L'editoriale

sabato 24 Gennaio, 2026

Le città e i senzatetto, una lunga storia

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Il passato insegna che l’emergenza freddo non è un’anomalia, ma una ricorrenza strutturale delle città moderne: le soluzioni basate sull'urgenza sono efficaci nel breve periodo, ma non nel risolvere le cause

Ogni inverno, puntualmente, il freddo riporta al centro del dibattito pubblico una questione che le città possono gestire con maggiore facilità nei mesi più miti: dove dormono le persone che non hanno una casa? Nelle ultime settimane, anche in Trentino l’abbassarsi delle temperature ha reso visibile una realtà che esiste tutto l’anno, ma che le condizioni climatiche rendono urgente. Succede allora che dormitori vengano aperti e richiusi in base a soglie termometriche, con una coda di discussioni sulle competenze istituzionali e sulla necessità di soluzioni straordinarie. Il copione è noto, come mostrano anche le cronache e gli editoriali dei giorni scorsi. Oltre che nota, la questione non può certo dirsi nuova. La storia delle città europee mostra che il freddo è stato, per secoli, uno dei principali fattori di visibilità della povertà urbana.

Prima dell’affermarsi di politiche pubbliche strutturate, l’inverno obbligava le comunità a confrontarsi con una domanda elementare e concreta: che cosa fare di chi non aveva un tetto, quando la strada diventava un luogo di pericolo climatico. L’emergenza non riguardava solamente sicurezza o criminalità, ma doveva confrontarsi con la sopravvivenza fisica delle persone esposte alle intemperie. Guardiamo a come il tema abbia attraversato l’età moderna per assumere una forma più sistematica nel XIX secolo, con la crescita delle città e la trasformazione del lavoro.

In Italia, come altrove, una parte decisiva della risposta fu affidata agli ordini religiosi e alle confraternite laicali (anche queste comunque operanti in stretta connessione con il clero). Tali confraternite avevano nomi e forme differenti, variavano da città a città ed erano tutte accomunate da una stessa logica: quella di offrire un riparo minimo (spesso temporaneo) a chi non poteva permettersi un tetto sopra la testa. Già a partire dal XVI secolo, soprattutto nei contesti urbani, molte congregazioni promosse o sostenute dai gesuiti si dedicarono all’assistenza dei poveri, dei pellegrini, dei malati e in generale di chi viveva ai margini. La diffusione della presenza gesuitica in età moderna comprendeva territori climaticamente difficili, dall’Europa settentrionale alle regioni alpine (penso per esempio alle piccole realtà di Gorizia e Klagenfurt), dove l’inverno rendeva ancora più urgente l’organizzazione di forme di accoglienza.

Tra XVI e XIX secolo, i religiosi contribuirono in vario modo a costruire un vero e proprio impianto dell’assistenza urbana. Lo fecero organizzando strutture diverse per funzione e durata come ospedali, ospizi, mense, ricoveri per poveri e pellegrini, dormitori. L’assistenza non era concepita come diritto universale, bensì come opera di carità organizzata. Era inserita in una visione morale dello spazio urbano, nella quale aiutare i poveri significava anche mantenere un equilibrio sociale, contenere il disordine e rendere visibile un ideale di comunità cristiana. Accoglienza e disciplina convivevano perché l’assistenza era anche una forma di regolazione. Il povero veniva sì aiutato, ma allo stesso tempo classificato e talvolta sospettato. La carità era al contempo compassione e strumento di governo della città. Tuttavia, per secoli, rappresentò una delle poche risposte disponibili a una povertà che il mercato del lavoro e l’assetto urbano producevano continuamente.

Milano rappresenta un osservatorio privilegiato, specie a causa del suo precoce sviluppo industriale e della rapida crescita demografica. Tra il 1870 e l’inizio del XX secolo la popolazione cittadina passò da poco più di 300.000 abitanti a quasi mezzo milione (il censimento del 1901 registrò 490.084 residenti), trasformando profondamente l’equilibrio urbano. La crescita va collegata proprio allo sviluppo industriale, capace di attirare migliaia di lavoratori, molti dei quali destinati a vivere in condizioni precarie. È in questo contesto che si svilupparono i primi ricoveri notturni per i senzatetto (tale definizione compare proprio in questo periodo), sostenuti da enti religiosi, benefattori privati e amministrazioni locali. Non si trattava certo di case vere e proprie, ma di spazi di emergenza, organizzati in grandi camerate, con regole rigide e permanenze brevi. La loro funzione era chiara: evitare che la povertà producesse morte e disordine nello spazio urbano, soprattutto durante l’inverno. Fenomeni analoghi si osservano fuori dall’Italia. A Parigi, che alla fine del XIX secolo superò i due milioni e mezzo di abitanti, nacquero gli «asiles de nuit», spesso gestiti con il contributo di congregazioni religiose. A Londra, la più grande metropoli europea del tempo con una popolazione che sfiorava i sei milioni di abitanti, accanto alle workhouses pubbliche operavano missioni cristiane che aprivano rifugi notturni nei mesi più freddi.

La storia aiuta a leggere il presente con maggiore profondità. Mostra che l’emergenza freddo non è un’anomalia, ma una ricorrenza strutturale delle città moderne. Mostra pure che le risposte fondate esclusivamente sull’urgenza tendono a ripetersi. Possono essere efficaci nel breve periodo, ma non incidono sulle cause che rendono la necessità ciclica. Insomma, l’oscillazione tra assistenza e controllo, tra solidarietà e gestione dell’ordine urbano, attraversa i secoli. Forse è proprio questo il punto principale che la storia consegna alla riflessione. Le città non hanno mai smesso di produrre povertà abitativa. Hanno però continuamente rinegoziato il modo di renderla visibile e governabile. Ordini religiosi e confraternite laicali hanno svolto a lungo una funzione di supplenza, creando spazi di accoglienza in assenza di politiche pubbliche strutturate. Oggi tali istituzioni non occupano più lo stesso ruolo e sono sostituite o supportate da quelle urbane, ma il problema resta: i giorni del freddo continuano a essere i momenti in cui le città sono costrette a guardarsi allo specchio.

*Storico del cristianesimo e ricercatore della Fbk