini piccoli. Come si tengono insieme vita personale e un progetto così?
«Non è sempre semplice, è una questione di equilibrio e organizzazione. Un progetto artigianale richiede tempo, concentrazione e flessibilità, mentre la famiglia ha bisogno di presenza e continuità. Questo mi ha portato a strutturare il lavoro in modo più consapevole, definendo priorità e ottimizzando i momenti produttivi».

Guardando avanti: l’idea è restare su produzioni limitate?
«Sì, ma facendo crescere il progetto in modo sostenibile. Non mi interessa aumentare i volumi perdendo il controllo artigianale; preferisco evolvere ampliando la qualità e le collaborazioni».