Salute

giovedì 1 Ottobre, 2026

Medici di base, ennesimo bando con poche risposte: ci sono 59 posti e solo 16 candidati

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Nuovo ruolo che copre anche la guardia medica: pochissime le disponibilità nelle valli periferiche

Sono 59 i posti che a inizio settembre l’Azienda sanitaria provinciale ha messo a bando per i medici del ruolo unico di assistenza, che dalla riforma del 2022 svolgono sia il ruolo di guardia medica sia quello di medici di medicina generale. Le candidature arrivate sono appena 16. Il bando, aperto dal 2 al 22 settembre, non sembra quindi sufficiente a colmare le carenze già presenti sul territorio. Le assegnazioni non sono ancora state definite, ma il numero delle candidature coincide con quello delle cessazioni di medici di medicina generale previste entro la fine dell’anno, attualmente stimate in 16 unità. Anche nell’ipotesi in cui tutti i candidati ottenessero un incarico, dunque, il ricambio coprirebbe numericamente le uscite previste senza incidere sulle carenze già esistenti. Il bando di settembre è infatti una procedura straordinaria: l’assegnazione degli ambiti carenti ha infatti cadenza annuale e viene normalmente effettuata nel mese di marzo. Il nuovo passaggio arriva quindi dopo quello ordinario, per provare a coprire i posti rimasti scoperti.

La geografia della carenza
I posti vacanti sono distribuiti nelle diverse aree del Trentino: 20 tra Trento e Valle dei Laghi, due nella Piana Rotaliana e Paganella, in Primiero e in Val di Fassa, uno in Val di Non, nove nell’Alta Valsugana, sei in Bassa Valsugana, dieci in Vallagarina, sei nell’Alto Garda e Ledro e uno nell’area delle Giudicarie e Rendena.
Particolare attenzione è riservata alle «zone disagiate». Per i medici che apriranno l’ambulatorio principale a Garniga Terme, Pieve Tesino, Terragnolo o Vallarsa è prevista un’indennità mensile aggiuntiva, secondo quanto stabilito dall’Accordo integrativo provinciale della medicina generale.

Solo 16 candidature
Tra le 16 candidature presentate, cinque provengono da medici della Scuola di formazione specifica in medicina generale. Un elemento che, secondo Nicola Paoli, segretario provinciale del Sindacato medici italiani (Smi), va considerato nel valutare il numero effettivo di professionisti disponibili. «Durante la formazione gli specializzandi possono avere al massimo 1.000 assistiti e devono conciliare l’attività sul territorio con la frequenza della scuola, mentre i medici di solito ne assistono 1.800 circa. Peraltro gli studenti della scuola non possono eseguire determinate prestazioni, né tanto meno si può pretendere da loro che abbiano la formazione di un medico che ha completato il percorso formativo. Un giorno a settimana devono dedicarlo alla scuola, quindi non coprono i pazienti» spiega Paoli. «I 59 posti vacanti sono gli stessi di marzo. Il concorso era già stato fatto allora: si erano presentati 12-13 medici, di cui quattro o cinque della scuola di formazione specifica», osserva ancora Paoli.

Il carico assistenziale
Il tema, secondo il segretario della Smi, è quindi anche quello del carico assistenziale. «I medici di famiglia hanno circa 1.800 pazienti e sta diventando impossibile da gestire». Lo stesso Paoli riferisce: «Io sono a 1.800 pazienti, pur avendo chiesto di stare sotto i 1.500, è una situazione insostenibile». Gli specializzandi che partecipano al bando, specifica, diventano una presenza stabile e pienamente operativa sul territorio una volta terminata la formazione. Il problema dell’attrattività riguarda in particolare le aree periferiche: «In Val Rendena sono tre-quattro anni che si cerca di fare qualcosa. Non servono i soldi ai medici, preferiscono tranquillità piuttosto che essere costantemente carichi di lavoro e scegliere le zone di valle. Quelli che vengono da fuori regione cercano di starci». La Provincia, come detto, prevede comunque incentivi specifici per le zone più disagiate. Ma, secondo Paoli, la leva economica non è sufficiente. «La soluzione politica prospettata è sempre quella dell’incentivo economico, ma non può funzionare. Il tema è dare al professionista anche la possibilità di avere del tempo». E c’è poi il rapporto con i pazienti. «Inutile dire che con questi numeri manca completamente il rapporto umano. Ormai il rapporto è diventato telefonico, il paziente chiama, chiede una ricetta o un’impegnativa e non si fa nemmeno visitare. Non c’è da sorprendersi se il sistema ospedale è sovraccarico, si è tolto, tra tutte le altre cose, un filtro essenziale». Una situazione che, secondo Paoli, rende ancora più difficile il ricambio generazionale: «Quelli che ci subentrano sono spaventatissimi».

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