L'intervista

domenica 30 Agosto, 2026

Raduno naziskin, il giornalista Berizzi: «Vanno in scena dagli anni Novanta, ora sdoganati dal governo Meloni. Trentino non immune»

di

L'autore di diverse inchieste sull'estrema destra: «Dietro organizzazioni come il Fronte Veneto Skinhead c'è un secondo livello che buca il tetto di cristallo della società perbene»

«La cosa singolare non è che ci sia una kermesse di stampo neonazista in Trentino, ma che eventi del genere ci siano dagli anni ‘90 e nessuno si sia mai indignato e sorpreso». Se c’è uno che conosce il neofascismo è lui, Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica, autore di diverse inchieste sull’estrema destra. «Non accade quasi mai – dice – che chi ospita questi eventi sia estraneo, scevro da legami e connessioni dirette o indirette con gli ospiti». E, accanto a picchiatori o ultras neri, c’è un secondo livello: «Un ceto più borghese, inserito nel mondo delle professioni e dell’imprenditoria, che buca il tetto di cristallo della società perbene».
Berizzi, arriva in Trentino “Ritorno a Camelot”, il raduno naziskin del Fronte Veneto Skinhead (Fvs). Che ne pensa?
«La prima cosa che mi viene da dire è che non c’è nulla di nuovo alla luce del sole. A prescindere dalla collocazione geografica, il Ritorno a Camelot va in scena da moltissimi anni, dagli anni ’90, ed è singolare che finora nessuno si sia mai indignato o sorpreso. È una kermesse nerissima di chiarissimo stampo neonazista, e non lo dico a sproposito: il Fvs è da sempre al centro della regia di questo raduno, che è insieme musicale e identitario, ma innanzitutto politico. La scena nazi-rock, o fascio-rock, in Italia è molto sottovalutata e ha numeri e caratteristiche poco conosciuti. Il Fvs, nato nella seconda metà degli anni ’80, porta in Italia già da allora il circuito Blood&Honour, il circuito suprematista razzista e nazista di Ian Stuart, nato in Inghilterra e poi diffusosi in numerosi Paesi europei, dove ha aperto succursali. Il Blood&Honour lo si trova un po’ ovunque: Germania, Francia, Polonia, Ungheria, fino ad arrivare a Varese, la cui curva ultras fino a qualche anno fa si chiamava proprio Blood&Honour. Il Fvs è il primo della galassia nera italiana ad aver importato il Blood&Honour. C’è chi lo scopre solo ora, io mi stupisco di chi si stupisce. Il Ritorno a Camelot era gravissimo anche quando al governo non c’era Meloni. Certo, in questi anni c’è stato uno sdoganamento della destra estrema, e oggi è un problema centrale».
Cosa ne pensa della collocazione scelta?
«L’area geografica in cui si è sempre svolto il Ritorno a Camelot è a cavallo tra il Veneto e la primissima fascia del Trentino. Il fatto che abbiano trovato questo spazio, cosa ci racconta? È rarissimo, non accade quasi mai che chi ospita questi eventi sia estraneo, scevro da legami e connessioni dirette o indirette con gli ospiti, in questo caso quindi con il Fvs, con Ritorno a Camelot e con i naziskin europei. Nella mia esperienza ormai pluriventennale – ho iniziato a occuparmi di estrema destra a fine anni ’90 – per quel poco che ho potuto capire di questo mondo c’è sempre una connessione, anche quando viene tenuta coperta: una connessione a livello ideologico, di simpatie o di rapporti personali».
Perché in Trentino?
«Il Trentino non è immune dall’infiltrazione dell’estrema destra. Penso alla zona dell’Alto Garda, e salendo fino a Bolzano: il Trentino Alto Adige ha una storia e una realtà di destra estrema piuttosto attiva, dove i più importanti gruppi dell’estrema destra italiana, da Casapound a Forza Nuova, fino al Fvs, hanno sempre seminato con successo. Casapound fece il botto elettorale nel Comune di Bolzano; ora per fortuna non ci sono più, ma si presentavano in Consiglio con simboli delle SS. Non mi stupisce quindi che abbiano scelto il Trentino, che però dall’altra parte ha realtà antifasciste importantissime, anticorpi forti».
Ma questi naziskin, testa rasata, bomber e anfibi, sono folkloristici o fanno sul serio?
«Fanno sul serio: ci sono state tante azioni gravi, tra cui il blitz nel chiostro di Como, dove gli attivisti pro migranti di Como Senza Frontiere furono accerchiati e costretti a fermare la loro assemblea – una vera sospensione della democrazia – e ad ascoltare la lettura di un volantino farneticante contro gli immigrati e altri deliri. Sono una presenza fissa alle commemorazioni di Dongo, dove si ricordano Mussolini, Petacci e i gerarchi fascisti fucilati. Ecco, non sono folkloristici: lo sono forse solo nell’estetica. Mentre molti altri gruppi neonazisti e neofascisti hanno cambiato pelle, il Fvs si contraddistingue per un’estetica da vecchio naziskin: cranio rasato, bomber, jeans skinny e anfibi, l’estetica skinhead inglese anni ’80-’90».
Nelle sue indagini lei si è occupato molto anche del secondo livello. Imprenditori e membri della società civile che sono al fianco dell’estrema destra. C’è un Trentino dal volto pulito che sostiene queste realtà?
«Certo. Accanto a questi personaggi c’è un ceto più borghese, inserito nel mondo delle professioni e dell’imprenditoria. L’ho scritto nel mio libro su Casapound, dove parlo di questo secondo livello fatto di imprenditori, professionisti, manager, giornalisti, e persino un noto ambasciatore italiano e un generale dell’aeronautica. Persone che non sono scappati di casa, non sono picchiatori da stadio, non sono gli ultras neri che siamo abituati a vedere ad Acca Larentia, a Dongo e alle altre commemorazioni che vanno in scena con una serialità inquietante, un fenomeno dovuto anche all’improvvida sentenza della Cassazione che ha sdoganato il saluto romano se fatto con finalità commemorative. Dietro organizzazioni come il Fvs c’è un secondo livello che va oltre l’attivismo e buca il tetto di cristallo della cosiddetta società perbene. Che ci siano imprenditori, professionisti, albergatori, commercianti che coltivano simpatie per le istanze e i temi dell’area naziskin è un fatto relativamente recente. Storicamente, però, il fascismo è sempre andato a braccetto con il potere: nasce rivoluzionario, ma ci mette poco a diventare il braccio armato degli industriali e dei latifondisti. Questi legami hanno quindi una radice storica; l’accelerazione recente, questo sì un fenomeno nuovo, è legata alla remigrazione. Il Fvs fa parte del comitato Remigrazione e Conquista, capitanato da Casapound, che in tutte le città d’Italia porta avanti la raccolta firme per un’iniziativa di legge popolare: ne hanno raccolte 150mila, che nelle loro intenzioni dovrebbero tradursi in un voto in Parlamento. La remigrazione ha fatto da cemento tra la destra di strada e la destra in doppio petto, degli affari e degli interessi».
Cosa possiamo fare?
«Denunciare, smascherare e mettere a nudo. Ossia puntare l’indice, come suggeriva di fare Umberto Eco. L’antifascismo, diceva Pertini, “non è solo posare corone di fiori”. Complice il clima politico attuale – il fatto che al governo ci sia un partito erede di quella storia, che porta avanti la fiamma di Salò e continua a non distanziarsi da quel passato problematico – l’estrema destra ha perso pudore e ha aumentato la propria aggressività: si sente con le spalle coperte. La retorica che portano avanti, facile ed efficace, si rivolge agli italiani più in difficoltà. La ricetta della sinistra progressista antifascista deve essere tornare a parlare a chi ha bisogno, a chi si sente abbandonato e finisce col farsi prendere in giro dai leader fascio-sovranisti proprio perché non vede nella sinistra un’area capace di raccogliere le proprie istanze. Poi c’è un tema legato alle leggi: abbiamo un problema di mancata applicazione delle leggi Mancino e Scelba. Queste organizzazioni vanno messe al bando, cosa che all’estero accade: vengono chiuse e smantellate perché ritenute un pericolo per la democrazia. È successo in Grecia con Alba Dorata, in Germania con Combat 18 e con un’ala di AfD. Qui invece sono libere, salvo i procedimenti giudiziari in corso su fatti puntuali come l’assalto alla Cgil di Roma e altri casi efferati».

Commenti: