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domenica 4 Gennaio, 2026

In Trentino oltre mille minori a rischio povertà. Saraceno: «Non avere risorse significa convivere con privazioni»

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I dati del ministero: numeri più alti a Trento, Rovereto e in Vallagarina. La sociologa Saraceno: «Non avere risorse significa convivere con privazioni. Intervenire non è solo dovere strutturale ma scelta strategica per la comunità»

In Trentino sono 1.034 i minori a rischio di povertà ed esclusione sociale. Un numero che, pur inserito in un territorio tradizionalmente percepito come ricco e dotato di servizi, racconta una fragilità profonda e spesso invisibile. I dati mostrano una distribuzione non uniforme: il valore più alto si registra in Val d’Adige, con 389 minori, seguito dal Comune di Rovereto con 176 e dalla Comunità della Vallagarina con 117. Numeri più contenuti si riscontrano nelle valli periferiche, ma questo non significa assenza di disagio: in molti casi il dato riflette dimensioni demografiche ridotte o una minore intercettazione delle situazioni di bisogno. L’incidenza percentuale rispetto alla popolazione residente resta apparentemente bassa – tra lo 0,1 e lo 0,4 per cento – ma il dato assoluto richiama l’attenzione sulla condizione concreta di oltre mille bambini e ragazzi che crescono con risorse limitate, esposti al rischio di esclusione educativa, sociale e relazionale. Un fenomeno che, se non affrontato precocemente, tende a cronicizzarsi.

I dati emergono dall’Avviso pubblico non competitivo ComeTe, pubblicato dal ministero del Lavoro, finalizzato a sperimentare a livello nazionale un dispositivo che, nell’ambito del sistema integrato di servizi sociali, promuova l’inclusione e l’integrazione di bambine, bambini e adolescenti a rischio povertà ed esclusione sociale. I numeri si basano su statistiche Istat e elaborazioni di Save the Children Italia. Fondi europei sono previsti per ora per il Comune di Trento – circa 800mila euro – e per il Comune di Rovereto (484mila euro, Il T del 30 dicembre in pagina di Rovereto).

A spiegare perché questi numeri debbano preoccupare è la sociologa Chiara Saraceno, che invita a superare una lettura meramente economica della povertà minorile. «Crescere con risorse scarse non significa solo avere un reddito basso – osserva – ma vivere una serie di privazioni quotidiane: un’alimentazione non adeguata, l’impossibilità di partecipare alle stesse esperienze dei coetanei, di andare in vacanza, di invitare amici a casa per vergogna o perché non si ha nulla da offrire». Tutti elementi che incidono sullo sviluppo delle capacità e sul senso di sé. In un contesto come quello trentino, caratterizzato da un costo della vita elevato, la povertà assume contorni ancora più marcati. «L’accesso alle opportunità conta quanto il reddito – sottolinea Saraceno – perché sono le esperienze a permettere ai bambini di sviluppare competenze, relazioni, fiducia in sé stessi».
In questo senso la povertà minorile rappresenta una violazione del principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione, laddove lo Stato dovrebbe rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. Un aspetto cruciale riguarda l’età precoce. «I presupposti dello sviluppo si pongono già nella primissima infanzia – ricorda la sociologa –. I primi mille giorni di vita sono decisivi. Non avere accesso a una casa salubre, a un’alimentazione adeguata, a un contesto familiare che non solo accudisce ma stimola e cura l’interazione, può diventare un vincolo che si accumula nel tempo». Un vincolo che accompagna il minore lungo tutto il percorso di crescita, rendendo più difficile superare gli ostacoli successivi. Il rischio è particolarmente elevato tra i minori stranieri, per i quali alla fragilità economica si sommano altre forme di esclusione: barriere linguistiche, mancato riconoscimento dei titoli di studio dei genitori, precarietà lavorativa, obblighi di sostegno verso i Paesi d’origine. «La condizione di straniero – osserva Saraceno – espone maggiormente alla povertà e a dinamiche di marginalità che richiederebbero interventi specifici e mirati».
Anche la scuola gioca un ruolo decisivo. «Il primo errore è non accorgersi delle difficoltà – avverte – ma anche una scuola attenta, se lasciata sola, può non bastare». Serve una didattica capace di valorizzare le diverse predisposizioni, di non respingere chi non rientra negli standard, e soprattutto un contesto sociale che sostenga il lavoro educativo. In assenza di integrazione e mescolamento, il rischio è il ritiro, la frustrazione e, in alcuni casi, l’emergere di comportamenti devianti.

Il Trentino, tuttavia, dispone degli strumenti per affrontare la sfida. «Mille minori, in valore assoluto, non sono un numero ingestibile – conclude Saraceno –. Qui esistono risorse economiche, istituzionali, culturali e umane per intervenire in modo strutturale». A patto però di riconoscere la povertà minorile come un problema civico, non come una questione da affrontare in chiave caritativa. «Perché i minori esclusi di oggi – avverte – diventano gli adulti esclusi di domani. Investire su di loro non è solo un dovere morale, ma una scelta strategica per il futuro della comunità».