l'intervista
martedì 6 Maggio, 2025
Il politologo Nevola (Unitn) commenta i risultati elettorali: «L’astensione? Troppi tecnici e politici col pilota automatico»
di Gabriele Stanga
L'analisi dell'esperto: «Trento e il Trentino in passato erano virtuose, ora si allineano a un malessere generale. Un’invenzione politica come la Margherita oggi non potrebbe nascere»
Riproponiamo l’ultima intervista a ilT Quotidiano di Gaspare Nevola, scomparso in seguito a un malore all’età di 69 anni.
«Colpevolizzare chi non vota non fa bene a nessuno e finisce solo per alienare una parte della cittadinanza dalla politica». Come a dire che se l’affluenza è in calo e l’astensionismo dilaga anche in Trentino, la colpa non può essere degli elettori ma di una perduta credibilità da parte della politica. Troppi personalismi, poca vicinanza nel quotidiano e un appiattimento generale verso la politica nazionale. Questa almeno è la visione del politologo Gaspare Nevola, professore ordinario di Sociologia Politica all’Università di Trento.
«Oggi un’esperienza politica come quella della Margherita, invenzione trentina, non troverebbe spazio», l’osservazione del professore.
Tanta la carne al fuoco dopo queste elezioni comunali, dalla riconferma del sindaco Franco Ianeselli a Trento, alla «sorpresa» Giulia Bortolotti, nel capoluogo, fino al calo del Patt un po’ in tutto il Trentino e alle spaccature interne al centrodestra. Il primo dato a balzare all’occhio, però, è proprio quello sul non voto: l’affluenza si ferma sotto il 50% nel capoluogo e arriva al 54% in tutta la provincia, con un calo del 10% rispetto all’ultima tornata elettorale, quando, però, il voto era stato diviso su due giorni.
Partiamo da qui, professore, come spiega questo dato?
«È il punto all’ordine del giorno, da inserire però in un contesto più ampio. Non è più una cosa episodica ma siamo all’interno di una fase di trasformazione politica lunga un decennio. Una fase in cui la democrazia è diventata soprattutto democrazia elettorale, per cui il cuore di tutto diventano le elezioni ma con il paradosso che le elezioni sono sempre meno partecipate. Questo è indice di un malessere profondo».
Dovuto a cosa?
«Trento e il Trentino in passato erano virtuose, ora si allineano a un malessere generale. C’è una disaffezione a un modo di vivere di comunità. L’ondata di allontanamento comincia già negli anni ‘80 e continua all’indomani della caduta del muro con la perdita dei due grandi partiti di massa, Democrazia Cristiana e Partito Comunista. C’è l’idea costante che non ci siano alternative e di una politica che si muove con il pilota automatico».
Questo discorso si ricollega anche all’idea dell’uomo forte al comando?
«Sì, ma con una variante, quella del decisionista. Oggi sta incidendo maggiormente la ricerca dell’uomo competente, della tecnicalità. C’è appunto, l’idea del pilota automatico, quella che tecnicamente le cose si possano fare soltanto in un modo e non in un altro. Ci si muove sempre di più verso la tecnocrazia, ma allora la politica che ci sta a fare? La politica dovrebbe esistere proprio per cercare e trovare strade diverse, se diciamo che ce n’è una sola perde il proprio senso. E la democrazia diventa una democrazia paternalistica, per certi versi. C’è anche un altro aspetto che vorrei sottolineare, però».
Quale?
«Una cosa che mi ha colpito è stata sentire da più parti, sia dalla destra che dalla sinistra, che chi non va a votare poi non dovrebbe più sentirsi in diritto di protestare. Ma non è così. Si è cittadini a prescindere, la scelta di non votare non è un discrimine della qualità. La partecipazione si può esercitare in tanti altri modi, ci sono tanti buoni cittadini che non si riconoscono nell’offerta politica. Bisogna andare cauti con queste frasi perché ci si aliena il cittadino comune e si diffonde l’idea che la politica sia una roccaforte messa lì a colpevolizzare. È un messaggio che non fa bene a nessuno, anzi è controproducente».
Un altro dato che fa impressione è quello degli 85 comuni mono-lista. Solo Cimone è arrivato al commissariamento ma sono numeri che certificano una disaffezione non solo dal lato di chi vota ma anche da quello di chi si candida.
«Certo, perché il ragionamento che facevamo prima vale nelle due direzioni. Anche candidarsi è diventato un inferno. Tanto da pensare che se si vuole cercare soddisfazione è meglio puntare le proprie fiches su un altro tavolo. Negli anni ‘60 e ‘70 si ricercava la felicità nella partecipazione, oggi ciascuno la ricerca nella sfera privata. I dati sui comuni con una sola lista lo dimostrano».
Veniamo ai risultati adesso, a partire da Trento, dove si riconferma il sindaco uscente Franco Ianeselli.
«Un risultato importante, arrivato con una coalizione articolata, in cui il Pd conta il 25% all’interno di un 50% e oltre. Ianeselli è stato bravo a raccogliere attorno a sé le forze legate alla propria area».
Cosa che non è riuscita al centrodestra.
«Il centrodestra si è dato un gran da fare per semplificargli la partita. Serviva una compattezza che non c’è stata e anche la scelta della candidata è stata tardiva e trascinata. Quando ci si divide in un sistema bipolare, come quello che c’è oggi, diventa fondamentale fare fronte comune. Cosa che è stata capita e fatta a livello nazionale mentre a livello locale, al netto di conti personali aperti, carriere ed altre situazioni, mi sembra siano stati fatti degli errori, detto da osservatore e senza partigianeria».
Forse da destra si è puntato anche troppo sul tema della sicurezza?
«Credo che il centrodestra abbia perso per altri motivi ma forse si è un po’ esagerato, sì. E in maniera trasversale, perché anche il centrosinistra ha portato avanti questo tema. A Trento non c’è ancora la situazione che è stata dipinta e la politica dovrebbe stare attenta a giocare col fuoco. Si è alimentato un clima di insicurezza interiorizzato ed esasperato che porta i cittadini a chiudersi in se stessi. Nella via c’è anche un certo margine di rischio che non si può eliminare a meno di costruire gabbie per noi stessi e per gli altri».
Sono andate molto bene le donne, da Bozzarelli a Casonato e Frizzera…
«È segno di un nuovo corso politico. Chiaramente non c’è differenza antropologica ma per l’elettore è un fattore nuovo, che induce un sentimento di curiosità. C’è bisogno di queste novità, di tenere vive le alternative, per riportare la gente al voto».
E a proposito di alternative ha ben figurato anche Giulia Bortolotti.
«Per me una sorpresa. Segnale che è possibile anche andare in una strada un po’ diversa, di cambiare e innovare in qualche modo. Di prendersi cura di un territorio non solo in prossimità».
È stata premiata anche la coerenza?
«La coerenza è data dall’elettorato. Ormai è molto più grosso il voto di opinione che quello di fidelizzazione, che è un po’ il residuo del vecchio voto d’identità».
E il Patt, invece? Sbagliato puntare su un candidato sconosciuto ai più?
«Col senno di poi si potrebbe dire di sì. Ma se lo osserviamo bene, è il tentativo di proporre qualcosa di nuovo, di non puntare sull’usato sicuro e su quel pilota automatico di cui parlavo prima. È fare leva sulla volontà di aria fresca per rompere la disillusione».
In che modo?
«L’astensionismo di oggi non è più quello tradizionale che non si interessava ed era poco colto o istruito, oggi non è l’elettore ai margini ma è lui che si chiama fuori davanti a un’offerta politica in cui non si riconosce».
A Trento, però, c’erano sei candidati…
«L’elettore percepisce questo pluralismo come varianti su uno stesso tema. I progetti sono diversi ma si assomigliano più o meno tutti. Servono alternative più chiare e progetti in società. Poi c’è anche un altro aspetto».
Ossia?
La politica deve essere più vicina durante tutto l’anno, non solo durante le campagne elettorali. Il grande exploit della Lega alle provinciali è arrivato dopo anni di lavoro sotto traccia di Fugatti sul territorio. Le istanze vanno raccolte così, nella vita quotidiana, anno dopo anno».
Da Trento a Riva quanto ha pesato l’inchiesta Romeo?
«Ha sicuramente pesato molto. C’è stato un effetto di delegittimazione che alimenta il dualismo noi-loro tra cittadini e politici. Ciò in generale su tutto il Trentino, a prescindere dalle reali responsabilità. Per dirla con un detto, la moglie di Cesare non deve solo essere onesta ma deve anche apparire tale».
C’è altro che l’ha colpita?
«Mi ha colpito la nazionalizzazione della politica trentina. Oggi un’esperienza come quella della Margherita che è stata un’invenzione trentina, non troverebbe spazio. Tutto è dominato dal bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra che ripercorre quello nazionale».
L'intervista
Bruno Coveli, il poeta alchimista: «La vita è un campo di lavanda. Me ne andrò da ignorante, ma confortato da ciò che ho scritto»
di Anna Maria Eccli
Dalle Poste ai vigneti, dai premi letterari internazionali allo studio delle erbe: il nuovo presidente del Gruppo Poesia 83 si racconta tra memorie rurali e anelito alla trascendenza
L'intervista
Il vescovo Ivan Maffeis: «Accogliere chi scappa dalla guerra è una parola che il mondo si aspetta dalla Chiesa»
di Alberto Folgheraiter
L'arcivescovo di Perugia, trentino d'origine, riflette sul senso della Pasqua nei luoghi del dolore e difende la profezia del vescovo di Trento. «In carcere e in hospice la vita è restituzione. Su don Lauro e i migranti serve solo buon senso»
Campi liberi
Dino Zoff: «Che dolore per l'Italia. Var a dismisura e fischi continui: oggi troppe innovazioni a discapito del ritmo. Bearzot? Avercelo»
di Lorenzo Fabiano
Il mito del calcio azzurro analizza la crisi della Nazionale dopo il terzo Mondiale fallito: «non è possibile che coi piedi giochi di più il portiere che il centravanti. Troppe finzioni e ritmi bassi»
L'intervista
Marco Paolini e il suo «Bestiario idrico»: «Vi racconto i fiumi, organismi vivi che abbiamo smesso di vedere»
di Marco Ranocchiari
Dal 9 al 12 aprile al Teatro Sociale di Trento: un viaggio tra geologia e impegno civile per riscoprire l’acqua che scorre sotto i nostri piedi. «Il teatro deve occuparsi di ciò che è inattuale»