Cinema
mercoledì 6 Maggio, 2026
La «Lanterna Magica» al Trento Film Festival: i film da recuperare assolutamente
di Michele Bellio
Dall'intenso «The Track» al trentinissimo «Né calt né fret» (e una piccola gemma d'animazione)
THE TRACK
(Canada/Bosnia Herzegovina 2025, 91 min.) Regia di Ryan Sidhoo
Sezione Proiezioni Speciali
Tra i titoli più intensi proposti in questa edizione del festival, un posto particolare è sicuramente occupato da The Track, potentissima riflessione sulla disillusione derivata dal sogno olimpico jugoslavo del 1984, quando si svolsero i primi giochi invernali ospitati da un Paese socialista, senza boicottaggi di alcun genere. La nostra storia si svolge in Bosnia Erzegovina, a Sarajevo, dove ancora si trova, anche se in rovina, una delle piste di slittino più importanti del mondo. È qui che Senad, un allenatore, ex campione nazionale di questo sport, ha scelto di continuare a investire le proprie energie gratuitamente per provare a formare tre ragazzi in vista delle Olimpiadi invernali di Pechino 2022. Il Paese attorno non li sostiene: mancano i finanziamenti pubblici, ogni anno è una battaglia e non è affatto garantito che si riesca ad avere quanto necessario per partecipare alle gare di qualificazione. In generale si respira un’aria di profonda disillusione, con i ragazzi che dichiarano come, per quanto ci si sforzi, si finisca sempre per scontrarsi con la realtà. Il clima visivo e narrativo rispecchia perfettamente questa condizione: l’abbondanza di cimiteri nelle inquadrature richiama costantemente il dramma della guerra e il devastante assedio di Sarajevo. Si percepisce una tensione latente, come se fosse sempre sul punto di riemergere, accompagnata da riflessioni molto dure: a più di vent’anni di distanza si continua a vivere nel passato, incapaci di proiettare la Bosnia verso il futuro. Emblematico, in questo senso, un murale inquadrato ad un certo punto: “annulla la mia iscrizione alla resurrezione”, frustrata richiesta al creatore. Un’immagine che sintetizza perfettamente il sentimento di un Paese che ha perso la speranza, anche se qualcuno cerca di ritrovarla attraverso questi giovani. Alla fine uno di loro riuscirà a partecipare alla competizione olimpica, restituendo, almeno in parte, una scintilla di fiducia a una generazione che sembra aver smarrito la capacità di immaginare il futuro, se non dolorosamente altrove, lontano dalla propria terra. Straordinario il ritratto dei tre giovani protagonisti, delle loro famiglie e dell’allenatore, figura paterna che si spende con ostinazione per offrire loro una possibilità diversa. Un lavoro sviluppato nell’arco di diversi anni, visivamente notevole, che merita di essere visto per la lucidità con cui restituisce le contraddizioni di un Paese uscito da un conflitto devastante, le cui speranze si sono, in gran parte, interrotte lungo il cammino.
L’INCROYABLE FEMME DES NEIGES
(Francia 2025, 111 min.) Regia di Sébastien Betbeder, con Blanche Gardin, Philippe Katherine
Sezione Anteprime
Come è stato giustamente sottolineato durante la presentazione, il festival ha sempre più l’esigenza di ampliare gli orizzonti del proprio pubblico, proponendo anche titoli che sfumino i confini dei temi più strettamente legati alla montagna, contaminandoli con generi cinematografici diversi. Il film in questione è un riuscito equilibrio tra commedia e dramma, caratterizzato da una leggerezza e da una freschezza tipicamente francesi. Il regista indipendente Betbeder (già celebrato a Locarno e Cannes) conferma la propria capacità di costruire narrazioni originali e vivaci, affidandosi a un cast di alto livello per raccontare la storia di un’esploratrice sui generis, alle prese con una complessa crisi di mezza età. Dopo una vita trascorsa tra spedizioni artiche e antartiche, incontri ravvicinati con orsi e notti passate su lastre di ghiaccio in mezzo al nulla, la protagonista si trova improvvisamente disarmata di fronte alla fine della propria relazione e all’incapacità di affrontare una nuova fase della propria esistenza. Rimasta anche senza lavoro, decide di tornare in Francia, sulle montagne del Giura, per ricongiungersi con i fratelli. Questo ritorno la costringe a confrontarsi con i limiti della propria personalità, fino ad una scelta radicale: scomparire. La ritroviamo in Groenlandia, dove tenta di ridefinire il proprio rapporto con il futuro e con se stessa. La prima parte del film è decisamente esilarante, con momenti di grande efficacia comica: dalla lezione in una scuola elementare, dove la protagonista si abbandona a dettagli eccessivamente espliciti e macabri, fino alla sequenza dell’arresto, durante un’ubriachezza molesta fuori da ogni schema. Il film subisce però una netta cesura con la scomparsa della protagonista. Da quel momento il racconto si fa più rarefatto, sospeso e inevitabilmente il ritmo ne risente (anche perché sostenere la brillantezza dei primi trenta o quaranta minuti sarebbe stato complesso). Tuttavia la narrazione non perde consistenza e, grazie soprattutto alla qualità delle interpretazioni, riesce comunque a mantenere una forte intensità emotiva. Nella parte ambientata tra i ghiacci della Groenlandia, il film trova una nuova dimensione: qui anche l’invisibile diventa parte del paesaggio e si riapre per l’essere umano la possibilità di un confronto diretto con la natura, come spazio di riflessione e di ricostruzione interiore. Un’opera che, pur con qualche squilibrio, riesce a coniugare ironia e introspezione, offrendo uno sguardo originale sul tema della crisi personale e della ricerca di sé.
NÉ CALT NÉ FRET
(Italia 2025, 41 min.) Regia del Gruppo Giovani dell’Associazione NOI Giovo APS
Sezione Orizzonti Vicini
Nato da un progetto di associazionismo giovanile, Né calt né fret è un documentario d’inchiesta che ha l’ambizione di mettere a confronto i giovani del comune di Giovo e della Val di Cembra con le tematiche più attuali che si possano immaginare, spingendoli a trovare, nel confronto con la popolazione, una serie di segnali dell’impatto sulla loro comunità dato dagli argomenti in gioco. Il film ha una struttura semi amatoriale, tipica dei progetti realizzati in questo ambito, ma si capisce come alle spalle ci sia la mano competente di Cecilia Bozza Wolf e di Alex Zancanella, che hanno guidato i ragazzi nel cercare di dare una dimensione più strutturata e artistica a quella che altrimenti avrebbe rischiato di essere una raccolta di luoghi comuni. Affascinante il modo in cui si cerca di inserirsi all’interno di contesti piuttosto difficili. Il film alterna i protagonisti del video, i ragazzi stessi che da un palcoscenico in qualche modo incarnano le varie emozioni legate alle loro ricerche, ad una serie di interviste a vari membri della popolazione, toccando temi estremamente delicati. Si va dall’importanza del voto al tema della guerra, dall’immigrazione alla conseguente integrazione degli abitanti stranieri nella comunità, dal timore dell’inquinamento in agricoltura, fino alla crisi climatica, al ruolo della famiglia, al matrimonio tra persone dello stesso sesso, all’outing e all’omosessualità. I ragazzi si mettono in gioco con coraggio, affrontando anche persone che sanno non essere particolarmente aperte, senza pregiudizio. Le risposte sono ovviamente variegate: c’è chi si lancia in improbabili riflessioni socio-politiche e chi invece cerca di trovare una mediazione, accettando il fatto di dover riflettere con più attenzione su tutta una serie di temi. Ci sono situazioni molto intense, a cominciare dalla giovane studentessa omosessuale che dichiara la difficoltà nel sentirsi libera all’interno della propria comunità. L’aspetto più interessante deriva però da una valutazione a posteriori di ciò che è stato raccolto: alcuni intervistati, come si vede nel film, hanno infine negato l’autorizzazione a mostrare il volto e ad essere identificati con ciò che dichiarano. Altri hanno rifiutato l’intervista. Questo testimonia come non tutti siano pronti a mettersi in gioco, forse intimoriti da una sorta di giudizio da parte della comunità. In questo senso il film, al di là dei limiti tecnici e delle ingenuità che inevitabilmente porta con sé, risulta comunque sociologicamente molto interessante.
L’OURSE ET L’OISEAU
(Francia 2024, 26 min.) Regia di Marie Caudry
Sezione T4Future
Nell’ambito del programma di animazione rivolto ai più piccoli (ma non solo) e curato da Miro Forti e Federica Pellegatti, emerge questo gioiello proveniente dalla Francia, dal tratto bidimensionale raffinato ed elegante, come ci si aspetta da un’illustratrice di libri per l’infanzia. Protagonisti di questa toccante storia sono un’orsa e un uccello migratore. I due sono grandissimi amici, anche se gli altri animali sembrano non comprendere a fondo il sentimento che li lega, ma l’inverno è alle porte e per l’orsa è tempo di letargo, mentre l’uccello deve raggiungere il sud. Già, il sud, questo mondo misterioso e lontano che l’orsa conosce solo dai racconti del suo amico. Dopo che l’uccello è partito, la nostalgia è tanta e l’orsa decide di affrontare per la prima volta una viaggio lunghissimo per raggiungere la meravigliosa isola tropicale dove il suo amico trascorre i mesi più freddi. Lungo il percorso vedrà paesaggi meravigliosi, incontrerà animali straordinari (a cominciare da una misteriosa volpe ballerina, ma anche un coniglietto che cambia continuamente idea), vedrà per la prima volta il mare (descritto meravigliosamente dall’uccello nei primi minuti) e saprà dimostrare a tutti il valore di un’amicizia. Un poemetto visuale dolcissimo ed emozionante, che mescola immagini di stampo surrealista (sublimi i volti che emergono dai vulcani) e situazioni più verosimili per raccontare la forza dei sentimenti e la loro capacità di oltrepassare lo status quo. Una lezione di delicatezza da vedere e rivedere e un antidoto gradito all’abuso di tecnologia nell’animazione odierna.
Cultura
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