Campi Liberi
venerdì 15 Maggio, 2026
I baroni a Prato, da secoli custodi dei «vigneti di Dürer». «In famiglia religiosi, militari e letterati. Oggi produciamo diecimila bottiglie»
di Giovanna Venditti
Paolo, l'ultimo discendente: «Qui nel 1885 viene imbottigliato il primo Pinot Nero del Trentino»
Una storia che parte da lontano e si evolve, un sentimento che si dispone nell’arco dei secoli trascorsi in Trentino, sfumature del pensiero che si affacciano al mondo delle varie ere storiche, è il racconto del barone Paolo a Prato, enologo e proprietario dell’omonima Cantina vini a Segonzano.
È una storia affascinante che s’intreccia con l’epica avventura del pittore tedesco Albrecht Dürer (Norimberga, 1471–1528), che nel 1494 intraprese un viaggio a piedi in Italia, arrivando a Segonzano in Val di Cembra, per poi proseguire verso Venezia. Dürer documentò il suo viaggio con 12 splendidi acquerelli di cui 5 dedicati proprio alla Valle di Cembra dove ritrasse anche il Castello di Segonzano in cui soggiornò. Oggi la visita alla Cantina del barone a Prato contempla, per chi lo richiede, il rito contemporaneo di un picnic in un luogo senza tempo, raggiungendo, attraverso terrazzamenti e sentieri, il prato del Castello di Segonzano lungo il Sentiero di Dürer, Dürerweg.
Barone, quali sono le origini della stirpe degli a Prato?
«I miei avi sono originari dalla Lombardia; si distinsero in Trentino già nel Quattrocento per le loro attività imprenditoriali e commerciali che li portarono a formare un importante patrimonio terriero e, anche attraverso oculate politiche matrimoniali, a occupare un posto in vista nella società cittadina. Tra i suoi componenti troviamo, nel corso dei secoli, religiosi, militari, letterati, benefattori, irredentisti, studiosi ed enologi. Diventano dinasti di Segonzano dalla prima metà del Cinquecento, per poi essere elevati al rango di baroni nel 1637. Le loro vicende rappresentano un interessante percorso che attraversa la storia “ufficiale” degli avvenimenti locali ed europei».
Esistono documenti storiografici?
«Le fonti archivistiche conservate all’Archivio provinciale di Trento indicano che la famiglia a Prato ha origine in Valsassina, a Barzio (Lecco), e si trasferisce a Trento nella prima metà del XV secolo. Il primo riferimento documentario riguarda Antonio a Prato, attestato in una pergamena del 1452 relativa al matrimonio del figlio Giroldo. La famiglia nasce come realtà imprenditoriale inserita nei traffici alpini. Nel corso del Quattrocento, con Giroldo a Prato, l’attività si sviluppa come impresa commerciale strutturata: la famiglia opera come “stacionerius”, cioè mercante con bottega in piazza Duomo, gestendo scambi di ferro e metalli, legname, grano, vino, tessuti e beni di consumo. Esponenti della famiglia ricoprono incarichi civici, tra cui quello di Console della città di Trento in più occasioni, segno dell’integrazione nel ceto dirigente urbano».
Lo stemma di famiglia cosa rappresenta?
«Le imprese più ardite vanno vissute con l’animo più semplice … (celebre frase nel romanzo “Il Barone rampante” di Italo Calvino) che ben rispecchia la filosofia di famiglia: il 1499 sancisce il riconoscimento imperiale. L’imperatore Massimiliano I concede l’inserimento nello stemma della colomba con il ramoscello d’ulivo, simbolo di pace; un riconoscimento prestigioso, legato al ruolo svolto dalla famiglia, in funzione diplomatica ed economica rilevante, in un contesto di conflitto con la Confederazione Svizzera».
Successivamente il Castello di Segonzano aggiunge ulteriore prestigio…
«Sì, nel 1535 Giovanni Battista a Prato acquisisce il feudo di Segonzano. L’8 dicembre ottiene il titolo di Cavaliere e il titolo di “Signore di Segonzano” dall’imperatore Ferdinando I. Con questo atto la mia famiglia entra nel sistema feudale e assume un ruolo territoriale diretto. Con tale investitura si sancisce anche il diritto di inquartare nello stemma l’arma del castello di Segonzano. Si tratta di una sega d’argento con manico di legno, che va ad aggiungersi nello stemma della famiglia alla colomba concessa da Massimiliano I. Il significato incarna, quindi, due precise dimensioni: la colomba quale riconoscimento imperiale e funzione diplomatica, la sega (arma del castello) quale legame feudale e territoriale con Segonzano. Successivamente, nel 1637, la famiglia viene elevata al rango di baroni del Sacro Romano Impero, consolidando definitivamente il proprio status nobiliare e territoriale».
Come si arriva alla svolta enologica?
«È Giovanni Battista Napoleone a Prato la figura centrale per la storia enologica della famiglia. Nel 1885 viene imbottigliato il primo Pinot Nero del Trentino, oggi identificato nel Pinot Nero Castelsegonzano, vino simbolo dell’attuale cantina. Negli anni Trenta del Novecento, Silvio a Prato, insieme allo studioso Rusconi, riconosce in un dipinto di Albrecht Dürer una veduta del castello di Segonzano. Da questa scoperta nasce l’etichetta del Pinot Nero, utilizzata dal 1952. Si tratta di un Pinot Nero che presenta note fresche di ciliegia, lampone, violetta, note di tabacco fresco, per un palato dettato dalla buona acidità, minerale, con un tannino delicato e una nota amaricante in chiusura. È un vino che può restare in bottiglia per anni, come testimoniamo quelle del 1954: uno stock di cinquecento bottiglie prodotte da Silvio a Prato, il mio papà. Una cinquantina di bottiglie di questo prezioso tesoro sono state stappate, ritappate ed etichettate. Queste bottiglie non sono in vendita, ma quotate all’asta».
Qual è la produzione dell’attuale Cantina?
«Appartengo alla quarta generazione di enologi della famiglia, attivi dal 1885. Mi sono diplomato enologo all’istituto Agrario di San Michele all’Adige e gestisco l’attuale Cantina. La mia filosofia aziendale è un ritorno consapevole all’origine: produzione sostenibile, lavorazione manuale in ogni fase, controllo diretto dalla vigna alla bottiglia, produzione limitata (circa 10.000 bottiglie annue). I bianchi sono vinificati solo in acciaio, i rossi affinati in botti usate, immissione sul mercato dei rossi non prima di tre anni. La scelta è radicale: produco solo ciò che può essere seguito personalmente con grande cura, prendendo esempio dalle parole del Dürer: “Ogni parte deve essere eseguita con la massima diligenza possibile nelle cose più piccole come nelle più grandi. Perciò osserva scrupolosamente la natura, attieniti ad essa e non allontanartene arbitrariamente”».
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