l'intervista
mercoledì 26 Marzo, 2025
Ester Sara Wegher e il violino insegnato ai bambini: «Con il metodo Suzuki anche allievi di 2 anni»
di Emanuele Paccher
La 46enne diplomata al conservatorio e docente al Cdm di Rovereto insegna in modo innovativo: «La musica abbatte le barriere e soprattutto emoziona»
Imparare uno strumento musicale in compagnia e divertendosi si può. Anzi, si dovrebbe. Ne è convinta Ester Sara Wegher, di 46 anni, veronese con origini solandre, violinista diplomata al conservatorio, laureata in scienze dell’educazione e insegnante presso il Cdm di Rovereto. Wegher è tra le poche persone in Trentino a insegnare attraverso il metodo Suzuki, un approccio didattico innovativo sviluppato da Shinichi Suzuki che permette di coniugare l’apprendimento musicale con la socialità, con il divertimento e con la crescita personale. Il violino lo ha iniziato a suonare per caso: «La mia famiglia voleva che suonassi al conservatorio. Ho cominciato come pianista, ma non mi piaceva per niente. Alla selezione entrai nelle graduatorie per l’organo e per il violino. Scelsi quest’ultimo perché si tratta di uno strumento piccolo, da mettere in spalla e con il quale si può girare il mondo», racconta. Si è appassionata al punto che ormai da più di un decennio si dedica all’insegnamento.
Elisa Sara Wegher, ci dice qualcosa di più sul metodo Suzuki?
«Si tratta di una pedagogia che si insegna in Giappone. Al suo interno c’è però molto della nostra cultura europea, perché Suzuki ha studiato in Europa e nel suo metodo ha inserito molti brani della nostra tradizione. Suzuki, studiando in Germania, si è reso conto che i bambini fin da piccoli riescono a imparare una lingua complessa come il tedesco. L’apprendimento di una lingua madre è legato alla ripetizione costante, continua, alla premiazione dei primi cenni di apprendimento da parte del bambino. Osservando questo, Suzuki ha pensato che questa metodologia si sarebbe potuta applicare anche alla musica. Ed è così che ha sviluppato il suo metodo, con il quale si ripete e si motiva costantemente. I bambini, fin da subito, vengono messi in grado di suonare e vengono integrati all’interno di un gruppo».
Si tratta di un metodo applicabile anche agli adulti?
«Sì e devo dire che funziona. Sono importanti tre cose: l’avere dei pattern semplici e spendibili, l’avere un repertorio accattivante e l’integrazione all’interno di un gruppo. Poi è chiaro che con gli adulti c’è una rigidità mentale e corporea differente rispetto alla plasticità dei bambini».
Quali vantaggi dà rispetto alla didattica tradizionale?
«Uno dei vantaggi è che si può cominciare molto presto e che, fin da subito, si può suonare. Ho allievi che hanno due anni e mezzo. I bambini che cominciano a settembre, a Natale sono già in grado di prendere il loro violino e di suonare qualcosa di ascoltabile in famiglia. E lo fanno con entusiasmo. Questa secondo me è una delle cose più belle. Io poi faccio suonare tanto i bambini all’aperto, dandogli subito la possibilità di potersi esibire. Poi, il repertorio è comune in tutto il mondo: se partecipiamo a un campus all’estero, o se andiamo a un concerto, magari non siamo in grado di parlare la stessa lingua, ma suoniamo la stessa musica».
In Trentino e in Italia siete in pochi a utilizzare questa pedagogia. Come mai?
«In Italia c’è una tradizione musicale più conservatrice. Questo fa sì che un metodo innovativo ed elastico non attecchisca da noi. Ma devo dire che le scuole si stanno aprendo».
A cosa pensa possa servire la musica nelle nostre vite?
«Diciamo che è parte integrante della nostra vita. La musica abbatte le barriere e soprattutto emoziona. Sviluppa la coordinazione corporea e l’autostima personale. Poi è parte della nostra cultura. Io in Trentino collaboro con Abies Alba, una realtà che dà la possibilità ai bambini e a me di suonare la musica folk della tradizione trentina, permettendo al repertorio di rimanere vivo. Il prossimo 2 aprile suoneremo in piazza Duomo a Trento, alle ore 10, all’interno della festa della pace. La musica permette di portare avanti una storia e collega le generazioni».
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