Cultura
mercoledì 6 Maggio, 2026
«Romasuona»: il restauro fotografico dei miti della musica anni ’70 porta la firma del roveretano Marco Olivotto
di Carlo Martinelli
L'esperto trentino ha curato il recupero di 700 immagini inedite per la grande mostra al Palazzo delle Esposizioni: un viaggio tra vinili, icone rock e la rivoluzione culturale di un decennio irripetibile
Nei ringraziamenti della mostra «Romasuona. La musica in Italia 1970-1979» il curatore, Guido Bellachioma, lo cita così: «Marco Olivotto ha messo tutta la sua sensibilità artistica nel restaurare il logorio del tempo in negativi e diapositive». Già: c’è anche la mano – è il caso di dirlo – del roveretano Olivotto nella folta pattuglia che ha reso possibile una mostra che, inaugurata il 1 maggio al Palazzo delle Esposizioni di Roma sarà (scommettiamo?) fino al 12 luglio uno degli appuntamenti imperdibili dell’estate culturale italiana. Una mostra che ripercorre un decennio cruciale della storia italiana, attraverso la rivoluzione dei linguaggi musicali, che hanno dominato la scena pop, nazionale e internazionale. È il decennio nel quale la musica si fonde con la letteratura, le arti visive e il cinema, diventa catalizzatore di identità collettive, in un’epoca segnata dall’espansione dell’industria discografica e dall’avvento delle radio libere e dall’intreccio con istanze politiche e sperimentazioni artistiche. Il cuore della mostra sono 700 immagini (250 stampate in diversi formati e 450 in slideshow su due grandi schermi) in larga parte inedite cui si affiancano manifesti, biglietti di concerti, riviste specializzate, fanzine, volantini, libri e copertine di vinili, strumenti musicali, apparecchiature di amplificazione.
Lo si intuisce facilmente: è una mostra “romana” che attraversa l’intera Italia dove ritornano figure centrali e di riferimento come Fabrizio De André e Patti Smith, accanto alle traiettorie più sperimentali di John Cage, degli Area, di Gabriella Ferri, Robert Wyatt e Mia Martini. A questi si affiancano protagonisti quali Francesco De Gregori, Lucio Dalla e Antonello Venditti, Rino Gaetano, Renato Zero, Lucio Battisti e Franco Battiato, insieme a icone globali come David Bowie, i Genesis, i Rolling Stones, i Led Zeppelin e Miles Davis, fino alle esperienze del progressive italiano con Premiata Forneria Marconi, Le Orme, Osanna e Rovescio della Medaglia, e a figure fondamentali per il rapporto tra musica e immaginario cinematografico come Ennio Morricone e i Goblin. A chiudere idealmente il percorso il Primo Festival Internazionale dei Poeti di Castelporziano, la «Woodstock dei poeti» del giugno 1979 al litorale di Ostia. Ad accompagnare i visitatori e le visitatrici lungo l’intero percorso, una colonna sonora aggiornata ogni due settimane: non un semplice sottofondo, ma un battito che accompagna lo sguardo.
In questo ammaliante viaggio in un decennio troppo spesso ridotto al cliché degli anni di piombo e che è stato invece anche formidabile contenitore di creatività, fantasia, gioia e sperimentazione, Marco Olivotto segna una nuova tappa di un cammino originale e coerente, come spesso succede più conosciuto fuori casa che non nel suo Trentino. Per la mostra di Roma ha scansionato direttamente dai negativi o dalle diapositive originali tutte le fotografie, da lui restaurate e post-prodotte. La sua passione per la musica e la fotografia sono state la chiave fondamentale per entrare nello spirito di «Romasuona». Un lavoro massacrante, di cui non è certo pentito. «No, nella maniera più assoluta. Anzi, spero di poterlo rifare in futuro, in un contesto simile. Nella mia testa non c’è grande differenza tra musica e immagini. Sono due lati della stessa medaglia. So che è strano, ma funziono così. Per il recupero/miglioramento delle immagini mi ha supportato molto Elena Munaretti, che in marzo ha discusso la tesi “L’immagine fotografica nella musica pop: editoria e percorsi espositivi” nella sessione di laurea di Trentino Art Academy».
Marco Olivotto è nato a Rovereto nel 1965, ora vive a Nogaredo. Laureato in Fisica ha lavorato per un paio d’anni in ambito informatico presso l’Università di Trento e nel 1992 si è messo in proprio «per perseguire la mia vera vocazione, legata alla produzione musicale, inizialmente in campo audio e successivamente anche video. Negli ultimi trent’anni ho registrato e prodotto oltre duecento album in tutti i generi musicali, lavorando con musicisti come Scisma, Stefano Bollani, Ezio Bosso, David Jackson, Le Mystère Des Voix Bulgares, Giulio Casale, Estra, Flavio Ferri (Delta V) e molti altri. Come fotografo di scena ho avuto modo di fotografare ufficialmente Peter Gabriel, Marillion, Subsonica, Flavio Giurato, la galassia CCCP/CSI, e numerosissimi artisti dell’area indipendente». Aggiungiamo che pubblica articoli e fotografie su Rocknation.it e sulla rivista Prog (Gruppo Sprea). E proprio a Prog ha confessato che per raccontare la mostra di Roma ha trovato splendido un verso di «California» di Gianna Nannini: «Non c’è niente di perso e che non possa continuare». Perché alcune foto, da sole, raccontano un’intera epoca. Un esempio sono quelle scattate al Parco Lambro da Roberto Masotti. Altre hanno un valore artistico enorme. La mia preferita? Quella di Mia Martini travestita da Charlot: racconta una genuinità e una semplicità che abbiamo perduto».
Dimenticavamo: Olivotto attualmente insegna color design, tecniche e tecnologia della fotografia, post-produzione fotografica e desktop publishing in quattro corsi post-diploma presso Trentino Art Academy e TAG – Alta Formazione Grafica di Trento. Ai suoi studenti dirà che aver collaborato a «Romasuona» gli ha dato «la sensazione di avere attraversato un mondo che non c’è più, che in quegli anni (ero bambino e poi ragazzo) ho percepito marginalmente ma che ho recuperato successivamente. E la sensazione che guardare a quel passato con nostalgia sarebbe un errore: non tornerà, e la nostalgia causerebbe sofferenza. Penso che la gratitudine sia il sentimento più adatto».
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