L'intervista
giovedì 26 Marzo, 2026
Giustizia, due giovani su tre (questa volta) hanno scelto di votare: «I partiti non ci rappresentano, ma abbiamo voglia di democrazia»
di Patrizia Rapposelli
La coordinatrice di Unitin Pinelli analizza il boom di affluenza degli under 30: «Ci mobilitiamo sui fatti concreti. Ora la priorità è garantire il diritto di voto ai fuorisede»
«Stiamo tornando ad avere fiducia nella democrazia: c’è tanta voglia di partecipare, di farsi sentire e discutere». Marinella Pinelli, coordinatrice Unitin, associazione studentesca, commenta così il ruolo decisivo dei giovani al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia: due su tre sono andati a votare. E, tra loro, molti fuorisede, anche se in qualche modo «sono stati esclusi dal diritto di dire la loro», visto che non gli era consentito votare al di fuori del proprio comune di residenza.
Come si spiega questa massiccia mobilitazione di 20enne e 30enni?
«Con la voglia di esserci e di far sentire la propria voce. C’è stata molta informazione che ha aiutato a capire le questioni e a organizzarsi».
Tra loro anche molti fuorisede, nonostante siano stati costretti a tornare a casa per votare.
«Sì, c’è chi ha trovato soluzioni alternative come candidarsi a rappresentante di lista. Ma per molti l’unica possibilità è stato il viaggio di ritorno, spesso a costi elevati nonostante gli sconti sui trasporti. In alcuni dipartimenti siamo riusciti a far sospendere le lezioni del lunedì per permettere agli studenti di rientrare senza perdere ore di studio: piccoli aiuti ma concreti».
La tendenza è quella di mobilitarsi per questioni puntuali. Basti pensare alle proteste in piazza per Gaza o per il caro-affitti. Condivide?
«Certo, io credo siano i fatti concreti a spingerci ad alzare la voce. La politica o meglio i partiti non ci rappresentano. Semplicemente, cerchiamo strumenti autonomi per partecipare: la protesta in piazza o il referendum ne sono un esempio».
È un dato di fatto che i partiti non riescono a mobilitare i giovani.
«Questa generazione non rifiuta la politica, ma ne rifiuta gran parte della rappresentanza attuale, perché ha smesso di credere che esista qualcuno davvero interessato al nostro futuro. I partiti sono condizionati da logiche rigide, servirebbero percorsi concreti per coinvolgerci davvero».
Più giovani in Parlamento aiuterebbero?
«Probabilmente sì, ma non basta. Le classi dirigenti seguono interessi e visioni lontane dalle nostre. Hanno priorità diverse e, per mancanza di esperienza, difficilmente vedremo essere presa in considerazione la voce di un giovane».
Le chiedo una riflessione finale.
«Per noi giovani questo è un momento vivo. Continueremo a farci sentire, soprattutto, per garantire il voto ai fuorisede in altre occasioni».
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