Scuola
venerdì 4 Settembre, 2026
Pergine, Marta Scalfo va in pensione dopo 37 anni di scuola: «Ho insegnato ai ragazzi a usare la testa»
di Marina Leonardelli
Dal 1989 al 2026 ha accompagnato generazioni di studenti delle medie di Pergine, unendo insegnamento, ricerca storica e curiosità. Ora lascia la scuola, ma non la formazione: «Non c’è spazio per il vuoto»
Dal 1989 al 2026, Marta Scalfo è stata un punto di riferimento per generazioni di studenti delle scuole medie di Pergine. Docente amatissima, proprio in questi giorni ha concluso il suo percorso nel mondo dell’insegnamento per andare in pensione: una professoressa che ha lasciato un segno profondo nella comunità scolastica grazie a una travolgente vivacità, all’allegria contagiosa e a un’infinita curiosità verso la vita, con cui ha saputo appassionare e far crescere i suoi ragazzi.
Professoressa, come si è avvicinata al mondo dell’insegnamento?
«Il mio primo anno è stato al Liceo Scientifico Galilei, con le classi terze e quarte; subito dopo ho vinto il concorso ordinario e sono passata alle scuole medie. Il mio percorso accademico, invece, parte a Padova con una laurea in Pedagogia, incentrata su una tesi dedicata ai codici miniati, e in seguito una specializzazione in Paleografia, Archivistica e Diplomatica a Bolzano. All’inizio immaginavo un futuro interamente dedicato alla ricerca d’archivio, ma quando sono entrata in aula ho capito che l’insegnamento mi apparteneva e che avrei potuto far dialogare questi due mondi».
Quali sono state le sue ricerche più importanti fuori dalle aule scolastiche?
«Ho collaborato con il Castello del Buonconsiglio e con diverse università. Il mio lavoro sui codici miniati prese le mosse dagli studi pionieristici di Giordana Mariani Canova; iniziato sul campo inventariando il fondo antico della biblioteca di Arco, per poi collaborare con il Vaticano in occasione della mostra sui tesori d’Italia allestita in Canada. Negli anni ho affiancato la ricerca storica alla consulenza per spettacoli teatrali e documentari televisivi. Tra questi, lo speciale “Il segreto di Mussolini” per il programma Rai La grande storia: i registi mi cercarono da New York perché ero l’unica a conoscere i testimoni diretti del manicomio di Pergine. All’inizio, quando ricevevo chiamate dalla Rai o dagli Stati Uniti, pensavo quasi a scherzi telefonici, non potevo crederci. In quell’occasione volli portare sul set un mio studente delle medie, Emanuele Gabbi, che sognava di fare cinema e che poi ha effettivamente studiato regia a Urbino. Non ho mai tenuto separata la ricerca dai miei ragazzi: quando potevo li rendevo partecipi».
Cosa c’è al centro del tuo metodo didattico e cosa cerchi di trasmettere ai ragazzi?
Non credo nelle lezioni frontali precostituite. Ho sempre impostato il lavoro a partire da chi avevo davanti, offrendo stimoli diversi per accendere la loro curiosità. Il compito della scuola non è addestrare a ripetere formule a memoria, quello che chiamo “qua qua”, ma insegnare ai ragazzi a usare la testa, a orientarsi tra i mille stimoli della realtà e a capire cosa davvero fa al caso nostro, valorizzando l’unicità di ciascuno. Nelle mie materie — italiano, storia e geografia — l’obiettivo era formare menti critiche. Noi docenti siamo modelli educativi: a quell’età non basta trasmettere nozioni, servono empatia, vicinanza e autenticità».
C’è un episodio particolare che fotografa questo suo modo di fare scuola?
«Nel 2011 venne a Trento Salvatore Settis, ex direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, per una conferenza sulla tutela del paesaggio. Raccontai la figura di Settis in classe, collegandola ai nostri temi, e sei studenti di seconda media espressero il desiderio di poter partecipare. Quando contattai la segreteria organizzativa, la reazione fu furibonda: “Dei ragazzini delle medie? Non capirebbero nulla, non è il contesto adatto”. Risposi che garantivo personalmente per loro e che in aula avremmo rielaborato insieme ogni concetto. Alla fine ottenemmo l’ingresso. Settis fu colpito e commosso nel vedere studenti così giovani tra il pubblico; ci scrisse parole bellissime: “La cosa più bella è vedere le nuove generazioni venire ad ascoltare ciò che noi adulti abbiamo il dovere di salvaguardare”. Aggiunse che di giovani curiosi l’Italia è ricca, ma mancano spesso gli adulti disposti a scommettere su di loro. Siamo rimasti in contatto per anni».
Come costruivi la relazione quotidiana con i tuoi studenti?
«Rompendo la distanza della cattedra. Se c’era da richiamare qualcuno, a volte usavo una battuta in dialetto: i ragazzi percepiscono subito se la scuola è un’astrazione lontana dalla loro vita reale o se chi hanno di fronte parla la loro stessa lingua. Ho sempre lasciato i miei contatti e ancora oggi gestisco gruppi con gli ex alunni dove parliamo di attualità, di rispetto, di convivenza civile e di inclusione dei ragazzi stranieri».
Ora che ha lasciato la scuola, come vive il passaggio alla pensione?
«Non c’è spazio per il vuoto. Continuo a collaborare attivamente con musei, soprintendenze e atenei per percorsi di ricerca storica e archivistica, e ho mille progetti in testa. Faccio consulenza storico-artistica per l’Associazione Amici della Storia: inoltre sono vicepresidente dell’Associazione Trentini Diabetici, dove mi impegno sul fronte del volontariato e dell’assistenza socio-sanitaria».
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