Scuola

martedì 22 Settembre, 2026

Il tetto agli stranieri in classe? In Trentino sposterebbe al massimo 40 alunni. I presidi scettici: «Meglio lavorare sull’inclusione»

di

Per alcuni la proposta del governo è proprio impossibile da attuare

«Proprio stamattina in sede di briefing ad apertura della settimana ci siamo interrogati in staff su cosa accadrebbe alle 18 classi di scuola media», racconta Lina Broch, portavoce della rete degli Istituti comprensivi di Trento e dirigente dell’Istituto comprensivo Trento 3. «Probabilmente una quarantina di alunni andrebbe spostata in un altro istituto volendo rispettare la soglia fissata». La proposta del governo Meloni di introdurre un tetto del 30% agli alunni stranieri per classe arriva in Trentino dentro un quadro che, almeno nei numeri complessivi, non segnala un’accelerazione recente della presenza di studenti con cittadinanza non italiana. Nell’anno scolastico 2025-26 sono 10.574 gli alunni con cittadinanza non italiana iscritti nei diversi percorsi del sistema scolastico e della formazione professionale trentina, il 13,05% del totale. Di cui circa due su tre sono nati in Italia. Dieci anni fa erano 10.866, il 12,31% degli iscritti. Nel 2024-25 erano 10.150, pari al 12,41%. La quota, dunque, nell’ultimo decennio si è mantenuta sostanzialmente stabile, oscillando tra l’11 e il 13%, mentre il numero assoluto degli studenti è leggermente diminuito rispetto al 2015-16. La proposta nazionale riprende poi una soglia che, in realtà, esiste già. Una circolare ministeriale dell’8 gennaio 2010, firmata dall’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini, prevedeva infatti, «di norma», il limite del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe, ammettendo però deroghe.

Il ministro Valditara ha spiegato di volerla rendere operativa attraverso un intervento normativo e il coordinamento degli uffici scolastici. I dettagli del provvedimento non sono ancora definitivi: tra le ipotesi circolate ci sono esclusioni dal calcolo del 30% per gli studenti che provengono da altri Paesi dell’Ue e per gli alunni di seconda generazione con buona conoscenza della lingua italiana, che, secondo gli ultimi dati forniti dal ministero, aggiornati all’anno scolastico 2022-2023, sono il 65,4% del totale degli studenti con cittadinanza non italiana. È proprio l’applicabilità della soglia ad essere il punto su cui si concentrano le dirigenti trentine. «Il punto è capire che cosa si intende per “alunni stranieri” — afferma Broch — è un concetto non pedagogico e non educativo. Il tema esiste, ma non va posto come un’emergenza: la scuola deve attrezzarsi per accompagnare un contesto sociale che cambia». Anche Paola Pasqualin, dirigente dell’istituto comprensivo Trento 3, richiama la circolare Gelmini e il motivo per cui, a suo giudizio, non è stata concretamente applicata. Gli studenti con cittadinanza straniera, osserva, tendono a concentrarsi nei quartieri in cui trovano abitazioni a costi più bassi o alloggi popolari: «Se poi pensiamo di portare gli stranieri di Gardolo a Povo con un trasporto speciale questo non è di competenza della scuola». Il nodo, per la dirigente, è organizzativo: la scuola accoglie gli alunni che risiedono nel proprio bacino e deve avere «risorse numeriche e professionali» sufficienti per insegnare a tutti. La difficoltà scolastica, osserva, non coincide automaticamente con la cittadinanza: «Gli unici alunni che potenzialmente rallentano sono quelli che non hanno un contesto familiare in grado di supportarli, siano questi stranieri o italiani». Maura Zini, presidente della sezione trentina dell’Associazione nazionale presidi, aggiunge che il tema va posto anche dal punto di vista della possibilità stessa di accogliere gli studenti: «Pensare di non accogliere le domande di iscrizione? Questo non è possibile, vanno accolte le iscrizioni di tutti». Zini riconosce che «il numero consistente può incidere sui percorsi di apprendimento», ma sottolinea anche l’importanza di classi eterogenee e di un’offerta formativa equa. Su questo punto anche Broch insiste: «Come sistema scuola, dobbiamo accompagnare il contesto sociale», dice, ricordando anche il lavoro sull’italiano rivolto ai genitori degli alunni: nella sua scuola sono state organizzate lezioni di italiano durante l’orario scolastico per 15 mamme, tenute da realtà del terzo settore attive nel quartiere, per insegnare la lingua e permettere loro di comprendere la vita scolastica dei figli. «Non va messa come cosa punitiva ma va posta in maniera pedagogica e civile», dice Broch.

Il punto non è negare i problemi didattici legati alla composizione delle classi, ma evitare che una questione organizzativa venga risolta soltanto con una soglia. La distribuzione territoriale degli studenti rende complessa una regola uniforme. «La questione non andrebbe intesa come un provvedimento punitivo ma concepita e organizzata come una misura a supporto dell’istruzione dei minori», afferma Broch. Per le dirigenti, la risposta passa soprattutto da classi sostenibili, personale qualificato e interventi sulle diverse esigenze degli alunni. «Se ci vengono fornite risorse qualificate e sufficienti», dice Pasqualin, «riusciremo a far fare a ciascuno il proprio percorso». Su questa linea si colloca anche Docet, l’associazione degli insegnanti trentini: in una nota il presidente Giovanni Ceschi esprime preoccupazione per l’annuncio del governo e per il sostegno dell’assessora provinciale Francesca Gerosa. Per Docet servono strumenti e risorse strutturali, non una nuova contrapposizione tra «italiani» e «stranieri». Bloch conclude con un messaggio: «Abbiamo presentato la situazione di alcune complessità organizzative agli uffici scolastici, presentando azioni concrete e, va detto, da parte del dipartimento Istruzione abbiamo avuto ascolto. Tutti gli alunni vanno seguiti nei processi di apprendimento. La priorità è trovare nuove organizzazioni con finanziamenti adeguati».

Commenti: