L'intervista
domenica 15 Febbraio, 2026
Giovanni Veronesi e le Olimpiadi senza popolo: «Mi aspettavo più umanità, a Cortina tanti ricchi ricurvi sui banchetti e sui buffet»
di Lorenzo Fabiano
Il regista della «Valanga Azzurra» racconta il suo debutto ai Giochi tra l'ironia sui protocolli di Casa Italia e l'elogio per il miracolo di Brignone: «Olimpiadi fantastiche, ma a Cortina manca la festa popolare»
Categoria, gli immarcabili. Gente estrosa, allergica ai recinti dei protocolli, gente che va oltre, dove li porta l’istinto. Eccone qua uno: «Fino a tredici anni, credo di aver camminato di più sulla neve che sull’asfalto», racconta Giovanni Veronesi, un maestro della commedia all’italiana. Appassionato di sci e sport invernali, il regista del docufilm «La Valanga Azzurra» a Cortina è rimasto una settimana a mettere il tocco dell’arguzia e dell’ironia sui collegamenti che Sky manda quotidianamente dai cinque cerchi sotto le Tofane.
Giovanni Veronesi a Cortina. È la prima volta che va un’Olimpiade?
«Sì, le ho sempre viste alla televisione. Anche qui, del resto. Le Olimpiadi sono fantastiche, anche meglio dei Mondiali di calcio. Sono uno straordinario momento di aggregazione, ti fanno seguire sport che altrimenti non guarderesti. Prendiamo il curling: certo, ci saranno gli appassionati, ma la massa non lo guarderebbe se non ci fossero le Olimpiadi. E qui a Cortina vanno tutti a vedere il curling».
Un’Olimpiade invernale che le è rimasta nel cuore?
«Calgary 1988, quella della doppietta di Alberto Tomba in gigante e slalom. Per lui fermarono il Festival di Sanremo, proprio quando sarebbe toccato a Francesco Nuti salire sul palco. Io ero lì con lui, Francesco era emozionatissimo, mi guardò e mi disse: “Ma anche Tomba ci si mette a rompere i coglioni adesso? (ride, ndr)”».
Queste olimpiadi diffuse, Milano-Cortina, han fatto discutere parecchio. Lei, stando a Cortina, le ha vissute nella pancia; che idea si è fatto?
«Mi aspettavo una festa popolare, mi aspettavo feste in strada, ma non è così. Ma sbagliavo io solo a pensarlo: Cortina è un posto per gente facoltosa che non va in giro a mangiare hot dog ai chioschi. Poi ci sono le varie “case” delle nazioni partecipanti. È lì è un altro discorso…»
Dica, prego.
«Per entrare a Casa Italia, peraltro posto bellissimo all’interno della galleria d’arte Farsetti, ti mettono un braccialetto, come si faceva una volta nelle discoteche. Ci manca solo ti facciano il timbro. Sono castelli inespugnabili, dentro ci trovi gente super selezionata, qualche principe e qualche principessa che se ne stanno lì nella solitudine. Ma perché uno non può entrare a Casa Italia? Che male fa? Fanno entrare solo in determinati orari, ma non ci ho mai visto tanta gente. Io ero lì a fare le dirette su Sky, una sera ero con Much Mair, grande discesista azzurro degli anni Ottanta: Marta Bassino ci ha visti, è venuta a salutarci, e molto carinamente ci ha invitati a rimanere a Casa Italia per cena. Niente, le han detto di no. Non ci han voluti. Passi per me, ma perché negare una cortesia a una campionessa come Marta Bassino e buttar fuori un campione come Much Mair, che poi per quindici anni ha allenato la nazionale italiana? Meglio non è andata a Casa Slovenia: eravamo con Kristian Ghedina, non lo hanno nemmeno riconosciuto e non ci han fatti entrare. Invece, devo dire che alla Dolomiti Lounge della Fondazione Cortina abbiamo trovato più socialità».
Non sembra particolarmente entusiasta…
«Mi aspettavo più umanità, più pubblico: a Cortina, alle gare di Coppa del Mondo di sci c’è più gente. Non ho visto il pienone; saranno i prezzi alti dei biglietti, ma anche vent’anni fa a Torino non credo fossero a buon mercato. Eppure, era un’altra cosa. Mi aspettavo olimpiadi più decoubertiniane, all’insegna della partecipazione; queste mi sembrano più leopardiane, un po’ ricurve sui banchetti».
La cerimonia di apertura le è piaciuta?
«Sì, ma sarebbe stato meglio trasmetterla muta. Il commento sembrava fatto dalla Gialappa’s, e invece era il direttore di Raisport».
Tanti i momenti che hanno segnato questa prima settimana. Partiamo dal dramma di Lindsey Vonn.
«Una grandissima campionessa e mi dispiace per quanto le è successo. Era tornata alla grande, ma stavolta ha abusato del suo fisico e ha rischiato troppo. E non va fatto. La gara è stata macchiata dal suo infortunio, e nessuno mi toglie dalla testa che Sofia Goggia, bravissima peraltro a prendere il bronzo, senza quella lunga interruzione avrebbe corso più in libertà. È successo qualcosa che non doveva succedere, secondo me».
Franzoni argento, Paris bronzo. Il «bocia» e il «vecio», due azzurri sul podio della discesa olimpica. Non era mai successo.
«Franzoni è il campione che l’Italia stava aspettando. La grossa sorpresa è Paris: alla sua età è ancora lì a essere uno dei migliori discesisti al mondo e a mettersi al collo le medaglie. Un campione vero».
Lo Zenit lo abbiamo toccato col capolavoro di Federica Brignone.
«Il suo fisioterapista lo vorrei per la mia schiena. Dopo quanto ha passato, ha fatto un miracolo. È andata oltre ogni aspettativa, forse anche le sue. Quando curva, sembra che la terra sia ferma e che sia lei a girarle intorno in un moto perpetuo sugli sci. È la più forte sciatrice al mondo. Peccato per la Goggia, perché avremmo potuto fare doppietta».
Ci avviciniamo alla notte degli Oscar. Le statuette della prima settimana olimpica: partiamo dal premio alla carriera.
«Dominik Paris e Francesca Lollobrigida: io faccio cinema, e ora abbiamo una nuova “Lollo”».
Premio del pubblico?
«Sofia Goggia, anche quando non vince. È empatica, è mediatica; sugli sci si butta giù a tutta, e a quella velocità rischi di sbagliare e ci sta che puoi uscire».
Premio della critica?
«Giovanni Franzoni e Federica Brignone».
Miglior sceneggiatura?
«La serata dello slittino: due ori nel doppio a distanza di un’ora. Una sceneggiatura perfetta».
Il Premio Oscar?
«Federica Brignone. Dopo quanto ha passato, ha fatto un miracolo. Se succede a me quello che è successo a lei, mi ricompongono nella bara. Invece del fisioterapista, mi ci vuole il becchino».
L’atleta di queste Olimpiadi: il Mark Spitz della situazione?
«Johannes Klaebo. Punta a cinque medaglie d’oro, e ne ha già vinte tre. È sulla buona strada».
Lei è anche appassionato di biathlon.
«Mi piace troppo. È bello perché è uno sport che unisce tecnica e forza fisica, sci di fondo e tiro a bersaglio. È veramente qualcosa di unico. Abbiamo una squadra molto forte: Wierer, Vittozzi e Giacomel, dal quale, sebbene non abbia finora dato grandi segnali, ci si aspetta molto».
Storie olimpiche: che ne pensa del biathleta norvegese, medaglia di bronzo, che tra le lacrime ha confessato di aver tradito la fidanzata?
«Non sa che la sua medaglia è finta: gliela fatta dare la fidanzata per sapere se fosse stata tradita o no. E lui ci è cascato. Cos’è ‘sta storia che una medaglia alle olimpiadi fa diventare tutti più sinceri? Una cazzata, ecco cos’è».
E della squalifica all’atleta ucraino per aver gareggiato col casco con le effigi di 27 atleti ucraini vittime della guerra, cosa pensa?
«Una cosa ignobile. Che c’era di male a correre con quel casco? Nulla. Avrebbe fatto un torto a qualcuno? No».
La sciatrice messicana Sarah Schleper arriva ultima nel superG a poco meno di otto secondi da Federica Brignone, ed esulta come se avesse vinto.
«Fantastica. Ha vinto la “sua” olimpiade. Sono cose che vedi solo sotto quei cinque cerchi».
E lei, Veronesi, l’ha vinta una «sua» olimpiade?
«L’ho vinta, e la sto ancora vincendo. La mia vita è così bella e fortunata che è tutta una medaglia d’oro».
Campi liberi
Dino Zoff: «Che dolore per l'Italia. Var a dismisura e fischi continui: oggi troppe innovazioni a discapito del ritmo. Bearzot? Avercelo»
di Lorenzo Fabiano
Il mito del calcio azzurro analizza la crisi della Nazionale dopo il terzo Mondiale fallito: «non è possibile che coi piedi giochi di più il portiere che il centravanti. Troppe finzioni e ritmi bassi»
L'intervista
Marco Paolini e il suo «Bestiario idrico»: «Vi racconto i fiumi, organismi vivi che abbiamo smesso di vedere»
di Marco Ranocchiari
Dal 9 al 12 aprile al Teatro Sociale di Trento: un viaggio tra geologia e impegno civile per riscoprire l’acqua che scorre sotto i nostri piedi. «Il teatro deve occuparsi di ciò che è inattuale»
L'intervista
Cristina D'Avena: «Se durante un concerto non ho ancora cantato Occhi di gatto il pubblico inizia a urlare, la vogliono tutti. Ma la mia sigla preferita è Kiss me Licia»
di Elisa Salvi
La cantante si è esibita a Moena: «La mia prima volta qui, un posto bellissimo. I brani che canto fanno parte della nostra vita, emozionano sempre.»