l'intervista
venerdì 2 Ottobre, 2026
Pirovano: «Nel circuito ero diventata una barzelletta, sempre a un passo dalle primissime posizioni. Poi le due vittorie consecutive»
di Jacopo Mustaffi
La sciatrice rendenese, conosciuta anche come Pantera: «Il soprannome? Nato per gioco. Alcuni amici in palestra mi prendevano in giro per la mia presunta agilità»
Nel mondo della discesa libera, il soprannome a volte pesa quanto una carriera. Federica Brignone è «la Tigre», Sofia Goggia «la Ninja». E Laura Pirovano? La sciatrice rendenese una risposta ce l’ha, anche se nata quasi per gioco: «Alcuni amici in palestra mi prendevano in giro per la mia presunta agilità e avevano iniziato a chiamarmi “Pantera”», racconta sorridendo. Un felino che, tra riflessi e tenacia, ben rispecchia il percorso della trentina: dopo anni passati a sfiorare costantemente il podio in Coppa del Mondo, lo scorso marzo in Val di Fassa sono arrivate due straordinarie vittorie in due giorni, entrambe per un solo centesimo. Un doppio traguardo dal sapore speciale, arrivato proprio quando l’etichetta dell’eterna piazzata sembrava cucita addosso, con la perla finale della Coppa di specialità in discesa libera. Un riscatto che Pirovano racconterà al Festival dello Sport sabato alle 15.30 a Palazzo Benvenuti, nell’incontro intitolato «Atlante illustrato del respiro».
Pirovano, dopo la straordinaria doppietta in Val di Fassa ha ricevuto un’ondata d’affetto enorme. Quali complimenti le sono rimasti più impressi?
«Senza dubbio quelli arrivati dalle mie avversarie, comprese molte atlete straniere. Nel nostro ambiente ci si complimenta sempre con chi vince la gara. Ma in quel caso ho percepito un affetto del tutto sincero da parte di tutte».
Perché ha avvertito una sincerità così particolare rispetto al solito?
«Perché nel circuito ero diventata un po’ una barzelletta, nel senso buono del termine: ero la ragazza che sciava sempre bene, sempre lì a un passo dalle primissime posizioni, ma che alla fine non ce la faceva mai. Quando finalmente sono arrivati quei successi, le altre atlete erano davvero felici per me».
Per anni, infatti, il podio è sembrato quasi una porta stregata in Coppa del Mondo. Con che spirito affrontava le gare?
«Mi dicevo semplicemente: “Ci ho provato anche oggi. Se il destino era questo, va bene così”. Era frustrante, certo, ma a furia di sfiorarlo quasi non ci facevo più caso».
Poi, improvvisamente, la svolta: due vittorie consecutive nel giro di 48 ore, entrambe per un solo centesimo di secondo. Che cosa si prova in attimi del genere?
«Il primo giorno è stato un sogno, bellissimo. Il secondo giorno, vincere di nuovo per un solo centesimo sembrava quasi uno scherzo: guardavo il tabellone e mi dicevo “No, non è possibile”. Invece ce l’ho fatta. Come sia successo di preciso non chiedetemelo, ma è andata così e ne sono immensamente felice. Ora comunque manca davvero poco all’inizio della nuova stagione, la concentrazione si sposta lì e vedremo come andrà».
A questo punto la domanda è d’obbligo: è più bello vincere di un secondo o di un solo centesimo?
«Non avendo mai vinto prima in Coppa del Mondo, per me sarebbe stato magnifico in qualsiasi modo. Però arrivarci così, con il brivido del centesimo, ha reso tutto ancora più perfetto. Meglio di così era davvero difficile».
Il tema centrale di questa edizione del Festival dello Sport è “Invincibili”. Lei si sente un po’ invincibile?
«A tratti sì. D’altronde, quando sei al cancelletto di partenza e ti lanci a tutta velocità in una discesa libera, un pizzico di quella sensazione di invincibilità devi averla dentro per forza».
Tra infortuni e ostacoli, queste vittorie rappresentano anche una rivincita personale?
«In parte sì. Ma per me non è mai stata solo una questione di trofei: anche se non avessi vinto nulla, oggi avrei comunque detto che ne è valsa la pena. Non ho mai vissuto con l’idea che senza una medaglia i sacrifici fatti negli anni fossero stati vani. Certamente oggi festeggio i miei sogni realizzati, ma la passione pura per questo sport c’era e sarebbe rimasta a prescindere da tutto».
Da atleta trentina, quanto resta forte il legame con la sua Spiazzo, in Val Rendena, e le sue radici?
«Tantissimo, davvero. Più passa il tempo e meno riesco a stare a casa, ma il legame con la mia terra e la mia gente resta fortissimo. Nonostante i viaggi in giro per il mondo, ci sono e rimarrò sempre profondamente legata».
Tornando ai soprannomi delle grandi della discesa libera: Brignone è la Tigre, Goggia la Ninja. Laura Pirovano si riconosce fino in fondo nella Pantera?
«La storia della pantera nasce da quegli allenamenti acrobatici in palestra dove gli amici mi prendevano un po’ in giro per la mia presunta agilità. A un certo punto la cosa è sfuggita di mano e mi hanno persino disegnato una pantera sul casco a mia insaputa. Diciamo “pseudo-agilità”, perché io nasco fondamentalmente come discesista e agli inizi della carriera non ero proprio un mostro di fluidità nei movimenti… Però alla fine è diventato un simbolo simpatico che mi accompagna ovunque».
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