la storia
lunedì 21 Aprile, 2025
Mario Benigni, il ciclista che batteva Pantani: «Per allenarmi scendevo da Seo in autostop»
di Angelo Zambotti
Oggi scatta il Tour of the Alps nel Banale, terra dell'ex ciclista che superò il Pirata. «Il ciclismo ora è diverso. Il professionismo? Mancavano gli agganci»
La Pasquetta del ciclismo sarà differente: scatta infatti oggi il Tour of the Alps, e lo farà con una tappa di 148,5 chilometri con partenza e arrivo a San Lorenzo in Banale. «A due passi da casa mia», evidenzia Mario Benigni, uno dei fratelli che tra gli anni ‘80 e i primi ‘90 erano soliti infiammare le corse prima giovanili e poi dilettantistiche. Carlo, classe 1965, Mario, del 1966, e Andrea, il più giovane, del 1969, tutti in ammiraglia con il papà-ds Giuseppe, corridore dell’Aurora in gioventù e poi falegname con la passione per le due ruote: partendo da Seo, assolato quanto panoramico paesino che dall’alto domina il territorio di Stenico e le Giudicarie Esteriori, i tre fratelli hanno pedalato – e forte – con uno stile spesso garibaldino e per questo tutt’ora ricordato dagli sportivi. «La mia prima vittoria fu alla Schio-Ossario del Pasubio, da junior – ricorda Mario – poi ne arrivarono altre, tra cui da dilettante la Sondrio-Livigno e una tappa del Valle d’Aosta». A Livigno, nel luglio 1989, Benigni si presentò tutto solo, con 1’33” di vantaggio su un quartetto a dir poco nobile: secondo si piazzò infatti un 19enne di Cesenatico di nome Marco Pantani. Il futuro Pirata precedette Giuseppe Borghesi (il noneso padre delle cicliste Letizia e Giada) e Ivan Gotti. Due mesi dopo, a Cervinia, a inchinarsi a Mario fu invece Richard Virenque, il francese che poi sarebbe diventato il recordman della maglia a pois del Tour, portata 7 volte fino a Parigi. Lunga pure la lista di vittorie di Carlo. Tra Giro d’Oro sulle strade di casa, il Belvedere nel trevigiano davanti a Wladimir Belli, le due Trento-Bondone e il Giro del Friuli, oltre a altre gare, il palmares del maggiore dei Benigni (che vestì anche la maglia azzurra) è di primissimo ordine. Il minore, Andrea, frequentò il podio soprattutto nel ciclocross. Logico chiedersi come mai nessuno dei tre riuscì mai ad avere una chance nel professionismo, in un’epoca in cui – a differenza di oggi – non mancavano i team italiani. «Sono passati più di 30 anni – riattacca Mario – ma rimango dell’idea che ci mancavano soprattutto gli agganci giusti. Abbiamo visto “passare” diversi atleti senza risultati di spicco che però erano nelle squadre “giuste”. Io non ho rimpianti: le soddisfazioni sono state comunque tante e il cassetto è pieno di bei ricordi». Un ciclismo decisamente diverso. «D’inverno lasciavo la bici in un garage di Sarche, scendevo da Seo in autostop e tante volte mi è capitato di farmi chilometri a piedi per tornare a casa dopo gli allenamenti. Non c’erano certo i materiali di oggi: quando serviva, papà Giuseppe andava a Conegliano a recuperarci dei pezzi per le biciclette e poi lavorava in falegnameria fino a mezzanotte e oltre per recuperare il tempo perduto. Per non parlare di preparatori e dietologi: noi alle gare mettevamo in tasca le frittelle di riso che ci preparava la mamma, ci prendevano in giro quando perdevano un po’ di olio sporcandoci le maglie». Altro che integratori, le fortaie dei Benigni sono tutt’ora citate nel mondo del ciclismo parlando di quei tempi che sembrano lontanissimi.
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