L'intervista
domenica 14 Dicembre, 2025
Lavorare in smart working, la storia della drenense Petra Riccardi: «Io vivo a Barcellona, tanti benefici»
di Giacomo Polli
La ventiquattrenne è dipendente di un'azienda senza sede: «Ciò che conta è il risultato finale. Aspetti negativi? Si perde il contatto con le persone»
Originaria di Drena, la 24 enne Petra Riccardi vive a Barcellona da ormai cinque anni, città in cui lavora per un’azienda che offre servizi legati all’intelligenza artificiale. Il suo lavoro viene svolto interamente in smart working in quanto l’azienda non dispone di una sede fisica. Un modello organizzativo sempre più diffuso in Trentino, che offre diversi vantaggi, con i dipendenti che possono godere di maggiore libertà personale. Allo stesso tempo, a volte, pesa l’assenza del contatto umano.
Riccardi, come viene organizzato il suo lavoro?
«Offriamo consulenze per altre imprese in un’azienda che si occupa di intelligenza artificiale. Lavoriamo interamente da remoto, non esiste la sede fisica. Viene tutto organizzato online attraverso riunioni specifiche».
Quali sono i benefici?
«Posso lavorare da dove voglio, ciò che conta è il risultato finale. Ho l’opportunità di tornare in Italia e di lavorare da casa senza problemi. Parliamo di uno strumento molto utile che permette una flessibilità importante. Grazie a queste condizioni ho maggiore tempo da dedicare a questioni personali».
Maggiore libertà, quindi.
«Sì, non perdo nemmeno tempo negli spostamenti. Ci sono persone che impiegano due ore al giorno per andare a lavoro e tornare a casa. Nel mio caso non è così e riesco a risparmiare molto tempo».
La produttività o l’approccio è diverso rispetto al lavoro in presenza?
«Dipende dalle persone e dalla disciplina personale. Se si è in grado di lavorare autonomamente la produttività aumenta. Ricordiamoci che lavorando in presenza, magari in un ufficio, si hanno comunque diverse distrazioni: dalla pausa caffè ai colleghi che ti distraggono. Sotto quell’aspetto cambia poco. Se si è in grado di gestirsi, però, penso che da remoto ci sia la possibilità di lavorare meglio. Alla fine comunque ciò che conta è il risultato».
Quindi un lavoro ad obiettivi, non ad ore.
«Abbiamo degli orari ma non sono vincolanti. Se il mio turno finisce alle 15 ma alle 14 ho terminato quello che dovevo fare, stacco. Lo stesso discorso vale nel caso in cui non riuscissi a terminare il lavoro entro la fine del mio turno. In questo caso proseguo fino a quando non ho consegnato tutto. Se ci metto più o meno tempo non conta».
Ci sono aspetti negativi?
«In generale gli aspetti positivi sono di più. Allo stesso tempo, a volte, pesa il fatto di non avere un contatto con le persone. Si perde il contatto umano. Poi dipende molto dalla cultura dell’azienda. Spesso risulta pesante trascorrere il tempo soli davanti al computer».
Non esistono momenti di condivisione?
«Noi lavoriamo interamente in smart working ma spesso vengono organizzate riunioni da remoto con l’obiettivo di stare insieme, parlare e creare relazioni, fattori fondamentali all’interno di un team. Ci sono volte in cui parliamo di noi stessi, volte in cui si parla di un determinato argomento o volte in cui giochiamo. Tutto con l’obiettivo di stare insieme e creare un rapporto tra i dipendenti, aumentando il benessere generale».
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