La storia

venerdì 1 Settembre, 2023

I Cappuccini lasciano Trento. Convento svuotato, frati trasferiti

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Cappuccini della Cervara, l’«abbandono» raccontato da padre Erminio Gius

Da ieri sera, il convento della Cervara, a Trento, è vuoto. Le celle, ché le stanze dei frati si chiamano ancora così, sono spoglie. I materassi senza lenzuola, i cassetti dell’armadio spalancati, come dopo una fuga. Entro il 31 agosto i Cappuccini dovevano raggiungere le loro nuove destinazioni: tre a Rovereto, quattro ad Arco, due in Veneto e uno in Friuli. Questo l’ordine di servizio puntualmente eseguito. Con sofferenza, almeno da parte dei più.
Il terremoto che ha scosso fin nelle fondamenta l’antico convento dei frati Cappuccini non ha scale Richter di raffronto. Solo una scala gerarchica che poggia nella laguna veneta e che la scorsa primavera ha deciso di togliere la presenza cappuccina e cedere il convento alla diocesi. Interessata alle pecore ma soprattutto all’ovile.
Certo, dai prossimi giorni nelle cento celle del convento andrà a vivere un diacono con la famiglia (moglie e due figlie). Si trasferiranno in pianta stabile pure tre suore, una delle quali farà servizio di assistenza spirituale in ospedale. Ma già si parla di studentato universitario, di universitari impegnati nella catechesi, della mensa affidata alla Caritas ed alle centinaia di volontari che ne hanno costituito l’ossatura negli ultimi decenni. Da quando cioè Fabrizio Forti, sradicato da quella fondamentale esperienza pastorale che fu la “fraternità del castello”, a Piazzo di Segonzano, si rimboccò le maniche e disse “lasciate che i poveri vengano a me”. Un piatto di minestra e una parola, non sempre di conforto. Perché Fabrizio sapeva cogliere debolezze e indicare prospettive ai suoi ospiti. La cella in cui morì improvvisamente a 67 anni la notte del 16 ottobre 2016 porta ancora il segno della sua presenza. Da ieri è stata cancellata pure quella.
La mensa dei Cappuccini c’era già al tempo della peste raccontata dal Manzoni il quale descrisse da par suo le figure di padre Cristoforo, fra Galdino, padre Felice Casati. Ora, a Trento, la mensa in mano alla Caritas sarà sicuramente all’altezza delle necessità e dei bisogni. Ma la presenza di un frate dava, per così dire, un tono di famiglia e di accoglienza.
Ciò che qui preme rilevare è il tema dell’abbandono. E per dare un senso alle parole abbiamo chiesto lumi al frate cappuccino più anziano e più illustre della ex “famiglia” di via della Cervara. Erminio Gius che giusto ieri si è trasferito nel convento di Santa Caterina a Rovereto. Professore emerito all’università di Padova, dove ha fondato la facoltà di psicologia, Erminio da Malosco sospira e vola alto: «In psicologia il concetto di abbandono è fondamentale perché il primo abbandono avviene alla nascita, con il distacco dalla placenta della mamma. Dal punto di vista psicoanalitico è il primo momento di smarrimento, di paura, di terrore».
Lei vuol dire che ad ogni abbandono si ripropone il distacco primordiale?
«Tutto resta come una fantasmatica profonda che riaffiora ad ogni abbandono, tanto da trasformarsi addirittura in angoscia. Accade con la guerra, il terremoto, la crisi economica, le epidemie, ad ogni abbandono di certezza e di un porto sicuro».
Per venire a voi, alla vostra partenza senza ritorno verso altri lidi, in altre contrade, al venir meno di una presenza che non è soltanto personale, che cosa accade?
«In un momento di desertificazione dello spirito, in presenza di una molteplicità di abbandoni, citati sopra, si alimenta la paura. E la Chiesa abbandona o consente che sia lasciata ad altri una presenza che era punto di riferimento anche per i non credenti?»
C’è un altro tema che la vostra partenza solleva: l’appartenenza identitaria della popolazione trentina.
«Anche la persona non credente ha una dimensione di spiritualità e questo luogo, immaginato o conosciuto, come può essere un convento, diventa un punto di un riferimento del sacro, del Numinoso».
La Caporetto dei Cappuccini ha radici lontane. Squassato dal vento della secolarizzazione, l’ordine fondato nel 1525-1529 da Matteo da Bascio ha dovuto ritirarsi da vari conventi a causa dell’età e della carenza di rinforzi. In Trentino sono stati già chiusi i conventi di Ala (2014) e di Tonadico (2017). Quello di Condino è stato dato in comodato gratuito a un frate svizzero che ne ha fatto un centro di ricerca del silenzio. Quel silenzio che i vertici della provincia cappuccina di Sant’Antonio avrebbero probabilmente gradito poiché la scelta di chiudere a Trento non ha trovato nella comunità consenso unanime.
Se i frati hanno fatto voto di obbedienza e non dicono ciò che probabilmente pensano, sofferenza e dissenso per la decisione di abbandonare il convento è già stata espressa più volte, anche su queste colonne, su vari fronti.
Gli ultimi religiosi di via della Cervara se ne sono andati alla chetichella, insalutati ospiti. Il saluto della comunità civile e diocesana sarà dato loro domenica 17 settembre, nel Tempio civico di San Lorenzo, a Trento, dall’arcivescovo Tisi e dal sindaco Ianeselli. In quella occasione, probabilmente, si conoscerà anche il destino della millenaria chiesa incassata tra le stazioni delle autocorriere e della ferrovia.
Invece, a quanto si sa, dovrebbe essere assicurata ancora per un anno, almeno, la presenza di Ezio Tavernini quale cappellano all’ospedale Santa Chiara. Trasferito a Rovereto assieme agli altri due religiosi di origine trentina, fra Ezio sarà costretto a fare il pendolare.
Intanto, nel convento che vide frotte di frati e fu un centro di cultura, non solo religiosa, la pendola sul corridoio si è fermata ieri, alle 17.43 di giovedì 31 agosto, Anno Domini 2023. “Settembre andiamo, è tempo di migrare…”