Cronaca

martedì 24 Marzo, 2026

Migliaia di euro per il filtro d’amore. Due coniugi condannati a Rovereto per truffa

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Da Arezzo hanno raggirato una donna della Vallagarina: e c'è anche un altro procedimento per estorsione

Condannati per aver raggirato online una signora della Vallagarina, sottraendole migliaia di euro in versamenti e gioielli in cambio di un presunto filtro d’amore che avrebbe dovuto risolvere i suoi malanni di cuore. Questa la sentenza di primo grado pronunciata ieri mattina dalla giudice di Rovereto Monica Izzo nell’ambito del processo penale per truffa nei confronti dei coniugi di Arezzo Fabiana Rasponi, già ai domiciliari per vicende simili e a cui è stata dunque riconosciuta anche l’aggravante della recidiva, e Antonio Fadda.

Moglie e marito sono stati condannati in concorso tra loro per il reato continuato di truffa, mentre è ancora aperto l’altro procedimento penale nei loro confronti, quello per estorsione aggravata, sempre ai danni della donna lagarina. «Quando la mia assistita ha fortunatamente iniziato a capire che a fronte dei continui versamenti di denaro non accadeva nulla di ciò che le era stato promesso – ha ricordato ieri mattina in aula l’avvocata della donna, Paola Depretto – è stata allora minacciata pesantemente: le è stato detto che avrebbe perso il lavoro e le è stato prospettato un male ingiusto e notevole ai danni dei suoi figli». Questa però è un’altra storia, che sarà giudicata nei prossimi mesi in un separato procedimento.

Quello che resta per ora è invece la condanna in primo grado di Rasponi a un anno e otto mesi e al pagamento di 500 euro di multa, nonché di suo marito Fadda a dieci mesi di carcere (per lui la procura aveva chiesto una condanna di un anno e sei mesi, ma nei suoi confronti il tribunale non ha riconosciuto l’aggravante della recidiva) e al pagamento di 250 euro di multa. Oltre al pagamento delle spese processuali, entrambi i coniugi sono stati inoltre condannati in soldo al risarcimento del danno, calcolato in 13.865 euro (l’avvocata di parte civile Depretto aveva chiesto un risarcimento pari a 20.365 euro). Una cifra sottratta alla donna in un solo mese, quello di giugno 2020, tra cinque versamenti online e l’invio di tre pacchi contenenti gioielli e ori di famiglia recapitati all’indirizzo di Arezzo intestato a Rasponi.

La donna, come ricostruito dalla pubblica accusa, era stata agganciata dai due su Facebook in seguito a un post che la vittima aveva pubblicato in gruppo esoterico. «In quel momento – ha spiegato la pm Elisa Beltrame – la vittima si trovava in uno stato di sofferenza psichica (l’avvocata di parte civile ha dato conto in aula anche di un ricovero psichiatrico in ospedale, ndr). I due le hanno prima chiesto spiegazioni del post, poi hanno iniziato a mandarle messaggi su Messenger, arrivando infine a farsi dare il numero di telefono e a scriverle su WhatsApp.

È così che a giugno 2020 è iniziata una serie di conversazioni in cui le veniva promesso un avvicinamento all’uomo amato, previo versamento in denaro su carte PostePay». Avvicinamento che, neanche a dirlo, non si è mai verificato. «I due imputati hanno fatto credere alla vittima che altre donne si erano innamorate dell’uomo da lei sognato, convincendola che per risolvere la situazione fosse necessario ricorrere alla magia nera – ha aggiunto la legale Depretto –. In particolare Rasponi ha fatto credere alla donna di poter interloquire con un altissimo sacerdote capace di soddisfare il suo desiderio di amore, il quale gradiva tuttavia dei doni per poter intercedere». Doni che, purtroppo, sono prontamente arrivati.

A nulla è dunque valso il tentativo dell’avvocato della difesa (di Bologna) di scagionare i due imputati chiedendone l’assoluzione. Per il legale, infatti, non essendovi alcuna certificazione in merito allo stato psichico della donna – «non stiamo procedendo per circonvenzione di incapace» –, non sarebbe corretto parlare di truffa. «Rasponi è dedita a questi riti di cartomanzia – ha provato ad argomentare – ma non c’è nessun obbligo della persona offesa di avvalersi di questi, chiamiamoli, servizi di magia. È la persona offesa che, credendo a questi riti, è disposta a pagare e decide liberamente di ricorrere a questi servizi, come altri decidono di andare dal dentista». Una tesi che non ha tuttavia convinto la giudice Izzo.