Cultura
lunedì 12 Ottobre, 2026
Nicolas Rodigari racconta la Russia di oggi in un libro: «Alla normalità non si sfugge, è utile poter vedere come la vita vada avanti anche durante la guerra»
di Stefania Santoni
In «Appunti di Russia» l'autore narra gli incontri con i russi «ordinari» accompagnato da Tolstoj, Dostoevskij, Gogol’ e Puškin
Raccontare la Russia di oggi significa inevitabilmente fare i conti con la guerra, ma anche provare a guardare ciò che esiste oltre il conflitto. È quello che fa Nicolas Rodigari in «Appunti di Russia», pubblicato nel maggio 2026 da Ediciclo: il racconto di un viaggio attraverso un Paese che da lontano rischiamo di percepire come un blocco uniforme e che, da vicino, torna a scomporsi in volti, strade, incontri e storie. Con Rodigari abbiamo parlato di cosa significhi attraversare e raccontare la Russia durante la guerra, della distanza tra il Paese immaginato e quello incontrato, delle persone conosciute lungo il cammino e di quella grande letteratura – da Tolstoj a Dostoevskij, da Gogol’ a Puškin – che ha accompagnato il viaggio e, inevitabilmente, il suo sguardo.
Rodigari, «Appunti di Russia» nasce da un viaggio, ma anche dal tentativo di osservare un Paese senza pretendere di spiegarlo. C’è stato un momento in cui ha capito che la realtà che incontrava resisteva alle categorie con cui era partito?
«Per fortuna tutte le categorie che avevo con me al momento della partenza si sono dissolte già prima di attraversare il confine con la Russia. Il lungo e lento viaggio per arrivare fino a lì mi ha aiutato a vedere le cose e le persone cambiare impercettibilmente, poco alla volta, e quindi mi era impossibile catalogare ciò che vedevo nelle scatole prefabbricate che uno mette nello zaino quando parte. Una volta passato il confine sapevo che non avrei trovato quella Russia che noi semplifichiamo come se fosse una cosa unica: ogni persona e ogni strada erano mondi a se stanti, e interpretarli con i nostri preconcetti sarebbe stato solo un modo per banalizzare quel che vedevo».
Il sottotitolo del libro parla della «normalità di un paese in guerra». Che cosa significa entrare nella quotidianità di un Paese che, visto dall’esterno, ci arriva quasi esclusivamente attraverso il racconto della guerra?
«Alla normalità non si sfugge, nemmeno nelle situazioni più eccezionali. È utile poter vedere come la vita vada avanti, nelle sue forme più disparate, anche quando il clamore delle notizie nasconde tutto ciò che non vale la pena raccontare. Ma a me è sembrato che raccontare queste storie di quotidianità potesse essere utile a sfuggire alla bidimensionalità delle cronache di questi tristi tempi di guerra».
Che cosa ha scoperto che non si aspettava di trovare?
«Di aspettative ne avevo ben poche, anche perché da qui è difficile anche solo immaginarsi cosa ci sia dietro a quel confine, quindi ero libero da ogni convinzione da dover mettere alla prova. Ed è stato un bene, secondo me, perché mi ha aiutato a elaborare meglio quel che mi sono trovato di fronte».
Nel libro cerca soprattutto l’incontro con i russi “ordinari”, in un contesto attraversato dalla propaganda interna ma anche dalle rappresentazioni che della Russia costruiamo in Occidente. Quanto è stato difficile ascoltare quelle persone senza trasformarle immediatamente in simboli, vittime o sostenitori di qualcosa?
«In realtà è stato molto facile, ma tutto per merito loro. Anche perché di ordinario tutte queste persone che ho incontrato avevano ben poco, ognuno di loro portava con sé una storia straordinaria che immediatamente mi faceva dimenticare il loro ruolo di cittadini russi e di testimoni della guerra. Mi sembravano semplicemente delle persone che valeva la pena ascoltare, e giocarci a scacchi, e berci vodka insieme».
Tolstoj, Dostoevskij, Gogol’ e Puškin accompagnano il viaggio come una sorta di controcanto alla Russia contemporanea. Quanto la Russia che aveva conosciuto attraverso la letteratura ha condizionato il suo sguardo e quanto, invece, il viaggio ha cambiato il suo modo di leggere quei libri?
«Moltissimo per entrambe le cose. Ci sono certi aspetti della letteratura russa che mi si sono immediatamente chiariti nell’istante in cui ho camminato per quelle vie, o ho dovuto maneggiare rubli o tenere a bada i sentimenti. Ma ogni angolo e ogni piazza mi ricordavano la profondità delle storie che avevo letto e che mi hanno accompagnato a ogni passo del mio viaggio».
La guerra rimane sullo sfondo, mentre in primo piano ci sono incontri, imprevisti, conversazioni e persino situazioni tragicomiche. È stata una scelta precisa di scrittura? Come si racconta la leggerezza della vita quotidiana senza rischiare di rimuovere la tragedia che continua a esistere intorno?
«La tragedia è impossibile da nascondere e infatti credo che a modo suo emerga in ogni pagina, ancor di più in quelle più ironiche. Non è mai in primo piano però, è lì per chi la vuole vedere, ma ho voluto a tutti i costi evitare di metterla su un piedistallo che spesso porta a romanticizzarla o a trarne un gusto morboso. Nella Russia lontana dal fronte la tragedia è sullo sfondo, lontana dagli occhi più disattenti, e così ho pensato fosse il modo giusto per raccontarla».
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