L'intervista

martedì 11 Luglio, 2023

Mattia Mascher e l’urgenza di educare alla speranza: «L’eco-ansia dei giovani è colpa degli adulti»

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Lo scrittore, esperto di educazione ambientale, cooperativa e comunicazione sociale, torna a parlare di futuro e di alleanze intergenerazionali con «2050 Ritorno al futuro. Perché è urgente educare alla speranza al tempo della crisi climatica e sociale»

Dopo «Guida galattica per nonne e nonni del terzo millennio: come affrontare le sfide del futuro insieme ai nipoti», l’esperto di educazione ambientale, cooperativa e comunicazione sociale, Mattia Mascher, torna a parlare di futuro e di alleanze intergenerazionali con «2050 Ritorno al futuro. Perché è urgente educare alla speranza al tempo della crisi climatica e sociale». Un viaggio alla scoperta delle nuove generazioni tra cambiamenti climatici ed eco-ansie, post-pandemia e gerontocrazia, potenzialità inespresse e psicosi, cattive notizie e spiragli di un nuovo modo di concepire il mondo dell’informazione. È la prima generazione che vede il futuro come una minaccia anziché come una promessa e Mascher si è interrogato sul perché di questo «vuoto di futuro», offrendo spunti e metodi per costruire una nuova pedagogia della speranza.
Come nasce questo libro?
«Mi sono accorto che questa generazione ha un tremendo bisogno d’aiuto e affiancamento. Tuttavia noi adulti stiamo veicolando una cultura speranzicidia, cioè che ammazza il futuro, poiché incapaci d’immaginare un domani e un sistema economico più equilibrato e sostenibile. Così stiamo distruggendo gli sforzi, gli ideali e la speranza dei più giovani: è tempo di invertire la rotta».
Qual è la portata di questo fenomeno?
«Le rispondo con dei dati: in Italia il 25-30% dei ragazzi soffre d’ansia ed eco-ansia e abbiamo il 25% di Neet, giovani sotto i 25 anni che non studiano, non lavorano e si chiudono nel proprio mondo interiore o digitale. Questo accade perché le notizie negative su come andrà a finire l’umanità sono continue e i giovani sono preoccupati. Una recente ricerca, condotta dall’università di Bath e pubblicata su The Lancet, compiuta su diecimila ragazzi di tutto il mondo sotto i 25 anni, attesta che il 75% di loro si è detto terrorizzato dal futuro e il 50% non vuole avere figli perché troppo spaventato».
E la situazione in Trentino?
«La situazione trentina va meglio rispetto a quella nazionale, perché abbiamo un tessuto associazionistico più elevato e meno abbandono nel mondo dello sport, però non tutto è perfetto: i dati parlano di 10 mila Neet e da una recente ricerca post-pandemica è emerso che circa il 20% dei ragazzi vive una situazione di debolezza psicologica».
Cosa si può fare per combattere l’eco-ansia dei giovani?
«Secondo gli psicologi l’eco-ansia si combatte solo in due modi: attraverso l’azione e l’azione collettiva. Lavoro da quindici anni nel mondo dell’educazione, occupandomi di progetti legati all’educazione ambientale e cooperativa in collaborazione con la Federazione trentina della cooperazione. Fondiamo piccole cooperazioni all’interno delle classi delle scuole superiori e i ragazzi, in modo operativo e democratico, sperimentano la capacità di agire nella realtà. Quando si rendono conto che, grazie al lavoro collettivo, raggiungono risultati creduti impossibili, sono travolti da una rigenerante ventata di speranza. La speranza non è una pratica interiore, legata al cieco ottimismo».
Che cos’è invece?
«È una pratica politica e collettiva, di azione civica: le sfide che ci attendono sono epiche, colossali e chiedono cooperazione, anziché competizione».
Gli adulti cosa devono fare allora?
«Noi adulti abbiamo il dovere morale di non bombardare le nuove generazioni con una comunicazione solo catastrofista, di non fomentare l’odio e lo scontro, di non giudicare maliziosamente gli sforzi delle nuove generazioni. Bisogna rieducare alla speranza, perché l’ansia e la depressione le vedo strettamente connesse alla mancanza di essa. È vero che il mondo si presenta pieno di spighe, tra guerre e pandemie, ma ci sono tantissimi progetti, start-up, associazioni di giovani e cooperative che possono motivare nel riformulare una nuova visione del futuro».
Per i giovani è difficile farsi spazio in un mondo sempre più vecchio.
«Sì, è vero, viviamo in una società dove gli over 55 rappresentano il 35% della forza elettorale e questo vuole dire che hanno un potere schiacciante sulla visione di questo Paese, da un punto di vista sia politico, sia culturale. Con cronofagia s’intende che gli adulti stanno mangiando il tempo dei giovani, che sono pochi in questo momento storico e, quindi, la cultura e il potere politico non li prendono in considerazione. Uno dei problemi del mondo adulto è anche quello di rifugiarsi nel passato, con l’idea che “ai miei tempi era più bello”, ma questa tendenza è una risposta alla paura verso il futuro. Girando tutte le scuole elementari e superiori del Trentino mi sono reso conto di quanti ragazzi in gamba ci siano, ma le loro potenzialità faticano a emergere se la società non li accompagna. Servono una precisa intenzionalità educativa e uno specifico focus sull’educazione all’informazione».
In che senso?
«Il mondo dell’informazione è tarato sulle “bad news”, le terribili notizie, importanti da conoscere, ma troppe portano a maturare un pensiero distorto che induce le persone a chiudersi in sé stesse o a darsi all’egoismo sfrenato pensando di doversi godere ogni giorno come fosse l’ultimo. Noi invece abbiamo bisogno di “good news”, notizie che raccontano progetti, cooperazioni nazionali e internazionali come fonti d’ispirazione. E poi servono anche altre due cose fondamentali».
Ovvero?
«Speranza e pazienza. Spesso, quando si fa attivismo, ci si sente soli e si teme che le situazioni non cambino mai, ma invece, passo dopo passo, cambiano davvero. I piccoli progetti civici che ognuno di noi crea, insieme agli altri, hanno un effetto potentissimo. Inoltre, è molto importante allenare la pazienza, tendiamo a volere tutto subito, ma l’educazione a questo tipo di sfide epiche richiede prima di tutto pazienza».