La storia
venerdì 8 Marzo, 2024
Niente posto al nido per la figlia. E la dipendente è costretta a dimettersi. «Privatamente? Costi insostenibili»
di Sara Alouani
Elena (il nome è di fantasia) non può nemmeno contare sull’aiuto di familiari visto che sua madre non è ancora andata in pensione. «Una volta andavano molto prima» commenta, e per la bis-nonna ultrasettantenne badare a una neonata è fuori portata
Una mamma in carriera. Un binomio che è sempre più difficile da conciliare, un ossimoro più che altro, imposto alle lavoratrici dalla nostra società: «Vuoi lavorare o avere figli»? Questo è ancora un dilemma che molte donne, anche in Trentino, si trovano a dover affrontare, come abbiamo raccontato a «il T» lo scorso 10 dicembre riprendendo i dati del 2022 dove 508 lavoratrici in maternità sono state spinte a dimettersi. E così è stato per Elena (nome di fantasia) che di figlie ne ha due e che a luglio dovrà lasciare definitivamente il ruolo da dipendente di una catena di elettrodomestici dove lavora da anni. La bimba più grande va ormai alle elementari mentre la più piccola, avuta lo scorso giugno, sarebbe dovuta andare al nido comunale. «Abbiamo inoltrato la richiesta appena è nata la bambina -spiega Elena- ma siamo finite in fondo alla graduatoria nonostante sia io che il mio compagno lavoriamo a tempo pieno».
I posti in questo piccolo nido comunale trentino, infatti, sono limitati e le speranze di entrare sono pochissime, mentre sono circa 80 le famiglie in lista d’attesa. Elena al momento è trentesima, poiché tra settembre e gennaio qualche bambino è stato gradualmente inserito nella struttura ma «la vedo dura anche per settembre prossimo – afferma sconsolata – perché la capienza è di poco più di 15 bambini». Così, ha provato ad inserire la figlia in strutture private in tutto il territorio limitrofo al suo comune di residenza ma niente da fare. «Tutti i nidi hanno lunghissime liste di attesa – continua Elena – e l’unica struttura disponibile, oltre ad essere molto distante da casa, costa il doppio se non il triplo rispetto alle altre: dovrei andare a lavorare solo per pagare la retta, quindi, a questo punto, mi conviene rimanere a casa». Questo vale anche per un’eventuale baby-sitter: impossibile pensare di percepire uno stipendio solo per coprire questa spesa. Elena, che a luglio concluderà il periodo di maternità facoltativa, prima di prendere una decisione radicale (e forzata), quella delle dimissioni, ha tentato il tutto per tutto chiedendo all’azienda nella quale lavora di poter ridurre l’orario ad un part-time. Richiesta che però è stata rifiutata, perché «la catena non prevede questo tipo di soluzione». Purtroppo, Elena non può nemmeno contare sull’aiuto di familiari visto che sua madre non è ancora andata in pensione «una volta andavano molto prima» commenta, e per la bis-nonna ultrasettantenne badare a una neonata è fuori portata.
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