l'intervista
martedì 22 Settembre, 2026
Monica Baggia: «Integrazione? Housing sociale in nuove costruzioni e potenziare la mobilità pubblica: così evitiamo i quartieri ghetto»
di Simone Casciano
L’assessora comunale all'urbanistica di Trento: «I servizi devono essere accessibili a tutti. Serve una legge provinciale per favorire una positiva mescolanza dei residenti»
Idati dicono che nelle scuole di Trento e del Trentino non c’è un tema di squilibrio generale tra alunni di cittadinanza italiano o meno, detto che «stranieri» è un termine che non significa nulla. Esiste però sicuramente un tema di concentrazione di residenti con estrazioni culturali diverse, magari con un backgrount migratorio o di seconda generazione, in alcune zone della città. È un fenomeno tipico delle grandi città che però, se non governato, rischia di generare quartieri ghetto o marginalizzati. «Sono le leve urbanistiche quelle che dobbiamo utilizzare per favorire una positiva mescolanza dei residenti – spiega l’assessora all’urbanistica del Comune di Trento, Monica Baggia – Le strategie devono essere quelle di una residenzialità diversificata e poi di favorire la mobilità: una città collegata è una in cui non ci sono quartieri isolati».
Assessora, c’è un tema urbanistico legato all’integrazione?
«Assolutamente, qui il tema è proprio quello dell’integrazione, della mescolanza sociale. Parlare di “stranieri” è improprio: dobbiamo parlare di cittadini Ue, di extracomunitari, di prime e seconde generazioni. Quello che dobbiamo fare è evitare che ci siano zone della città legate a un unico tipo di residenzialità. Il ragionamento lo stiamo facendo innanzitutto con Itea, perché dove si fa edilizia popolare e a canone moderato, le due tipologie vadano realizzate insieme, proprio per unire e non separare. Poi certo, ci sono dei limiti legati magari al mercato, che per prezzi e valori sono destinati ad attrarre residenti diversi, con diverso potere d’acquisto. L’altro grande fattore che parifica è la mobilità. Una periferia ben collegata con il resto della città favorisce lo scambio, nelle scuole, nelle società sportive, nelle tante attività del tempo libero. Più una città è forte nel trasporto pubblico, più viene frequentata e attraversata dai suoi residenti di tutte le zone. La città deve essere tutta accessibile: questo garantisce scambio e movimento dei cittadini, di qualunque estrazione o background».
Trento come tante città paga gli errori di un lontano passato? In cui si costruivano quartieri quasi pensati solo per determinate fasce di reddito?
«È vero, oggi paghiamo gli errori di una pianificazione lontana nel tempo, quando non si conoscevano le problematiche legate a questi progetti massicci di case destinate a una data fascia di reddito. Difficile contrastarlo oggi: le case sono già dove sono. Oggi, chiaramente, le nuove costruzioni sono molte meno rispetto a una volta. Noi dobbiamo lavorare per evitare i ghetti, per evitare la marginalizzazione di aree della città e dei suoi residenti. I collegamenti sono l’altro sistema vincente, su cui stiamo lavorando. Per le scuole il discorso è diverso, perché l’iscrizione dipende dalla residenza, e forse bisognerebbe lavorare sull’individuazione dei bacini scolastici — ma questo non spetta a me. Ricordo che le Sanzio, a suo tempo, avevano come bacino la zona di San Martino, i Solteri e tutto il centro storico, mettendo insieme alunni di diversa estrazione sociale. Questa però è una decisione che spetta alla Provincia, quella sui bacini di utenza, e la mia è solo un’opinione personale».
Sul lato urbanistico, state pensando al modello Amsterdam? Per cui in ogni nuova costruzione c’è una quota per il mercato libero, una per l’housing sociale e una per l’edilizia popolare?
«Certo, assolutamente: è uno dei nostri obiettivi. Nel momento in cui dobbiamo realizzare nuova edilizia, l’obiettivo è imporre, soprattutto negli interventi di grandi dimensioni, una certa quota di edilizia popolare e sociale: è uno degli obiettivi della nuova variante. Oggi possiamo farlo solo a livello negoziale con il costruttore. Servirebbe una norma provinciale. Al momento possiamo solo stabilire nel Prg che una data area si sviluppi con pianificazione attuativa, individuando lì una funzione sociale per una quota dell’intervento edilizio».
Servirebbe una legge provinciale per renderlo più cogente?
«In generale direi di sì, poi stiamo studiando il metodo migliore, anche confrontandoci con la Provincia. Stiamo capendo cosa possiamo fare da soli a livello di Prg e cosa invece può fare la Provincia per aiutarci. Il risultato virtuoso sarebbe mescolare i residenti, avendo nello stesso condominio e nella stessa zona persone di diversa estrazione. Questo ci aiuta sia ad avere case popolari e a canone moderato, sia a diversificare la residenzialità».
Parlava di mobilità per collegare i quartieri. Non sarebbe altrettanto importante avvicinare i servizi a quelle aree che oggi ne sono sprovviste? Penso magari a centri pomeridiani, ma anche ad associazioni sportive o scuole di musica e altre arti?
«Sicuramente c’è anche quel tema, assolutamente: è anch’esso un obiettivo del Comune. Trento è una città strana: di solito le zone più ambite sono quelle meglio collegate, ma qui no — anzi, la collina è la più ambita e di certo non è la più comoda per i trasporti pubblici. Questa è la marcia in più dei quartieri meno ambiti. Per cui, da una parte bisogna rafforzare quel punto di forza, dall’altra lavorare per avvicinare i servizi».
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