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sabato 10 Gennaio, 2026
In Iran le proteste vanno avanti nonostante il blocco di internet. I morti sono 65, gli arresti 2.500
di Redazione
Per le strade in molti urlano: «Morte a Khamenei»
Le proteste in Iran proseguono senza sosta nonostante le minacce del governo e una repressione sempre più dura. Anche nella serata di venerdì migliaia di persone sono tornate in strada, come mostrano numerosi video circolati online, malgrado il regime abbia interrotto l’accesso a internet e bloccato le linee telefoniche internazionali nel tentativo di isolare il Paese e impedire la diffusione delle immagini.
Le manifestazioni, iniziate a fine dicembre a causa della grave crisi economica, si sono rapidamente trasformate nella più seria sfida al potere della Repubblica islamica degli ultimi anni. Secondo gli attivisti, il bilancio della repressione è già drammatico: almeno 65 persone uccise e oltre 2.300 arresti.
La risposta delle autorità è stata durissima. La televisione di Stato ha definito i manifestanti «terroristi», preparando il terreno a una possibile escalation violenta. La Guida suprema Ali Khamenei ha accusato i dimostranti di agire per compiacere gli Stati Uniti e ha attaccato direttamente il presidente americano Donald Trump, definendolo responsabile di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani». «Stanno distruggendo le loro stesse strade per compiacere il presidente degli Stati Uniti», ha affermato Khamenei parlando a una folla a Teheran.
Ancora più esplicite le parole del capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei, che ha promesso punizioni «decise, massime e senza alcuna clemenza legale» per chi partecipa alle proteste.
Sul piano internazionale cresce la preoccupazione. Germania, Francia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui condannano le violenze e chiedono all’Iran di garantire ai cittadini il diritto di esprimersi senza timore di rappresaglie. La premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi ha invitato i governi occidentali a smettere di indulgere verso il regime, accusandolo di avere fatto della crudeltà un metodo di governo.
Nonostante il blackout informativo, brevi filmati condivisi dagli attivisti mostrano focolai accesi nelle strade, barricate improvvisate e cori contro il regime, soprattutto a Teheran. In uno dei video più diffusi si sentono chiaramente le grida «Morte a Khamenei». Le proteste sono riprese anche dopo che le forze di sicurezza avevano intimato alle famiglie di tenere i figli in casa.
Un ruolo crescente sembra averlo Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che ha invitato la popolazione a scendere in piazza alle 20 di giovedì e venerdì. In diversi quartieri della capitale si sono levati slogan come «Morte al dittatore» e «Questa è l’ultima battaglia». Secondo diversi analisti, proprio questi appelli avrebbero spinto il regime a oscurare internet, offrendo al contempo copertura alle operazioni delle forze di sicurezza.
Trump, dal canto suo, ha ribadito il sostegno ai manifestanti e ha minacciato ritorsioni qualora la repressione dovesse aggravarsi: «Se cominciano a sparare, cominceremo a sparare anche noi», ha detto, precisando che un eventuale intervento non prevederebbe l’invio di truppe, ma «colpire molto duramente dove fa male».
Nel frattempo, le proteste continuano a estendersi anche ad altre città, mentre il Paese resta isolato dal resto del mondo e la tensione interna cresce di ora in ora.