lunedì 5 Ottobre, 2026

Il campetto di Solteri: spazio libero (e mai sotto chiave) che resiste e unisce un quartiere multiculturale

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Mouhammed (13 anni): «Ci troviamo per giocare o anche solo per chiacchierare. È un punto di ritrovo». Andrea (17 anni): «Abbiamo un gruppo WhatsApp. Io abito vicino al Tridente, ma c’è chi viene da Pergine». Don Cristiano Bettega: «Lascio sempre il cancello aperto, così possono venire quando vogliono»

Spazi della vita quotidiana. Il barbiere sotto casa, il campetto dietro la chiesa o il parco del quartiere. Semplici luoghi in cui si mescolano biografie, radici, idiomi e culture diverse. Spontaneamente. A partire da oggi cercheremo di raccontare – da dentro – gli spazi pluriculturali della città di Trento, dove prende forma una società aperta alle differenze.

Dietro la chiesa dei Solteri, a pochi passi dall’oratorio, sorge un campo da calcio in erba sintetica. Qui molti ragazzi si trovano per giocare a calcio. Basta una palla e tutto il resto non conta. «Vengono qui quasi tutti i giorni – spiega don Cristiano, parroco dei Solteri – Lascio sempre il cancello aperto così possono entrare senza impedimenti».
Decidiamo di andare a incontrare questi ragazzi per parlare con loro e farci raccontare questo luogo, che per loro è diventato un punto di riferimento. «Spesso vengono anche la sera», spiega don Cristiano. Due ragazzi si avvicinano e ci salutano. Mouhammed, 13 anni, chiede a don Cristiano se può caricare il suo telefono nell’oratorio. Il parroco acconsente e noi entriamo con il giovane. «Fino a poco tempo fa abitavo a Cristo Re, invece ora mi sono trasferito con la mia famiglia a Borgo Valsugana – ci racconta, mentre sistema la visiera del suo cappello bianco e inserisce il caricabatterie nella presa – Vengo giù con il treno quasi tutti i giorni e poi torno con mio padre quando finisce di lavorare. Qualche anno fa eravamo in molti di più, però anche adesso non siamo in pochi a trovarci qui per giocare a calcio o anche solo per stare insieme a chiacchierare. Per noi è un punto di ritrovo, non solo d’estate, ma anche durante il resto dell’anno».
Mettersi d’accordo è facile. «Abbiamo un gruppo Whatsapp e chi c’è viene – ci spiega Andrea, 17 anni e studente dell’istituto Tambosi di Trento – Io abito vicino al Tridente. Diversi di quelli che vengono qui a giocare abitano ai Solteri, ma in tanti vengono anche da Canova e Cristo Re. Qualche nostro amico viene addirittura da Pergine». Intanto sempre più ragazzi iniziano ad arrivare e tra una presa in giro, un assist malriuscito e una risata, il sole ha iniziato la sua discesa e non disturba più il gioco. Sugli spalti due amiche guardano la partita, mentre chiacchierano e scherzano con i giocatori.
Morena viene spesso qui, mentre per Lamya è la prima volta. Dietro di loro dei disegni colorati danno un tono vivace alle grigie gradinate in cemento. «Li hanno realizzati i ragazzi del Grest – racconta don Cristiano – Rappresentano le quattro stagioni». Ma attorno al campo da calcio scorgiamo altri murales, proprio sul muro dell’ex deposito Atesina. «Quelli sono stati fatti a maggio durante la Festa dei Martiri con alcune realtà sociali che operano nel quartiere. L’obiettivo è quello di dare un segnale per ottenere l’abbattimento dello stabile che regalerebbe altro spazio alla comunità e ai ragazzi». Ma di questo si parlerà in futuro, anche perché è ora di cena e alcune signore della parrocchia hanno iniziato a posizionare su dei tavoli esterni dell’insalata di riso e delle patatine, accompagnate poi da una crostata e del pane da farcire con la Nutella.
I ragazzi vengono a prendere un piatto e, dopo aver ringraziato, vanno a sedersi sugli spalti. Mentre gli ultimi arrivati prendono la propria porzione, abbiamo l’occasione di parlare con altri due ragazzi: Lala e Shaaf, entrambi quindicenni e residenti in zona. La cena al campo è una novità, di solito «quando stiamo qua tutto il giorno prendiamo da mangiare al supermercato qua vicino», racconta Lala. Sia lui che Shaaf sono rimasti qui per tutta l’estate e ormai questo posto è come una casa per loro. Anche a noi viene offerta la cena e la accettiamo volentieri. Siamo a una decina di metri da dove mangiano i ragazzi e li sentiamo chiacchierare. Poco dopo li vediamo rientrare in campo. Si tolgono le scarpe «per fare più presa sul terreno», ci spiega uno di loro, e ricominciano a giocare. Arriva ancora qualcuno e si inserisce nella partita in maniera naturale. «Staremo qua fino a tardi stasera», ci dice Shaaf. «Tra poco vi accendo le luci allora», risponde don Cristiano. Ormai tra il parroco e questi ragazzi c’è un’intesa reciproca, anche se qualcuno non ha capito ancora bene quale sia il suo lavoro. «L’altra sera ti abbiamo suonato al campanello per chiederti di accendere le luci, ma non eri in casa probabilmente. Ma che lavoro fai per stare fuori fino a tardi?», chiede un ragazzo. Don Cristiano gli risponde sorridendo: «Faccio il prete. Uno dei miei compiti è anche prendermi cura delle persone e a volte questo mi porta a stare fuori un po’ di più». Proprio in questo luogo abbiamo avuto modo di conoscere l’attenzione nei confronti del prossimo, dove un cancello lasciato volutamente aperto permette a tanti ragazzi di incontrarsi. Un gesto silenzioso, che migliora la quotidianità di questi adolescenti e dona vitalità al quartiere.

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