L'editoriale
lunedì 26 Gennaio, 2026
L’Europa e i suoi nemici
di Simone Casalini
Il nuovo ordine mondiale e le tensioni interne rendono il futuro dell'Europa incerto come l'etimologia della parola stessa: è in questa frattura storica che servirà riformularsi e trovare le parole per un domani diverso
L’etimologia della parola «Europa» è incerta. Così come incerto appare il suo incedere contemporaneo, trafitta nella quotidianità dai dardi della critica che l’hanno trasformata in una sagoma da smaterializzare. Ha molti detrattori l’Europa. E ospita molteplici cavalli di Troia che attendono, nell’ombra delle tenebre, di sminuirla, di spingerla fuori scena. Una parte della politica, certamente, l’ha assunta come dispositivo negativo, matrigna insensibile e causa delle patologie che attraversano il corpo sociale. L’unica possibile cura è l’eutanasia. Ma anche la dimensione intellettuale non è indulgente.
E c’è chi, come Ernesto Galli della Loggia, nega l’esistenza di un’identità europea. Dunque, sarebbe un artificio semantico, una costruzione in vitro senz’anima. Mentre l’identità – sempre immaginata come qualcosa di statico – ricalcherebbe i perimetri nazionali. Dal Mediterraneo alle «terre di mezze», l’Europa si è – in verità – storicamente affermata come il luogo della relazione e della contaminazione, e il pluralismo è la cifra del suo essere. Europa, talmente incantevole da indurre Zeus a rapirla, oggi sembra aver rinunciato alla sua avvenenza. E anche la mitologia greca non aiuta, non pulsa più. Figuriamoci in una società che perde, giorno per giorno, competenze e conoscenza. Il mito è demitizzato senza sofismi intellettuali.
L’ipotesi etimologica più diffusa riconduce la parola Europa a due significati: «ampio, largo» e «sguardo, occhi, volto». «Ampio sguardo» per la estensione dei territori a cui alludeva. Un’altra suggestione, non in contraddizione, giunge dalla parola semitica «ereb» e ci conduce alla definizione di «Occidente». Erano i fenici ad utilizzarla per indicare le terre a ovest della loro. Pur nell’approssimazione etimologica, queste due possibilità ci indicano una prospettiva da recuperare. Quella dell’idealità dell’Europa come spazio in divenire e di sperimentazione di nuove forme in cui territorio, cittadinanza e diritto si fondono sotto l’ombrello democratico; e quella di genesi – per differenza – di un perimetro geopolitico che oggi agita i sogni dei nostalgici e che i processi degli ultimi decenni, intorno alla questione dei confini, ha portato a ridefinire in senso più dinamico. E dove «Occidente» e «Oriente» sono categorie che non spiegano più nulla.
C’è una robusta dose di ingenerosa detrazione in quello che si afferma contro l’Europa. Come se fosse un soggetto astratto, un capro espiatorio. L’Europa non sa riformarsi? Ma chi deve riformare l’Europa se non la politica! E, dunque, le stesse classi dirigenti che danzano lessicalmente intorno al suo corpo per manciate di consenso senza avvenire. Perché la rabbia non genera politiche né visioni d’insieme.
La genesi dell’attuale Unione europea è nel Manifesto di Ventotene («Per un’Europa libera e unita»), scritto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nel 1941 mentre erano al confino come oppositori del regime fascista. E si diramava da una considerazione di partenza: la malattia degli Stati nazione. «La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi, poiché ciascuno si sente minacciato dalla potenza degli altri e considera suo “spazio vitale” territori sempre più vasti, che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza, senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti» scrivevano con una formula che potrebbe adattarsi alle cronache coeve. La nascita della Comunità economica europea è stato il principio del superamento degli Stati nazione, ponendo a fattore comune quelle materie che ancora oggi determinano i conflitti mondiali. Da allora sono stati compiuti molti passi in favore di una comunione di destini. Con Schengen abbiamo abbassato le frontiere, seppur in una concezione ristretta di cittadinanza che esclude gli extra-Ue, con le università abbiamo costruito percorsi di scambio culturale, linguistico, concettuale (Erasmus), con il trattato di Maastricht si è costituita l’Unione, la moneta unica, la cittadinanza europea. Potremmo proseguire perché sono tanti e diversi gli elementi di un’identità reale, quella europea, che è cresciuta al punto da spaventare gli assertori delle piccole patrie.
L’imperfezione europea, che nessuno nega, si è manifestata con il crescere delle adesioni che hanno reso il suo vestito istituzionale e decisionale inadeguato, con una sovranità sempre in tensione e sempre in una procedura di negoziazione con lo spazio nazionale che ne accorcia il raggio d’azione e di rappresentazione, con lo spaesamento di non aver codificato in Costituzione il suo assetto valoriale, con un’idea di cittadinanza che appare anchilosata rispetto alle sfide portate dalla globalizzazione e che non coglie la ricchezza e le possibilità insite nell’eterogeneità culturale. Principio di differenza di cui l’Europa dovrebbe essere custode. Enrica Rigo in «Europa di confine. Trasformazioni della cittadinanza nell’Unione allargata» sottolinea come «il dibattito sulla cittadinanza si è mosso, prevalentemente, all’interno di un discorso normativo costruito sulla dicotomia tra cittadini e stranieri. Un orizzonte che, rappresentando le migrazioni come un fenomeno che preme dall’esterno sui confini della cittadinanza, impedisce di vedere come le donne e gli uomini che ne sono protagonisti non si pongano affatto al di fuori di tali confini, ma ne siano, piuttosto, la contestazione immanente».
Oggi l’Europa è minacciata dal nuovo ordine mondiale che avanza e che riproduce alcuni stilemi rivisti del Novecento: la centralità degli Stati nazione, la loro affermazione all’interno di una politica di potenza e il declassamento delle istituzioni democratiche e delle libertà fondative del Dopoguerra. In questo quadro l’Europa si muove con più difficoltà perché nelle fratture storiche la sua capacità di risposta non è immediata e risente delle sorgenti nazionali. La bocciatura dell’accordo commerciale con il Mercosur ne è un esempio. Ma è proprio in questa frattura storica che l’Europa dovrà scegliere e scegliersi, è in questo passaggio di tempi e istantanee che dovrà riformularsi e trovare le parole per costruire un domani diverso da quello che avanza nel resto del mondo.