I conti dell'Apss
sabato 27 Aprile, 2024
Partorire nelle valli costa il quadruplo: a Trento 5mila euro a Cavalese 20mila
di Davide Orsato
L'invito della Corte dei Conti sui punti nascite delle valli: «Ripensare il settore»
Il solo atto di venire al mondo, un parto all’ospedale di Rovereto costa 4.834 euro al servizio sanitario trentino. Lo stesso lieto evento , dall’altra parte della provincia, a Cavalese, costa oltre quattro volte tanto: 20.298 euro. Il Santa Chiara di Trento si discosta poco dall’ospedale di Santa Maria del Carmine: 5.200 euro, mentre a Cles, all’ospedale delle valli del Noce si sfiora la cifra del nosocomio fiammazzo: 17.621 euro. La valutazione della Corte dei Conti, sezione di controllo, del rendiconto dell’azienda sanitaria è destinata a far riaprire il dibattito sui punti nascita «di valle» sui quali, negli ultimi anni, è stata fatta una scelta chiara: tenerli aperti, nonostante il calo progressivo di natalità. I dati si riferiscono al 2022, l’anno del bilancio in esame: a Cavalese sono nati 132 bambini, a Cles, 242. In entrambi i casi si è sotto, ma è cosa nota, al parametro di 500 parti all’anno fissato dall’accordo Stato – Regioni. Ma non è tutto: «quasi la metà delle partorienti — nota la Corte dei Conti — residenti nei comuni della Val di Fiemme e Fassa e della Val di Non e Sole, nel 2022, si è rivolta a strutture diverse da quella di zona, per scelta o per indicazione clinica». La Corte suggerisce anche una cura: «Una riorganizzazione del settore — si legge nella nota — comporterebbe anche una più equa distribuzione delle risorse fra le diverse strutture, poiché l’evidente sottoutilizzo del personale locale potrebbe essere convertito a sostegno di reparti con elevate scoperture». Non è l’unico punto in cui i magistrati contabili «pungolano» l’azienda sanitaria (e la Provincia, che fa le scelte politiche). C’è anche la questione delle cure intramoenia, quelle eseguite dal personale ospedaliero, in modo privatistico, al di fuori dell’orario di servizio. La Corte raccomanda l’applicazione di un contributo del 5%, già previsto della legge: soldi da reinvestire per ridurre le liste d’attesa. «Una richiesta che ha fatto anche l’azienda — spiega il direttore generale, Antonio Ferro — considerando che le tariffe su queste prestazioni sono tra le più basse in Italia. Nel caso si valutasse un aumento giusto prevedere anche l’applicazione di questa ritenuta. Va detto, però, che questo tipo di attività ha contribuito già di per sé a ridurre le liste». Quanto ai punti nascita, Ferro chiarisce: «Il nostro compito è quello di assicurare la sicurezza delle mamme. Per il resto, è una decisione che spetta alla politica provinciale e ai sindaci del territorio». Sulla scelta di molte mamme dei bacini di Cles (val di Sole e val di Non) e di Cavalese (valli di Fiemme e Fassa) di andare comunque a partorire a Trento, il dg Ferro precisa che «non c’è solo il tema del calo della natalità», ma anche quello «dell’innalzamento dell’età media al momento del primo parto». Le donne partoriscono sempre più tardi e «ciò — conclude Ferro — fa sì che aumentino le gravidanze a rischio». Gravidanze che vengono prese in carico, sotto consiglio dei medici, dai centri più strutturati quali, in Trentino, Trento e Rovereto.
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