La rubrica
lunedì 13 Luglio, 2026
Il ritorno alla fantascienza di Spielberg in «Disclosure Day», l’esperienza sensoriale di «Backrooms» e l’horror contemporaneo di «Obsession»: un cinema da brividi
di Michele Bellio
Una nuova puntata delle recensioni della settimana con i film da non perdere al cinema e da recuperare in streaming
DISCLOSURE DAY
(USA 2026, 145 min.) Regia di Steven Spielberg, con Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth
Il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza, il genere che ha contribuito a rivoluzionare con opere fondamentali come «Incontri ravvicinati del terzo tipo» (1977) e «E. T. – L’extraterrrestre» (1982), coincide con il suo maggiore successo commerciale dai tempi di «Ready Player One» (2018), nonostante si tratti di uno dei suoi film più complessi e in parte problematici. La trama racconta il furto da parte di Daniel Kellner, un esperto in sicurezza informatica, di un dispositivo extraterrestre e di una serie di file video che testimoniano gli incontri avvenuti tra umani ed alieni, mai divulgati dal governo e dalla Wardex Corporation, un’agenzia privata segreta. Mentre il mondo è sull’orlo della Terza Guerra Mondiale, un’ambiziosa meteorologa televisiva scopre di colpo di avere capacità psichiche sovraumane e si sente spinta a trovare Daniel, del quale in realtà non sa nulla. Tratto da un’idea dello stesso regista, che ha più volte ribadito la sua ferma convinzione dell’esistenza di altri esseri nell’universo e che con la sua fantascienza umanista ha tendenzialmente scelto di descriverli come amichevoli, il film è sceneggiato dal sodale David Koepp (suoi tra gli altri anche gli script di «Jurassic Park» e «La guerra dei mondi») ed è piuttosto distante dal prodotto d’intrattenimento che molti erroneamente si aspettavano.
I temi sulla carta sono molti e complessi: si va dalla definizione di verità oggettiva, alla scelta morale che comporta il decidere se diffonderla o meno, dal ruolo della fede in un mondo sull’orlo del baratro, alla necessità di affidarsi alle immagini e a ciò che raccontano (argomento più che mai attuale in epoca di intelligenza artificiale emergente). Peccato che la sceneggiatura approfondisca poco ognuno di questi aspetti e faccia anche abbastanza fatica a sciogliere i nodi narrativi, con soluzioni vecchio stile che suonano addirittura puerili (imperdonabile l’assurda sequenza della fuga dalla fattoria). La pecca sta in un aspetto molto semplice: se la sospensione dell’incredulità richiesta allo spettatore è legittima circa i contenuti del film, allora lo svolgimento narrativo deve essere inattaccabile, altrimenti il gioco non sta in piedi. Fortunatamente Spielberg conferma di essere un maestro e sopperisce con la sua abilità a molti vuoti della scrittura (magistrali alcuni movimenti di macchina che sembrano rafforzare l’idea di una regia a cavallo tra reale e irreale, come quello attorno allo steccato). Dall’incipit sul set di un incontro di wrestling (quale migliore apertura per una riflessione su cosa significa autentico?) agli intensi venti minuti finali, Spielberg ce la mette tutta per trasmettere la sua fiducia in ciò che mostra. Un film che è un toccante atto d’amore verso il cinema e pertanto, come spesso avviene quando si è innamorati, è impreciso e debordante. Ma se ci si lascia trasportare facendo poco caso alle fragilità complessive, «Disclosure Day» regala emozioni che solo uno dei più grandi narratori di sempre è in grado di provocare. Non siamo soli? Dopo aver visto un film così è più legittimo chiederselo, così come domandarsi come ci comporteremmo come umanità se davvero capitasse di incontrare l’altro.
BACKROOMS – EDIZIONE ESTESA
(USA/Canada 2026, 126 min.) Regia di Kane Parsons, con Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve
VIETATO AI MINORI DI 14 ANNI
Che si sia appassionati di horror o meno, «Backrooms» è indubbiamente una curiosa esperienza da gustare su grande schermo. Tratto dall’omonima web serie dello stesso Parsons, che ha iniziato a lavorare al progetto nel 2022 quando aveva solo 17 anni, è ispirato ad una creepypasta (leggenda metropolitana del terrore diffusa sul web) ambientata in un universo illimitato formato da estensioni irreali di spazi urbani. Infiniti corridoi e luoghi vuoti rispecchiano in qualche modo la realtà in cui viviamo e sono accessibili da specifici ingressi. Una teoria affascinante ed inquietante, dato che non sai chi o cosa potrebbe nascondersi in quei luoghi, che deve molto anche all’esperienza videoludica. Il film, prodotto dalla specialista A24, tenta di aggiornare e definire meglio questa logica raccontando la storia di Clark, aspirante architetto depresso e separato, che per sbarcare il lunario gestisce un fallimentare emporio di mobili a basso costo. Siamo nel 1990 e Clark ha bisogno di aiuto. Lo cerca nella terapeuta Mary, a sua volta afflitta dai drammi del suo passato. Una notte Clark scopre un passaggio attraverso una parete nel sotterraneo del suo negozio. Lo oltrepassa e si ritrova nelle Backrooms, luoghi dalla geometria assurda, dove si percepiscono suoni e presenze indefinite. Non creduto dalla sua psicologa, Clark decide di approfondire la scoperta…
Inscatolato in una narrazione che ci mostra un gruppo di scienziati mentre visionano i video realizzati nelle Backrooms nel corso di varie esplorazioni, il film è una vera e propria esperienza sensoriale, più vicina in certi termini alla videoarte che al cinema tradizionale. Lavorando sul concetto stesso di perturbante, il regista ci pone costantemente e insistentemente (i ritmi sono volutamente dilatatati) di fronte all’assenza, al vuoto, un elemento superbamente inquietante. Il disagio, più che la paura, nasce dalla continua esplorazione di questi luoghi che sono al contempo famigliari e sconosciuti, come se la nostra mente non fosse in grado di elaborarli correttamente. Il risultato è suggestivo e sarebbe potuto durare ore, ma purtroppo deve necessariamente evolvere sotto il profilo narrativo, aspetto che lo normalizza nella seconda parte, penalizzandone parzialmente il fascino. Straordinari scenografie, fotografia e sonoro, oltre all’ottimo cast, di prim’ordine per una produzione indipendente. A sorpresa un vero e proprio fenomeno d’incassi, anche in Italia. Ancora una volta non per tutti e forse più compiuto sulla carta che perfettamente riuscito, ma diverso e meritevole di essere visto. I sedici minuti della versione estesa si collocano dopo i titoli di coda e contribuiscono a dare una sorta di credibilità scientifica alla logica dell’intero progetto e al mondo delle Backrooms.
OBSESSION
(USA 2025, 109 min.) Regia di Curry Barker, con Michael Johnston, Inde Navarrette
VIETATO AI MINORI DI 14 ANNI
L’horror contemporaneo tende a costruire a posteriori narrazioni fantastiche intorno ad uno specifico risvolto sociologico, con risultati che a volte lasciano perplessi proprio per la stucchevole programmaticità con cui tale meccanismo viene applicato. Il primo lungometraggio a distribuzione ufficiale dello youtuber Curry Barker (dopo l’esordio nel 2024 con «Milk & Serial») è invece una notevole applicazione di questo ragionamento e la dimostrazione dell’ottimo stato di salute del genere. Partendo da un’idea narrativa che sarebbe potuta scaturire da un racconto del primo Stephen King e rimanda a dinamiche tradizionali del cinema dell’orrore, Barker ha costruito una riflessione profonda ed efficace sul desiderio, il possesso, l’importanza del consenso. Baron Bailey, detto Bear, è il timido commesso di un negozio di musica, dove lavora insieme all’amica d’infanzia Nikki, di cui è segretamente innamorato, all’amico Ian e alla sensibile Sarah, che ha un debole per lui. Desideroso di dichiararsi, Bear acquista in un negozio esoterico un regalo speciale per Nikki: un bastoncino di salice in grado di esaudire il desiderio che si formula spezzandolo.
Non trovando il coraggio per dichiarare i propri sentimenti, finisce per esprimerne uno lui stesso: «Desidero che Nikki mi ami più di chiunque altro al mondo». La magia si compie, ma non sempre un desiderio realizzato corrisponde all’ideale che si aveva in mente. E l’amore di Nikki degenera in qualcosa di incontrollabile. Giocando con notevole abilità sulla rappresentazione del femminile, con il nostro sguardo che coincide con quello del protagonista, e sulla gestione degli spazi (straordinarie le riprese nell’appartamento di Bear con Nikki che appare e scompare fondendosi quasi con gli arredi), il regista ci dimostra come non ci possa essere amore senza l’espressione chiara di un consenso. Ciò che Nikki è diventata non è mai esistito, se non nei desideri del protagonista, di cui è una proiezione, sbagliata e pericolosa. Un film estremamente intelligente, che al netto di un paio di sequenze più estreme può facilmente incontrare il favore dei non appassionati, a condizione che si comprenda la volontà di costruire una riflessione stratificata e complessa su di un testo apparentemente elementare. Una bella sorpresa, realizzata a bassissimo costo e accolta da un trionfale successo planetario.
STREAMING – PERLE DA RECUPERARE
ROBIN HOOD – PRINCIPE DEI LADRI
(Robin Hood: Prince of Thieves, USA 1991, 143 min.) Regia di Kevin Reynolds, con Kevin Costner, Morgan Freeman, Alan Rickman – Disponibile su Amazon Prime Video
Tra i grandi successi cinematografici dei primi anni Novanta, il Robin Hood in salsa Costner merita di essere rivisto a 35 anni dalla sua uscita e in contemporanea all’arrivo in sala dell’ennesimo titolo dedicato all’arciere di Sherwood. Emblema del periodo d’oro dell’attore americano (che all’epoca fu pesantemente criticato per il suo accento, ritenuto inadeguato ad un eroe britannico), reduce dal trionfo di «Balla coi lupi» e ancora lontano dai flop che ne avrebbero immeritatamente compromesso la carriera nella seconda metà del decennio, questa versione della celebre leggenda inglese è firmata dall’amico Kevin Reynolds, con Costner dai tempi di «Fandango» (1985) e in seguito accanto a lui nei fallimenti di «Rapa Nui» e «Waterworld». Eliminato dai personaggi il malvagio Principe Giovanni, l’antagonista del nobile Robin di Locksley diventa lo splendido Sceriffo di Nottingham, interpretato dal virtuoso Alan Rickman, villain amato dalla Hollywood dell’epoca, poi consacrato dalla saga di Harry Potter. Il Robin Hood di Costner è un ricco intellettuale la cui viziata superficialità è stata smussata dalla tragica esperienza delle Crociate.
Il suo ritorno in patria, accompagnato dall’arabo Azeem, una sorta di creatura misteriosa agli occhi dei britannici dell’epoca, e la scoperta del colpo di stato messo in atto dallo Sceriffo ai danni di Re Riccardo, lo trasformeranno nel simbolo della lotta di un popolo contro le ingiustizie. Ricchissimo di personaggi ben sbozzati, dal viscido cugino dello sceriffo Guy di Gisbourne, alla malvagia strega Mortianna, passando per il godereccio Frate Tuck fino all’altezzosa Lady Marian, il film è divertente e gradevole, con un’aria fuori dal tempo che contribuisce non poco al suo fascino. Abbastanza cupo rispetto ad altre versioni precedenti, anche se a tratti il registro si sposta sul farsesco, sposa le esigenze spettacolari con il tentativo di creare un’epica romantica attorno al personaggio e rivisto oggi appare assai piacevole. Numerose le incongruenze storiche e geografiche in un titolo che si prende molte libertà, in nome di un intrattenimento puro, ma in un’epoca in cui molti racconti d’avventura si prendono troppo sul serio, è una visione che tutto sommato restituisce magia all’ingenuità di quel tipo di cinema. Memorabile apparizione finale di Sean Connery.